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L’indie-rock che grida la desolante realtà siciliana

  • 8 ottobre 2006

Autore: Tramuntana
Titolo: Tramuntana
Anno: 2006
Etichetta: Autoproduzione

“Lu me straziu è pi vui stasira,
e li paruli d’amuri
cadinu n’terra
comu stiddi astutati”
(Ignazio Buttitta)

Chi, meglio degli stessi siciliani, può parlare di come quotidianamente gira il mondo in questa terra che ha ispirato i più grandi letterati per i suoi paesaggi mozzafiato e la sua magica atmosfera? Purtroppo quasi nulla va come dovrebbe andare e la realtà che deve affrontare il siciliano a volte può essere veramente desolante. E’ quello che cantano i Tramuntana, nel loro primo cd demo che contiene sette pezzi e prende il loro stesso nome.

Franco Aiello alla batteria, Gabriele Antonuccio alla tastiera e al synth, Dario D’urso al basso, Enrico Lanza alla chitarra e agli effetti, Tony Zito alla chitarra e Giuseppe Patti è la voce del gruppo. Tutti siciliani (catanesi), ed è proprio questa sicilianità la base del disco. I testi, in dialetto, sono quasi sempre molto ispirati e strettamente legati alla Sicilia, all’indifferenza che alcuni siciliani hanno sviluppato nei confronti delle ingiustizie e alla rassegnazione di altri. In generale in quasi tutte le canzoni traspare proprio la rassegnazione a questa desolante realtà.

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Già il ritornello della prima canzone, “A prisenza”, fa emergere le tematiche di adattamento alla sgradevole realtà (“Ca sta musica nun cancia / cercu a ragioni ma nun ci sta”), e nelle strofe sottolineano “ca no travagghiu t'a chiuriri a vucca / a rinesciri a scurdari / […] ti va ‘mparannu sulu futtennu si vo’ stari cca'”. Come dire, se vuoi rimanere in Sicilia puoi imparare solo fregando gli altri. Una canzone amara che la voce ruvida di Giuseppe rende ancora più amara e che parte con un’intro che ricorda moltissimo “La guerra è finita” dei Baustelle (ma non si tratta di plagio perché i Tramuntana l’hanno scritta molto prima che uscisse la famosa hit del gruppo senese).

“Dumani” è il pezzo più duro di tutto il disco, premiato lo scorso 19 maggio come miglior testo alla rassegna musicale “Suoni per ricordare” svoltasi in Piazza Duomo a Sciacca (Ag), ritmo incalzante dove sia la musica che il testo gridano tutta la loro “raggia” (rabbia). C’è spazio anche per un pezzo più frizzante come “Camina” (più assimilabile alle sonorità etno-rock dei Mas-Nada), quasi una filastrocca che dietro una storia d’amore cela un finale tragico.

Ma le canzoni che si possono accomunare di più per sonorità sono sicuramente “In cattività”, “8-10” e “Curri”. In questi pezzi esce l’anima dei Tramuntana, atmosfere malinconiche alla Radiohead vestite da emo indie-rock. “8-10” può tranquillamente essere considerato il manifesto del gruppo, la visione intimistica che sfocia nella rassegnazione: un uomo che ogni mattina vede il grigiore della sua vita, un idealista che si scontra col mondo e con i suoi meccanismi difettosi ma che non riesce a cambiarlo perché tutto ciò che sta intorno a lui è corrotto (“Viru u scuru a matina quannu m’arrusbigghiu / quannu u munnu camina appressu e so’ cchi fari / fora ‘i mia fora a casa è tuttu sancu amaru / e nenti ‘nporta”); ma si tormenta anche per la sua storia d’amore perduta “A voti sentu u mari intra / tuccari duci a cuntitizza / m’hai ratu tanto / m’hai ratu tutto / e cchiù ci pensu e cchiù addiventu pazzu!”. Geniali i suoni sinistri e contorti che si sentono alla fine del ritornello quasi a simboleggiare la spirale di follia nella quale sta cadendo quell’uomo.

A sorpresa il pezzo più “debole” e con meno mordente è “Dal profondo”, unica canzone in italiano; stile musicale nel più classico rock italiano con un’imbarazzante imitazione della voce di Piero Pelù. La musica dei Tramuntana è un lungo viaggio sonoro attraverso luoghi dimenticati dal tempo alla ricerca di forti radici e di un mondo nascosto, dietro la linea di echi elettrici ad arredare oscure visioni e l’impeto di un’arcaica voce tesa a sviscerare una straniante collera e a nutrire i resti di una memoria affranta dal tempo, ritornare indietro per andare avanti. Solo per raccontare un’altra vita, solo per ricordarci di esistere, solo per sfuggire alla pazzia dei nostri tempi. Un buon esordio, dunque, che lascia ben sperare per i progetti futuri.

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