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Nino Giaramidaro, trentacinque scatti dal ’68 ad oggi

Francesca Zagra
Ospite
  • 15 marzo 2005

Dalle capitali europee al capoluogo palermitano e alla provincia siciliana, con una piccola tappa nell’Algeria degli anni ’70, un viaggio a singhiozzo nel tempo e nello spazio, una serie di flash di luoghi, modi e vita vissuta attraverso trentacinque scatti dal ’68 ad oggi: è quanto propone “Punti di vista”, personale fotografica di Nino Giaramidaro, in corso a Palermo fino al 24 marzo alla Libreria del Mare in via della Cala 50 (dal lunedì al sabato, ore 9/13 e16/19.30). La mostra costituisce il quinto appuntamento del VII Ciclo di Fotografia contemporanea organizzato dalla Libreria del Mare in collaborazione con il Giornale di Sicilia e l’Azienda Planeta.

Punti di vista, espressione interpretabile sia in senso fisico che psicologico: come punto di osservazione concreta, casuale o eleggibile di volta in volta sulla base di intenti specifici; oppure come parziale comprensione di una realtà complessa, ovvero come particolare interpretazione di ciò che cade sotto lo sguardo. Tasselli di realtà irripetibili in quel continuo trasformarsi che è la vita compongono qui un omaggio all’unicità del momento. Scatto dopo scatto, si fa spazio quella malinconia che sempre si accompagna alla percezione di un tempo inesorabile. Fissandoli attraverso un linguaggio non verbale, le foto catturano quelli che l’autore chiama “piccoli momenti dell’eterno”. Prende qui forma un senso della memoria che non mira a giustificare il presente, né vi si oppone, ma è vita in atto, con il suo valore specifico e unico. Nelle immagini di processioni locali di città, paesini e borgate, o negli spettacoli tradizionali, non cogliamo tanto la registrazione di un appuntamento con un passato da risuscitare, ma un riferimento alla particolarità dell’occasione rappresentata: fioccano qua e là singolari compromessi fra passato e presente, particolari minuti che ci sviano dalla considerazione di “quanto è tradizionale la Sicilia”; così un uomo in processione per la Pasqua al “Capo” di Palermo, in una foto del ’99, non esita ad accettare da un bambino qualche patatina, di quelle tutte sfoglia in sacchetti plastificati.

Certo, nelle immagini dei terremotati del Belice, del ’68, ritroviamo drammi di ogni epoca e un’indigenza che, di qualunque colore o lingua, continua ad essere realtà. Come ogni prodotto artistico, o in generale come ogni prodotto di una cultura materiale, ogni foto può svelarci molto più di quanto non appaia allo sguardo e introdurci in un contesto fatto di gesti, parole e modi deducibili da quanto rappresentato. Chiaramente nell’approccio con la singola foto, un ruolo significativo è giocato dalla sensibilità e dal background personali, ma in molti casi immagini particolari suggeriscono atmosfere familiari abbastanza da non dover scavare troppo a fondo: per il palermitano, ad esempio, le piazze con i suoi frequentatori di oggi e di un tempo, coppole, orologi in negozietti improvvisati o il venditore di semenza. Poco conta quanto lontani nel tempo o nello spazio siano i ritratti: c’è sempre un “punto di vista”, nel presente o nel passato, che sfugge in quella selezione, più o meno meditata, che è la nostra memoria. Assai gradita ogni fonte di arricchimento.

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