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Un'affascinante metafora del caos

  • 27 novembre 2006

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Appaiono come un’affascinante metafora del caos, delle stratificazioni della memoria e del vissuto le opere di Emanuele Diliberto (Palermo, 1942), che con la loro vivacità, i colori forti, le polimorfe acrobazie dei segni che percorrono le tele non possono non colpire, quasi stregare, lo spettatore. Fino al 31 dicembre è possibile ammirarle nella mostra “Le regole del gioco”, allestita presso la Galleria La Piana Arte Contemporanea (via Isidoro La Lumia, 79, tel. 0916127213, cell. 3337332351; testo in catalogo di Paola Nicita), che sta svolgendo un interessante percorso sulla pittura palermitana degli ultimi anni.

Diliberto, che ha esordito a Palermo negli anni Sessanta per poi trasferirsi a Milano e a New York, oggi è tornato in città e vive tra Palermo e la metropoli statunitense. Di questa sua lunga permanenza negli States si leggono le tracce nelle linee graffianti che attraversano le superfici, grafismi distorti, a tratti violenti, sincopati, che non possono non evocare i graffiti metropolitani di Jean Michel Basquiat, artista ispanico-tahitiano, pupillo di Warhol e personalità della scena newyorkese degli anni Ottanta, morto precocemente per overdose nel 1988.



Dentro i quadri di Diliberto, però, è possibile cogliere stratificazioni culturali, citazioni, libere interpretazioni che affondano le radici in un passato più lontano, sino a giungere alle avanguardie storiche del Novecento, in un sistema di richiami e riletture estramamente personale. Le superfici spesso suddivise per aree pseudogeometriche, grazie a una griglia di linee sottili e irregolari e a zone di colori e forme diverse accostate tra loro, fanno pensare ai quadri composti come patchwork di Paul Klee e ai suoi assolati paesaggi africani "astratti", che l’artista palermitano reinventa creando scacchiere multicolore attraversate da graffi, da esili filamenti carichi di energia, di suggestioni, di forme accennate o spesso violate.

La musicalità sincopata, incontenibile, quasi psichedelica di forme e tinte ha in sè il richiamo alle corrispondenze sinestetiche di Kandinskji, ma anche la scoppiettante vitalità del jazz. Il segno irrequieto, scomposto, ma pronto a divenire lirico, grazie anche alla forza del colore che anima le superfici, sembra fare l’occhiolino anche alle opere dell’americano Cy Twombly, esponente dell’Espressionismo Astratto, ai suoi scarabocchi a metà tra il graffito e il disegno infantile, e alla pittura made in Usa degli anni Quaranta-Cinquanta fanno pensare la veemenza di alcune pennellate sgocciolanti, quasi un omaggio a Jackson Pollock.
Una pittura colta, dunque, quella di Emanuele Diliberto, ma libera, allegra, personale, ludica e al tempo aggressiva, che non ha paura di orchestrare polifonie di forme, segni, geometrie distorte, superfici come spartiti attraversati da un allegro caos, paesaggi ondulati da scosse sismiche di onde di colori: colpisce, diverte, attrae, conquista, entusiasma. Una mostra da non perdere.

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