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Nel 73 a.c nell'Isola scoppiò il primo caso di corruzione: la Provincia siciliana e il magistrato Verre

Per la prima volta Roma si confrontava con il problema della corruzione e Cicerone, famoso oratore, fu la pubblica accusa di uno dei più clamorosi processi della giurisprudenza

Susanna La Valle
Insegnante e scrittrice
  • 1 giugno 2021

Il processo di Cicerone contro il magistrato Verre

Erano stranieri, ammirati, ma anche considerati infidi; avevano consuetudini, modi di pensare, economie, strutture sociali, ordinamenti diversi, persino la lingua non era la stessa (il latino iniziò ad affermarsi solo nel I secolo a.C.), ed erano ricchissimi. Parliamo della Sicilia Occidentale (quella Orientale arriverà in seguito), dote della prima guerra punica durata 24 anni contro Cartagine.

I ceti dirigenti della Repubblica si trovarono, dopo la vittoria, a ragionare su come amministrare e sfruttare un territorio lontano, transmarino, dove mancavano le tradizioni Italiche. Fu una nuova situazione, dove la soluzione fu il famoso pragmatismo e cinismo romano, già collaudato nelle precedenti conquiste.

Così Roma a volte fu dura, inesorabile e rapace, altre volte, all'apparenza, flessibile e liberale, rispettosa dell'altrui libertà.
Queste disparità dovuta a valutazioni opportunistiche, lascerà ad alcune comunità siciliane, autonomia interna e indipendenza formale, rinunciando a sottoporle giuridicamente a trattati di alleanza (i "Foedera aequa o iniqua") come a Segesta e Palermo.



Queste insieme ad altre furono città libere e immuni da vincoli, comunità sovrane con proprie istituzioni e senza imposte di natura finanziaria o militare. Un riconoscimento, sia ben inteso, unilaterale è sempre revocabile.

Ad altre pur riconosciute libere, s'impose un pagamento in denaro o natura, "un premio per la vittoria e un risarcimento delle spese di guerra" (Cicerone).

Ai Mamertini di Messina (considerarti socii rispetto ai cives delle città libere) fu applicato un tributo "in natura": fornire navi ed equipaggi in caso di guerra. In generale i Romani furono considerati in Sicilia “Kyrioi” i signori, i padroni, avendo ben chiaro che qualunque tipo di sovranità fosse stata concessa era del tutto nominale.

Impadronendosi nel 241 della parte occidentale della Sicilia, e nel 211 di quella orientale, Roma non assoggettò, com'era avvenuto in Italia, solo comunità sovrane "ma anche ampi territori e uomini, sudditi di regni e signorie, governati secondo i principi del dispotismo orientale ed ellenistico". Gli abitanti erano di proprietà dei signori (greci o cartaginesi). Questo pose un nuovo problema, cosa fare con persone che non erano né Cives né Socii?

A Roma fece comodo che le cose rimanessero immutate, continuò a trattarli come i regnanti precedenti. La novità fu che li escluse dal servizio militare considerandoli infidi e incapaci, sottopendoli inoltre a oneri di varia natura. Confiscò parte delle loro terre incorporandole nell'"Ager Publicus Populi Romani" (terreno pubblico del popolo romano), dato in concessione temporanea a compagnie di esattori.

Il governo di Roma sui territori extraitalici fu esercitato inizialmente in base al diritto di guerra, da magistrati (consoli e pretori) che avevano compiuto la conquista. Una volta però che il dominio in Sicilia fu radicato, fu istituito un nuovo magistrato in carica un anno, la cui sfera di competenza fu la Provincia. Con il tempo però si lasciò scadere l'anno, secondo un preciso principio costituzionale romano, il mancato arrivo del nuovo magistrato, prorogava automaticamente quello precedente.

L'ordinamento interno di ogni provincia fu stabilito da una legge (lex Provinciae) elaborata con il controllo e l’assistenza di una commissione di 10 persone individuate dal Senato. La più antica legge sulle Province fu proprio quella Siciliana, la lex Rupilia del 131 che riorganizzava l'Isola.

Il potere esercitato dal magistrato- governatore, specie se prorogato, fu enorme e non soggetto praticamente a nessun controllo o rendicontazione. Situazione che favorì tutta una serie di abusi nella Provincia Siciliana. Come nel caso di Verre magistrato dal 73 a.C. al 71 a.C.

I suoi saccheggi, ruberie, concussioni, furono così abnormi da spingere i siciliani ad invocare l'aiuto di un questore che aveva lavorato con competenza nella importante città di Lilibeo ( Marsala): Marco Tullio Cicerone. Il famoso oratore accettò l'incarico e nel 70 a.C. ebbe luogo uno dei più clamorosi processi della giurisprudenza, per la prima volta Roma si confrontava con il problema della corruzione. Cicerone fu la pubblica accusa, ruolo considerato inferiore rispetto a quello della difesa, ma l’accorata richiesta dei siciliani, e il doversi confrontare con il più grande principe del foro di quei tempi, Quinto Ortensio Ortalo, lo convinse ad accettare la causa.

Cicerone tornò in Sicilia, raccolse prove e testimonianze, come quella che racconta che nella cappella di Elio, nobile mamertino, Verre avesse fatto portar via un Cupido di marmo di Prassitele, un Ercole di Mirone e due statue “le Canephore”, un furto di oggetti ritenuti sacri. Non fu facile il lavoro di Cicerone, Verre fece di tutto per ostacolare le indagini, corrompendo e cercando di rimandare il processo all’anno successivo sperando in un giudice a lui favorevole (oggi come ieri, la storia si ripete).

Cicerone dimostrò la colpevolezza di Verre e chiese un risarcimento di cento milioni di sesterzi ridotti a quaranta, pagati alla fine in soli 3 milioni, Verre si allontanò da Roma scegliendo un esilio volontario a Marsiglia.

"L'Imperium" il comando illimitato, non favorì i rapporti con gli "Stranieri" della prima Provincia Romana (la Sicilia), la loro ricchezza, arte e cultura, ingolosì i magistrati inviati per governare. Verre fu quello che passò alla storia come il più spudorato, si considerò così al di sopra della giustizia da dire apertamente che rubava per tre: "per sé, per gli avvocati che lo avrebbero difeso, e per i giudici che lo avrebbero assolto".
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