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"Non aveva spiagge, dopo Harry ne ha 3": la telecamera di Andrea Vanadia a Linosa

“Il respiro delle Pelagie” è il suo ultimo lavoro girato al fianco di Fabio Tuccio. Adesso il documentarista siciliano vuole filmare la rinascita di un luogo che ha cambiato volto

Balarm
La redazione
  • 17 febbraio 2026

Andrea Vanadia

Come funziona l’ecosistema di Linosa? Perché la sua biodiversità è così speciale? E com’è cambiato l’aspetto dell’isola all’indomani del ciclone Harry e delle violente mareggiate che ha portato sulla costa? Sono i quesiti che s’è posto Andrea Vanadia, documentarista conosciuto sui social anche come creatore di contenuti (ma a lui piace definirsi “cantastorie con una telecamera in mano”), nel momento in cui ha cominciato a pensare a “Il respiro delle Pelagie”, il suo ultimo lavoro girato al fianco del linosano Fabio Tuccio.

Il titolo è ispirato al modo con cui i linosani si chiamano fra loro: se a Palermo si dice “Compà” e a Catania si va di “‘mbare”, a Linosa vige il “Cià”, la versione corta di “Ciatu mio”, “respiro mio”. «Io ho 37 anni – si presenta così Vanadia – e conosco Linosa da 37 anni. Ho un rapporto molto antico con l’isola, tutta la mia famiglia ce l’ha. Il primo di noi che è andato sull’isola fu mio nonno, che lavorava per l’Asp e ogni tanto faceva dei sopralluoghi perché lì erano senza medici. Strinse amicizia con i linosani, fu uno dei primi turisti ad andare, nel ’75, quando la nave non aveva ancora la banchina per attraccare, sbarcavano con la gru. Mio padre era un bambino, esattamente come mia figlia, che oggi gioca “scaminiando” per le stradine del borgo.

Questo rapporto d’amicizia continuava poi in inverno perché i figli dei linosani venivano ad Agrigento per studiare alle scuole medie, che all’epoca sull’isola non c’erano. D’estate eravamo noi ad andare per un paio di settimane. È un posto del cuore, in cui mi sento bene, da adulto ho ripreso le amicizie che avevo lasciato quand’ero ragazzino, ormai mi considerano uno dell’isola».

Cosa non facile, per chi non ci è nato. I linosani sono gente accogliente, ma «molto gelosa. Essere entrati in contatto con Linosa significa essere entrati in un rapporto speciale con i suoi abitanti. Loro sanno che non sono lì per fare il turista sciacallo, che mi interessa raccontare la magia e non la paccottiglia per turisti. È un’isola che o si ama o si odia. È difficile, aspra, il mare è subito alto, a molti magari non piace. Per capire se mia moglie fosse la donna giusta per me, anni fa l’ho “testata” portandola a Linosa per un paio di settimane. Quando siamo andati via le veniva da piangere e ho avuto la conferma che fosse lei. Adesso questa cosa è passata nel sangue a mia figlia: possiamo anche andare in vacanza da altre parti, ma ad agosto le viene voglia di “calmità”, come la chiama lei, e dobbiamo rifugiarci a Linosa».

“Il respiro delle Pelagie” prova a fare proprio questo: spiegare quali sono, con un’inevitabile lente personale, gli aspetti che rendono Linosa un ecosistema unico per la biodiversità e un teatro a cielo aperto per osservare l’evolversi dei cambiamenti climatici. «Mi sto concentrando – continua Vanadia – sulla tartaruga caretta, che va a depositare lì le uova, e sulla berta maggiore, un uccello migratore. Sull’isola c’è la colonia più grande d’Europa. La cosa meravigliosa delle berte è che fanno il giro di tutto il mondo, ma si ritrovano ogni anno a Linosa a depositare le uova nello stesso giorno, alla stessa ora. Finita la schiusa delle uova, quando i pulcini sono in grado di volare e andare via, i maschi lasciano di nuovo il nido e volano in una direzione, le femmine in quella opposta. E poi, per magia, l’anno dopo, li vedi ritornare nello stesso identico punto alla stessa identica ora per fecondare una nuova nidiata».

Pur privilegiando il taglio documentaristico, Vanadia non s’è precluso la strada del raccontare la parte umana dell’isola: «Non volevo soltanto dati scientifici, volevo anche – dice il documentarista – raccontare un’emozione. Mia figlia Margherita è nel girato perché volevo mostrare l’isola con i suoi occhi, mi ricorda me da piccolo, che andavo – come tante persone fanno ancora oggi – sull’isola per “curare l’anima”. Ci sono persone che hanno necessità di isolarsi a Linosa anche solo cinque giorni all’anno. È un posto che ti toglie l’orologio dalle mani, è come se – privo della schiavitù del tempo – ti ritrovassi ad acquistare ore di vita, puoi fermarti a parlare con la gente, fermarti in spazi di silenzio, nessuno ti dice niente per nessun motivo, e ti dà la possibilità di recuperare la dimensione dell’essere umano». I

l documentario è parte di un progetto chiamato “Sublime SDGS”, che mira alla valorizzazione del territorio europeo con una particolare attenzione alle Pelagie. A co-finanziarlo sono state l’Unione Europea, il Comune di Lampedusa e Linosa, tramite l’associazione Pelagos del linosano Fabio Tuccio («Uno dei pochi ragazzi – dice Vanadia – che sull’isola ci sta tutto l’anno»): «Prima del documentario avevo già cominciato a raccontare Linosa sui social, tramite reel e video che però non volevano portare il turista-consumatore in massa come sulle isolette greche. Poi, per caso, mentre ero nel borgo di pescatori per capodanno, un paio d’anni fa, chiesi cosa potessimo escogitare perché rimanessi a Linosa un po’ più di tempo a lavorare e trovammo un bando dell’UE.

Quattro mesi dopo alla mia casella di posta elettronica era arrivata la pec con cui avevamo ricevuto l’approvazione per il progetto, e da lì siamo partiti senza più fermarci». Ufficialmente, il documentario è stato presentato al Kamalé Yesss People Festival di Lampedusa, ma «non mi andava di ritenere il film finito una volta mostrato al pubblico», dice Vanadia. Da lì è partito il racconto sui social – con pillole del documentario lanciate in reel – per mostrare Linosa in tutti i suoi aspetti, senza escludere le sue problematiche. «Linosa è un vulcano spento – dice Vanadia – che non fa parte della placca africana. La conformazione geologica dell’isola è completamente diversa, appartiene alla placca europea, di cui fanno parte l’isola Ferdinandea e l’Etna. È un’isola di appena cinque chilometri quadrati, buttata in mezzo al canale di Sicilia. È difficile raggiungerla. Non è come le Egadi, o Lampedusa... ci sono davvero problemi ad arrivarci. Adesso hanno messo una nave in più, che parte da Porto Empedocle, ma parti alle dieci di sera e arrivi alle sette del mattino. Da giugno a ottobre poi c’è un aliscafo, che ci mette tre ore, ma se il mare è brutto non si può viaggiare e si rischia di restare bloccati lì».

E a peggiorare le cose è arrivato proprio il ciclone Harry. Dei tre attracchi che c’erano al porto, adesso ne resta integro solamente uno, un altro non è idoneo per la tratta in nave messa di recente e l’ultimo è caduto. «Dei circa 400 abitanti che ha Linosa – dice Vanadia – in inverno per l’isola ne girano 250. Se i ragazzi andranno via, l’isola si spopolerà sempre più sino a finire disabitata com’era sino a duecento anni fa, quand’era un approdo per pirati e vascelli, e a terra non c’era niente, solo fichi d’India e uova di berta. Sono cittadini europei come noi, che però hanno molto meno, hanno una centrale elettrica a gasolio e quando c’è maltempo la linea Internet va via.

Stare a Linosa è come essere in mezzo al mare, ma non con una nave. Sull’isola non c’è un medico curante, c’è un medico nella guardia medica. D’estate rinforzano i servizi e mettono un medico e due infermieri, ma è sempre una guardia medica turistica, per cose più gravi bisogna aspettare l’elisoccorso e andare ad Agrigento o a Palermo. E quando le navi non arrivano per quindici giorni inizia a mancare la frutta, la farina… sull’isola non cresce molto, essendo terreno vulcanico.Quando le cose vanno male si può andare avanti a fichi d’India.

Dopo il ciclone Harry i danni sono stati enormi, per fortuna non sono state intaccate le case com’è successo in altre zone della Sicilia, ma al largo della costa s’è registrata l’onda più alta, 16 metri e 50. L’acqua è arrivata a lambire il paese, ma non perché questo si trovasse eccessivamente vicino alla banchina. Linosa è abitata da circa duecento anni, e in duecento anni non era mai successo prima. I pescatori, diramata l’allerta meteo, hanno tirato le barche molto più in alto, all’ingresso del paese, pensando che l’acqua lì non potesse arrivare, invece il mare se l’è prese comunque e le ha distrutte, macinate.

I massi del frangiflutti sono stati scagliati via, spostati per metri, le ringhiere d’acciaio divelte». Ma la cosa più incredibile – e terribile allo stesso tempo – è che «sono state cancellate totalmente due strade. Succede una volta ogni trecento anni, ma la morfologia dell’isola è cambiata. Linosa, che non aveva spiagge, adesso se ne ritrova tre. Lì dove c’era la scogliera, non c’è più una strada e al suo posto c’è una spiaggia».

Per raccontare questi momenti, Vanadia sta ampliando adesso il suo documentario per renderlo «uno sguardo attraverso l’estate, l’autunno, l’inverno e la prossima primavera, per far vedere la fioritura della natura. La parola chiave di Linosa, e del documentario, è la rinascita, che non è solamente un fatto biologico ma anche una rinascita dell’anima».
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