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Non bastavano calcio e arancine: Palermo e Catania si contendono (anche) Sant'Agata

Due città, Palermo e Catania, rivali storiche si contendono il primato in Sicilia, dallo sport alla gastronomia. L'origine della competizione è legata alla figura di Sant'Agata

Maria Oliveri
Storica, saggista e operatrice culturale
  • 21 febbraio 2022

"Il martirio di Sant'Agata", foto tratta da settemuse.it

La Sicilia, si sa, è terra di campanilismi: già al tempo dei normanni Palermo, città del grano, e Messina, città della seta, si sfidavano per essere capitali del regno. Ancora oggi accese “dispute” tra varie municipalità coinvolgono spesso simboli identitari o tradizionali della fede.

A volte persino nella stessa città si sfidano fazioni contrapposte, come nel caso di Madunnara e Signurara a San Biagio Platani, devoti di San Giorgio e devoti di San Giovanni a Ragusa o di San Giorgio e San Pietro a Modica e l’elenco sarebbe ancora molto lungo. Chi non ricorda poi la famosa novella di Giovanni Verga "Guerra di Santi", tra gli abitanti del quartiere di San Rocco e quelli del quartiere di San Pasquale?

Antica è anche la rivalità tra Palermo e Catania. Tra i tanti motivi dello scontro, da quelli calcistici a quelli gastronomici, spicca anche la contesa per i natali di Sant’Agata. Giuseppe Pitrè scriveva che pochi in Sicilia sono stati i santi oggetto di tanta devozione quanto ne ha avuto Agata. Palermo e Catania hanno sempre fatto a gara per onorare la martire e rivendicare l’origine della loro cittadina.
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L’opinione più comune è sempre stata, scrive ancora il Pitrè, che sia nata a Palermo e abbia ricevuto il martirio a Catania. Si legge infatti in un bando del 1481, nel tabulario del Senato di Palermo: «La illustre et inclita S.Agata Vergini et Martiri di Jesu Christu, fu nata in questa felichi chitati et di poi martirizzata in la clarissima chitati di Catania, di la quali Santa nostra Chitanina havemo una excelenti reliquia di lo su’santu braczu». (L’illustre e nobile S.Agata Vergine e Martire di Gesù Cristo nacque in questa felice città e poi fu martirizzata nella famosa città di Catania. Di questa Santa nostra cittadina abbiamo una straordinaria reliquia del suo santo braccio).

Le due redazioni più antiche del martirio di Agata (avvenuto secondo la tradizione nel 251, al tempo dell’imperatore Decio), risalenti al V secolo e in lingua greca, affermano che la santa nacque a Palermo; mentre solo in una versione, più tarda, in latino, la vergine risulterebbe nata a Catania.

Le agiografie dei primi secoli riportano che mentre Decio era imperatore e Quinziano era prefetto di Catania, fu promulgato un editto che imponeva a tutti i cittadini dell’impero di sacrificare agli dei. La nobile e bellissima Agata, palermitana di insigne stirpe, rifiutò di rinnegare Cristo e il governatore, una volta venutone a conoscenza, comandò che la ragazza fosse arrestata e condotta al suo cospetto. La bellissima fanciulla destò un’insana passione in Quinziano e, dal momento che si rifiutò ostinatamente di soddisfarne le voglie, fu torturata. Le furono asportate le mammelle e fu sottoposta a diversi supplizi tra cui i carboni ardenti. In carcere, infine, la poveretta spirò.

Racconta la leggenda che quando Agata era stata scortata dai soldati di Quinziano, per raggiungere a piedi Catania, pima di uscire dalla città avrebbe posato un piede su un sasso per allacciarsi un calzare, lasciandovi miracolosamente impressa la sua impronta. Questo sasso con la preziosa impronta si conserva ancora oggi nella chiesa di “Sant’Agata La Pedata”.

I catanesi, gelosi della loro santa patrona, non hanno mai gradito questa pia tradizione e uno studioso come il Carrera è arrivato persino ad affermare che «falsamente si attribuisce dai palermitani questa pedata a Sant’Agata».

Grandi festeggiamenti si svolgevano nel Quattrocento e nel Cinquecento, il 5 Febbraio a Palermo. Il giorno di Sant’Agata era festa comandata, non si poteva lavorare e fondachi e botteghe dovevano star chiusi. Si svolgeva inoltre una solenne processione che attraversava la città e terminava nella chiesa di Sant’Agata Li Scorruggi, dove le puerpere potevano bere, solo in quel giorno santo, l’acqua di un pozzo con poteri taumaturgici che stimolava o aumentava la produzione del latte materno. I devoti di Sant'Agata erano detti ignudi, perché per penitenza andavano in processione a piedi scalzi e a torso nudo, solo con i calzoni indosso.

Alla fine del Seicento tuttavia la devozione dei palermitani si era raffreddata: la grande festa in onore della martire catanese si era ridotta a poca cosa e la processione religiosa si svolgeva non più lungo le vie cittadine, ma solo all’interno della Cattedrale.

«La ragione di tanto intiepidir di devozione» è da ravvisare secondo diversi studiosi nell’accrescersi del culto di Santa Rosalia. Nel 1624, mentre la peste flagellava l’isola, il ritrovamento delle ossa della Vergine eremita sul Monte Pellegrino aveva acceso di speranza il cuore dei palermitani, che invano si erano rivolti alla Madonna per esserne liberati. Le reliquie di Rosalia portate in processione avevano arrestato il morbo mortale e la fanciulla normanna era stata proclamata a furor di popolo non solo santa ma addirittura indiscussa patrona! Ecco perché le 4 patrone della città Agata, Ninfa, Oliva e Cristina dalla fine del Seicento in poi vennero a poco a poco dimenticate: niente più onori, preghiere e devozioni per loro…

Cosa resta oggi a ricordo dell’antico amore dei palermitani per Agata? Solo alcune raffigurazioni artistiche, una chiesa, una reliquia, un fercolo processionale? Basta scavare un po’ più a fondo, parlare con la gente per scoprire che la devozione ad Agata sopravvive, in tono minore, senza fastosi riti esteriori, nel cuore di tutte quelle donne palermitane che invocano la martire per avere protezione oppure per ottenere la guarigione delle patologie al seno. Esse offrono in cambio sentite preghiere, ceri ed ex-voto in argento che la Santa, a sentir loro, sembra apprezzare.
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