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Non siamo a Carini ma c'è una Baronessa: il mistero di quei balconi murati a Catania

Se fosse un romanzo giallo, sarebbe di quelli che accadono alla luce del sole, anomalie della storia che ricompongono l’ordine del quotidiano. La storia di palazzo Sangiuliano

Beniamino Biondi
Scrittore e critico cinematografico
  • 21 febbraio 2021

Il prospetto principale e la corte di Palazzo Sangiuliano a Catania

Come le cose meglio nascoste sono quelle che si tengono laddove tutti possono vederle, ci sono misteri che rimangono tali per la chiarezza del luogo nel quale si svolgono. Se fosse un romanzo giallo, sarebbe di quelli che accadono alla luce del sole; anomalie della storia che ricompongono l’ordine del quotidiano.

È il caso di Piazza Università a Catania, un chiostro storico chiuso sui quattro lati dai palazzi Cilestri e Gioieni d’Angiò, dal palazzo dell’Università, dal palazzo degli Elefanti – sede dell’Amministrazione Civica – e dal palazzo Sangiuliano, ora di proprietà dello stesso ateneo catanese.

Cosa mai potrebbe accadere in uno spazio così ristretto e sorvegliato, circoscritto e difeso entro le funzioni che lo metaforizzano: l’idea degli studi e della conoscenza, e le severe mansioni di una burocrazia protocollare.

E, in effetti, non accade nulla, ma è accaduto; ed è successo anche per coloro i quali non hanno mai saputo le vicende che vi sono capitate, transitando per quelle strade dove hanno colto al più un sospetto fugace, un’intuizione sibillina, un’idea di mistero che proviene dal palazzo Sangiuliano.



È da questa dimora storica, opera barocca di Gian Battista Vaccarini, che prende spunto il racconto dei balconi murati, e da lì la leggenda dell’efferato delitto compiuto all’ombra di quelle auguste mura.

Perché i balconi murati c’erano per davvero, fino agli anni ’60, e potevano vederli tutti; e così quest’anomalia prospettica, la certezza materiale di un’ambiguità visibile, finì per alimentare la fantasia di uno spettro che vagava nel palazzo echeggiando le sue urla nella notte.

Costruito nel 1738 per la famiglia nobile dei Paternò, marchesi di San Giuliano, il palazzo ha dato alloggio a ospiti illustri - come il re d’Italia Vittorio Emanuele III con la regina Elena – subendo una sorte di rimaneggiamenti che hanno lasciato pressoché integri solo i prospetti esterni.

Nei primi anni del XX secolo una sua parte ospitava il Teatro Machiavelli, fondato da Angelo Grasso, nel quale mosse i primi passi sul palcoscenico - come recita un’epigrafe posta su via Euplio Reina - il figlio Giovanni, e dove vi recitava il grande attore catanese Angelo Musco; e un’altra parte ancora era occupata dall’Hotel Bristol.

E come per i balconi murati, anche il delitto era avvenuto sul serio, ma in tempi molto più antichi, dal giorno in cui nel 1777 andarono sposi Orazio Paternò Castello, Principe di San Giuliano, e Rosalia Petroso Grimaldi, baronessa di Pullicarini.

Maritata all’età di sedici anni, e divenuta padrona del palazzo, Rosalia era una giovane donna di rara grazia e con i tratti angelicati del viso, che le davano una bellezza assoluta e altera, muovendo gli uomini a un desiderio viscerale.

E proprio per questo, geloso e ossessionato dall’idea del tradimento, Orazio teneva la baronessa segregata nelle stanze della casa familiare per accudire ai tre figli, e la probità della sua condotta nulla poteva contro le angherie di un marito sospettoso.

Fu all’ennesima lite, il 5 marzo del 1784, che il principe di San Giuliano assassinò la moglie pugnalandola con un grosso coltello; e le urla inumane richiamarono all’alcova la dama di compagnia della donna, giunta in soccorso alla sua padrona, che venne ferita nel delirio di quella furia cieca.

Allibita e disperata, la serva si precipitò in piazza urlando a tutti il delitto commesso, e presto giunsero al palazzo due compagnie di granatieri per impedire a Orazio una fuga precipitosa e per trarlo in salvo da un linciaggio certo. Il Viceré inviò a Catania il marchese Agostino Cardillo, suo vicario generale, per far luce sulla vicenda e trattenere l’uxoricida, che fu condannato a morte e i suoi beni confiscati.

Ma è da questo momento che il mistero si fa ancora più fitto, o, meglio, il colpo di teatro irrompe alla sentenza facendola nulla. Grazie ai parenti e alle maglie di un potere solido e occulto, Orazio sfugge alla condanna e si dilegua facendo perdere le sue tracce, in una voragine di dubbi e congetture. C’è chi lo vuole rinchiuso nel Monastero dei Benedettini, affranto dal senso di colpa, finendo i suoi giorni in lacrime; e chi lo vede fra i monaci solo per un appoggio strategico mentre organizza la sua fuga verso Malta.

Com’è davvero andata, lo sappiamo; ed è merito di Antonino di Sangiuliano, il diplomatico etneo erede dei Paternò Castello. Fu lui che durante un viaggio a Tripoli lesse un’opera di Richard Tully il quale sosteneva di avere conosciuto un nobile siciliano, principe di Sangiuliano, che ebbe in moglie la figlia del pascià dopo essersi convertito all’Islam per avere salva la vita, assumendo il titolo nobiliare di bey, vassallo del Sultano.

La sua vicenda conclude il racconto, ma in parte ne è solo una deviazione aneddotica, lontana dall’immagine di quei balconi murati che la famiglia pare avesse fatto murare affinché nessuno potesse più entrare in quella stanza.

Proprio lì, dove si diceva fosse avvenuto l’assassinio, si è tentato di costringere l’orrore del delitto a uno spazio conchiuso, inammesso al mondo dei vivi, e debitamente rimosso. Il mistero fece dire a tutti che Rosalia era stata murata viva in quella stanza, e che il suo fantasma era ancora lì, senza pace, trascinando una bellezza triste e silenziosa.

Tuttavia la verità è un’altra, perché sì il delitto è avvenuto, ma non in quell’ala del palazzo – laddove mai avrebbero potuto affacciare quelle stanze - bensì nella cosiddetta “camera rossa”, cioè una delle stanze da letto della famiglia.

Ma allora cosa si nascondeva di così terribile dietro i balconi murati di palazzo Sangiuliano? Niente altro che la volta del salone sottostante, la cui architettura era del tutto inutile esporre alla luce.

Forse che però non vi siano giunte anche le urla sofferte di Rosalia, o udite fino a quando quei balconi rimasero occlusi? O che lei abbia smesso di struggersi, nel contegno della nobildonna che mostra al silenzio l’idea più perfetta del dolore?

Il suo volto è comunque visibile anche a chi, oggi, ne commemora la tragica storia: in piazza Carlo Alberto, nella Chiesa del Carmine, dove l’effigie di Sant’Agata ha il volto di Rosalia Petruso Grimaldi, così come volle la famiglia, con gli occhi belli e il volto incorniciato da una corolla di capelli biondi.
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