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Nulla lo stupì più di quelle 100 portate: il viaggio (a tavola) di uno scozzese in Sicilia

Molti inglesi arrivarono ad Agrigento spinti dalla descrizione delle delizie gastronomiche scritta da Patrick Brydone nel suo romanzo "Tour through Sicily and Malta"

Elio Di Bella
Docente e giornalista
  • 9 maggio 2021

Lo scienziato scozzese Patrick Brydone

A Messina rimase stupito dalla forma insolita del porto; a Taormina elogiò lo spettacolo naturale contemplato dal Teatro Greco. A Siracusa le rovine di una città che in passato aveva gareggiato per grandezza con Roma; a Palermo fu incantato dalla vista della Conca D’Oro da Monte Pellegrino; e diverse altre cose apprezzò in Sicilia, ma con un certo distacco.

Nessuna sorpresa però lo stupì e lo coinvolse più delle cento portate che vennero servite nel vescovado di Agrigento.

Il 16 giugno 1770 lo scienziato scozzese Patrick Brydone scrisse al suo corrispondente William Beckford di Londra.

«Pranzammo insieme al vescovo, come si era deciso, e ci alzammo da tavola convinti che gli agrigentini non potevano conoscere la vera arte del banchetto meglio dei loro discendenti, ai quali hanno trasmesso una buona dose delle loro virtù e dei loro vizi di società.

Chiedo scusa di chiamarli così, e vorrei tanto avere a disposizione un nome più tenero: mi pare di ricambiare con nera ingratitudine l’ospitalità offertaci, di cui resteremo sempre debitori.



A tavola eravamo esattamente in trenta, ma sulla mia parola non credo che i piatti siano stati meno di un centinaio».

E di quel pantagruelico pranzo, il viaggiatore scozzese fa anche una descrizione di alcuni di quei piatti: «Erano tutti guarniti con le salse succulente più delicate, che non ci lasciarono alcun dubbio sulla verità del vecchio proverbio romano Siculus coquus et sicula mensa: esso non è meno valido ora che a quei tempi.

Non mancava nulla di ciò che può stimolare, stuzzicare il palato, nulla di quello che si può inventare per creare l’appetito dove non c’è, nonché per soddisfarlo. Durante il convito furono serviti alcuni dei piatti preferiti dagli epicurei romani, proprio gli stessi: in particolare le murene, così spesso menzionate dagli antichi autori. Si tratta di una specie di anguille che si trovano soltanto in questa parte del Mediterraneo, e che da qui vengono inviate a molte corti d’Europa.

Non sono altrettanto grasse succulente delle anguille comuni, sicché se ne può mangiare in maggiore quantità: la carne bianca come la neve, ed è proprio una vera ghiottoneria.

Ma una ghiottoneria ancor migliore è stata escogitata dal lusso e dalla raffinatezza moderna: si tratta del fegato dei polli, che si è riusciti a fare ingrossare a dismisura, in modo da fargli acquistare un sapore squisito. È davvero una pietanza incomparabile».

Inevitabile il confronto con la gastronomia e con gli usi dell’Europa settentrionale: «La frutta venne portata in tavola quasi tutta con la seconda portata, un sistema senz’altro migliore del nostro, anche se ci parve strano. Il primo piatto che passò in giro era di fragole.

I siciliani furono molto sorpresi nel vedere che noi le mangiavamo con panna e zucchero. Tuttavia, dopo un assaggio, trovarono che la combinazione non era affatto male. Il dessert consisteva di frutta di ogni tipo.

I gelati, ancora più svariati, erano in forma di pesche, fichi, arance, noci, eccetera, e la somiglianza col frutto era tale, che chi non fosse abituato ai gelati poteva benissimo cadere in inganno».

Lo scienziato scozzese non omette di parlarci del vasellame che «era tutto d’argento».

E giudica con rispetto i commensali: «I siciliani mangiarono di tutto, e tentarono di farci fare altrettanto. La compagnia era particolarmente allegra e non smentì in nessun modo le antiche caratteristiche: parecchi di loro erano più che brilli assai prima che ci si alzasse da tavola».

Nel trattare di Agrigento nel suo libro intitolato Tour through Sicily and Malta troviamo tre missive dedicate ad Agrigento. Due sono una sommaria descrizione della Valle dei Templi e della storia della città, ma la terza contiene la succulenta descrizione - con cibi e vini che acquistano ruolo di protagonisti - del pantagruelico convito, a cui l'autore partecipò, offerto dalla nobiltà locale al vescovo Antonio Lanza.

Molti lettori inglesi arrivarono negli anni seguenti ad Agrigento spinti dalla descrizione delle delizie della gastronomia agrigentina e forse anche dall’aver letto che già ai tempi dell’antica Akragas gli agrigentini banchettavano come se dovessero morire all’indomani e costruivano come se non dovessero morire mai, come aveva scritto il loro concittadino Empedocle.

Consideriamo che negli ultimi decenni del Settecento il libro più prestato dalla Bristol Lending Library fu il “Tour through Sicily and Malta” di Patrick Brydone, pubblicato nel1773.

Chi veniva in Sicilia per il Grand Tour conosceva l’isola anche grazie a quel celebre testo. Quindi anni dopo, il 24 aprile 1787, arrivò ad Agrigento anche il poeta tedesco Johann Wolfgang Goethe.

Probabilmente non aveva letto il testo di Brydone, ma anche Goethe ha apprezzato la gastronomia agrigentina, anche se non l’ha gustata nel palazzo del Vescovo, ma in un alberghetto cittadino dove tenere ragazze di Girgenti, arricciavano gustosi “cavateddi”, con le loro “affusolate dita”.

Agrigento non aveva più, in quegli ultimi anni del Settecento, l’antica grandezza. Contava appena ventimila abitanti e le sue case erano misere, le strade sporche, tortuose e strette. Ma in cima alla collina su cui sorge Agrigento, nel sontuoso Palazzo del Vescovo, Antonio Lanza, il capo della cristianità agrigentina viveva nella ricchezza e nello stesso stato vivranno ancora per un secolo i suoi successori.

Quando Brydone arrivò ad Agrigento, il Vescovo solo da pochi mesi si era insediato nella Diocesi, ma aveva subito legato con l’aristocrazia locale, specie con quella che apparteneva alla massoneria.

Il Vescovo, l’aristocrazia e la povera gente di Agrigento (questa quando poteva) amava la buona cucina e per i visitatori che arrivavano per ammirare i templi allestivano banchetti indimenticabili.
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