Per Corrado non è solo Fortuna: 25 anni di carriera da "My Name is Tanino" a "Vanina"
Palermitano, attore, regista, scrittore, documentarista è stato lo scanzonato studente di cinema di Paolo Virzì, l’alter ego di Franco Battiato e tanti altri. L'intervista
Corrado Fortuna
E poi, ancora, il padre di Andrea Spezzacatena ne "Il ragazzo dai pantaloni rosa", Angelo Pellegrino – il marito della scrittrice Goliarda Sapienza – in “Fuori” di Mario Martone (in concorso a Cannes lo scorso anno), Elio della serie televisiva “Tutti pazzi per amore” e il dottor Manfredi Monterreale nelle due stagioni di “Vanina – Un vicequestore a Catania”.
Ma potremmo continuare ancora per altre trenta righe. Da giovedì 26 marzo sarà in sala con il nuovo film di Francesco Lagi, “Il dio dell’amore”, una commedia che immagina il ritorno del poeta Ovidio nella Roma contemporanea, per parlare d’amore e incrociare storie e sfaccettature di un sentimento complesso che assume le forme più disparate. Nel cast, insieme a Fortuna (che è accompagnato sullo schermo da un’altra palermitana d’eccezione, Isabella Ragonese) ci sono Vinicio Marchioni, Francesco Colella, Angelo Orlando, Marco Quaglia, Anna Bellato, Enrico Borello, Benedetta Cimatti, Chiara Ferrara, Vanessa Scalera, Leonardo Maddalena ed Elia Nuzzolo.
«È un film bellissimo – dice Fortuna – che andrei a vedere, che consiglierei, che se non l’avessi fatto avrei rosicato tantissimo, è un film straziante, commovente, divertentissimo, scritto e fatto con tantissimo amore. La cosa che Lagi (il regista, ndr.) diceva subito prima di dire “Azione!” era “Abbi cura della scena”. Che, se ci pensi, è una cosa che nessuno dice. È un film fatto con cura, in cui le persone sono state trattate con cura, da un regista che ama moltissimo gli attori».
Si ferma un momento, ci pensa, e aggiunge: «E non so come faccia, sinceramente… io li detesto (ride, ndr.). Ma gli attori di questo film erano adorabili, devo dire. Poi, lo so, si dice sempre di ogni film, e si dice sempre anche questa frase. È un circolo infinito (ride, ndr.). È un film da vedere, e lo dico io che ho fatto tantissimi film brutti, i famosi film fatti e finiti prima ancora di essere realizzati. Davvero, tantissima… e non parlo di “Vanina”, della televisione nazionalpopolare. Di quelle cose non mi vergogno, anzi, per me è un vanto. Mi piace un sacco entrare dentro le cucine delle persone, degli italiani più disparati, e non solo di quelli che mi assomigliano e che la pensano come me. Poi magari non sono spettatore di quella televisione, o quantomeno non più. Da ragazzo io “Distretto di polizia” e “Il commissario Montalbano” le guardavo, quindi capisco che cosa si desidera rispetto a una cosa del genere, si desidera un’ora e un quarto di intrattenimento leggero. E poi in “Vanina” c’è di bello che si dà spazio a un sacco di attori poco noti o a chi addirittura è all’esordio. Il personaggio di Marta Bonazzoli, ad esempio (la detective bresciana, motociclista e vegana, ndr.), è interpretata da Paola Giannini, che è all’esordio davanti alla macchina da presa, e questo in TV non succede spesso. Penso sia molto bello».
Per “Il dio dell’amore” – presentato sabato sera al Bari International Film and TV Festival – le cose per Corrado Fortuna sono iniziate con una chiamata del regista: «Era il giorno in cui seppi che sarei andato a Cannes con il film di Martone, quindi non posso scordarmelo. Il 10 aprile dell’anno scorso. Mi telefona Lagi mentre sono in aeroporto e mi dice: “Cò, lo vuoi fare il mio film?” (ride, ndr.). Io e lui siamo amici da tantissimo tempo, ci conosciamo dai tempi di “My Name Is Tanino”, Lagi è uno dei Tanini da cui Paolo (Virzì, ndr.) ha scritto il film. Era allievo del centro sperimentale. Lessi questo film qualche giorno dopo e la prima impressione fu che fosse una specie di “Intermezzo” (il romanzo di Sally Rooney, ndr.) italiano, ancora più corale perché ci sono più personaggi, però ha quello spirito lì nel raccontare la generazione grosso modo fra i quaranta e i cinquanta, con un’attenzione al dettaglio contemporaneo, alla sostanza e alla forma della contemporaneità.
È un film in cui succedono storie possibili, come dice Fred Vargas parlando dei suoi gialli, in cui ti senti trasportato dentro il film, perché sono tutte storie possibili, sono storie che attraversano tutte le classi sociali, ed è un film – ne parlavamo con Vinicio Marchioni e con Colella alla fine della proiezione – che alla fine ti fa credere di poter essere una persona migliore, perché credi di nuovo che nonostante tutto, nonostante la fatica, i dolori, le difficoltà economiche, si possa essere salvati dall’amore. Che è quello che sinceramente penso della vita. E sembra un concetto banalissimo, ma in realtà è molto difficile da applicare alla vita di tutti i giorni, e credo che il film riesca a spiegarlo benissimo».
Si reputa, proprio per questo motivo, un fortunato, Corrado Fortuna. Cognomen omen: «Io nella mia vita di tutti i giorni vivo questa sensazione. Ci sono delle giornate molto difficili, in cui mi salva, alla sera, l’essere su un divano tutti insieme e pensare “Ma cosa mi manca nella vita? Anzi, ho molto di più…”. È veramente l’amore che mi salva. A me sicuramente più di tutti e tre qua dentro (ride, riferendosi alla moglie, Shary Taddei, e al figlio Vasco, ndr.)». Quasi da sempre a cavallo fra televisione e cinema, per Corrado Fortuna ogni attore dovrebbe beneficiare di questo «doppio allenamento»: «Io sono sempre lo stesso, sia in “Vanina” sia ne “Il dio dell’amore”. Che tra l’altro ho girato insieme. Arrivavo a Catania, giravo, dormivo, volavo a Roma, giravo a Roma, dormivo, l’indomani ero a Catania, e così via… bella vita (ride, ndr.). Però non è che quando arrivavo sul set di “Vanina” dicevo “Questa è televisione” e poi sul set di Lagi dicevo “Questo è cinema”. Sono sempre io».
E poi, ricorda, il mestiere dell’attore è un mestiere «che s’impara facendo. Io non sono un musicista, che la sera prende la chitarra e si allena. Non mi metto a declamare sonetti di Shakespeare in bagno, davanti lo specchio. Oddio, a volte sì… (ride, ndr.) magari non Shakespeare. Però, voglio dire… bisogna sempre essere allenati, io lo sento quando sto lavorando tanto, che vado sul set e sono caldo, lo sento proprio. L’anno scorso, il mio Manfredi di “Vanina” è venuto meglio del Manfredi di due anni fa. Indubbiamente. Ero molto fresco, avevo lavorato tanto, ero più pronto. Una grande differenza fra televisione e cinema sta nei tempi.
Tu in televisione fai… più o meno le stesse cose che fai al cinema, con la metà o ancora meno del tempo, e questa cosa è un allenamento bellissimo, perché è performante continuamente. Non ti puoi distrarre un attimo. Non puoi uscire dal personaggio. Io non mi porto il telefono sul set. Perché altrimenti mi distraggo. Poi magari scherzo, cazzeggio, però… questa cosa di stare sempre pronti, di avere tre ciak, solo tre possibilità – quando va bene, tre è assai… – è una bella sfida. Poi arrivi sul set di un film per il cinema ed è come se avessi fatto sette ore di sollevamento pesi, sei fortissimo».
E questo innesca un circolo virtuoso, perché «la televisione – continua Fortuna – beneficia del lavoro fatto al cinema, dove hai più ciak. Io ho fatto anche ventinove ciak, con un regista che non nomino… uno che voleva proprio litigare. E non c’è riuscito, perché non litigo. Al cinema, a sua volta, hai modo di affinare la tua lama, e quando arrivi in televisione ti porti il meglio. Poi, se hai il culo di fare contemporaneamente TV e cinema, questa cosa arriva ai livelli massimi. È una fatica mostruosa, che non mi capitava da tantissimo tempo, da quand’ero più giovane e famoso. Ma non avevo questa lucidità, questa consapevolezza. Mi lamentavo, pensa…».
Diversi set, Fortuna li ha vissuti anche da regista: per i palermitani Waines, a cavallo fra 2009 e 2010, ha diretto due videoclip sperimentali e indimenticabili; per Daniele Silvestri ha diretto “Tutti matti” nel 2019; e poi, o in solitaria o in coppia con Gaspare Pellegrino, ha diretto documentari che fanno della Sicilia terra di racconti e cuore, ma anche disperazione e rimpianto. È a raccontare una «storia di finzione» che Corrado Fortuna ha provato per tantissimo tempo, con un film tutto suo. E ora, forse, quello scenario si potrebbe finalmente concretizzare: «A dirigere – dice l’attore – ci ho provato tantissimo. Forse non c’ho la cazzimma del regista.
Il regista per riuscire ad arrivare sul set deve saper rompere le scatole all’universo intero. Io non sono così. Ci ho provato tre volte. Una volta ero vicinissimo. Poi non s’è mai concretizzato per diversi motivi. Ma secondo me uno di quelli fondamentali è che non ho la cazzimma che serve. E così dicendo mi sto tagliando gli ultimi tre produttori che mi sono rimasti (ride, ndr.). Diciamo che era un sogno più vivido quand’ero più giovane. Ci sto riprovando in questo momento. Ho un film al quale sto dietro, non so se ci riuscirò, né se adesso possa essere un rimpianto come lo è stato quindici anni fa».
Quindici anni fa, Corrado Fortuna aveva scritto «una commedia sulla mafia ambientata a Palermo negli anni Ottanta, ti dice niente? (ride, ndr.)». Quando uscì “La mafia uccide solo d’estate”, «ho restituito il finanziamento. Il bello è che con Pif ce lo dicevamo: non ci leggiamo le cose che stiamo scrivendo, ché stiamo scrivendo sicuro lo stesso film. E così è andata. Te lo giuro. Più o meno, eh. Te l’ho detto che anche da me c’era un bambino protagonista (ride, ndr.)?». Oggi poi, dice Fortuna, «fare un film è diventato difficile come trovare l’oro nell’Oreto». Ma questo non significa non poter «vedere le storie»: «È una possibilità che mi do continuamente con i libri». Adesso, in cantiere, ce n’è un altro: «I libri definiscono proprio la mia quotidianità.
La settimana scorsa ho consegnato, dopo essere stato incrastato per mesi nel mio studiolo, un libro che uscirà l’anno prossimo. Da quando ho pubblicato il mio primo romanzo non ho più smesso. Mi piace da morire. Gli inverni li passo interamente a scrivere, ci metto un sacco di tempo perché tra marzo e aprile poi stacco sempre sino a settembre per andare sul set. E così esce un mio romanzo ogni tre anni». I protagonisti delle sue opere sono solitamente ragazzi, adolescenti o simili, che hanno tanta voglia di parlare, che straripano di parole e discorsi interiori: «Specie nell’ultimo libro che ho scritto, o se penso a “L’ultimo lupo”, sono tutti personaggi che si raccontano molto. Alcuni lo fanno in prima persona addirittura. I personaggi te lo chiedono loro come vogliono parlare.
Tancredi (Pisciotta, il protagonista de “L’ultimo lupo”, ndr.) non voleva parlare in prima persona. Mentre i ragazzini vogliono raccontarti tutto quello che hanno dentro. Dei maschi della mia età è più difficile, in effetti. I maschi non tirano fuori, in generale nella vita. Non parlano tanto di quello che hanno dentro. Almeno nei libri cerco di farglielo fare il più possibile». Nel 2026 – e nel 2027 – per Corrado Fortuna sono esattamente venticinque anni («Non lo dire, non lo dire!», dice lui per provare a tenere lontana la distorsione gravitazionale che ha fatto estendere il tempo da “Ieri” a “Venticinque anni fa”) da due dei set che l’hanno lanciato nel panorama nazionale: “My Name Is Tanino”, il suo primissimo ruolo sul grande schermo, e “Perdutoamor”, il primo esperimento di Franco Battiato dietro la macchina da presa, di cui lui fu il protagonista.
«Oggi nessun produttore farebbe fare a un regista un film come “My Name Is Tanino” – dice Fortuna – ancora di più considerando che il personaggio principale era un esordiente totale preso da una comune a Pontassieve e sbattuto in America, in Canada, per quattro mesi. “Che ne so se lo sa fare?”, si chiederebbero tutti, oggi». Questo dà già la misura vertiginosa di quello che fu “My Name Is Tanino” durante la sua realizzazione: «Un film costosissimo. Il suo pubblico però esiste sempre. Anche oggi. Non a caso diventò un cult». E qui non può che lasciar partire un «Minchia, che film… (ride, ndr.)».
Qualcosa si starebbe muovendo, però, per festeggiarne i venticinque anni dall’uscita. Venticinque anni dal discorso di Peppe Russomanno e Tanino Mendolia sugli scogli di Castelluzzo, dalla telecamera di Sally (un’esordiente Rachel McAdams) riconsegnata a Seaport, da mr. Chinaski, da Paride Benassai che interpretava il padre morto. «Ne parlavo con Virzì (il regista, ndr.) e Piccolo (Francesco, uno degli sceneggiatori, ndr.), e ci dicevamo: “Ma non dobbiamo fare qualcosa per i venticinque anni di 'Tanino'?”. Virzì mi ha chiesto se avevo delle foto. Io sono pieno. Gliene ho mandate una quarantina, aprendo un album vecchio.
Si scattava in pellicola nel 2001. Che tempi, Madonna… venticinque anni, ero un bambino. E contemporaneamente mi sembra ieri. Che film assurdo. È un film in cui c’è tanta verità». Tanino parte con il mito degli Stati Uniti d’America, la voglia di conoscere un grande regista e di diventarne a sua volta uno, ma s’impelaga in una serie di eventi imprevisti che lo portano a sovvertire il suo punto di vista, faccia a faccia con la fame, con la smitizzazione degli idoli e con la presa di coscienza che la sua famiglia, il suo mondo, la sua terra non sono puliti come i ricordi che glorificava ad ogni suo mancamento: «Sarebbe stato falso se ci fosse stato, nel finale, un cambiamento netto, completo, nel personaggio. Tanino alla fine è un po’ confuso, ancora, sulla vita.
Un viaggio ti cambia, ma poi torni… intanto torni e Tanino c’ha il servizio militare che l’aspetta. Oggi nessun ragazzo ha idea di cosa sia. Ma era un incubo, ti svegliavi la notte col pensiero. Davi diritto canonico, o mille materie propedeutiche per fare il rinvio. Tanino torna e c’ha la vita da affrontare. La vita di un ventenne nel 2001 è complicata. Come sempre, Virzì è sempre in qualche modo un po’ un mago, prevede il futuro. Prevede che la vita di quel ventenne lì lo porti a diventare adulto in una vita complicata, in un mondo molto complicato, in un Paese complicatissimo, dove non sei circondato da adulti, sei circondato da bambini travestiti da adulti e adulti travestiti da bambini. Ti fa perdere la lucidità su come comportarti. Da un punto di vista culturale oggi si raccolgono i frutti di quel 2001 ed è un disastro. C’è una depressione dilagante. Tanti miei amici sono depressi. Maschi, soprattutto.
Tutti hanno incertezze sul futuro. E per uno che se l’è scelta una vita così, con un mestiere come il mio, va bene. L’incertezza è endemica del gioco. Ma io ho amici avvocati che fanno ‘sta vita. Il contesto è tremendo. C’è gente che non sta bene, che non s’impegna. Siamo il Paese più anziano del mondo dopo il Giappone. È una tragedia di cui non parla nessuno. Non basterebbe una generazione per risolvere la situazione. È un momento complicato, più complicato del 2001. Quello attuale è lo scenario che si sperava non si venisse a creare nel 2001». Dopo “Tanino”, l’esperienza sul set dell’esordio alla regia di Battiato: «Venivo da un regista supertecnico, un grande regista, e Franco non aveva idea di come si girasse un film. Io avevo un po’ la spocchia di chi dice “Questo non capisce niente”.
A vent’anni a volte ce l’hai. Questo, sommato al timore reverenziale dell’essere l’alter ego di uno dei tuoi idoli» sembrò aver messo l’attore nelle condizioni di «non chiedere, non approfondire. In qualche intervista l’ho detto, che lui non mi spiegava, non è che mi diceva come meditare. Mentre facevo la meditazione io facevo finta, facevo dei movimenti. Un attore impazzisce se non gli dici cosa fare. Oggi avrei voluto studiare, avrei sommerso Battiato di domande… invece a lui non interessava. Lui diceva “Questo è un film-balletto, non è un’autobiografia”. Cioè, le cose sono rappresentate come in un balletto, non come in un film, non come nella vita vera. È una coreografia, più che una sceneggiatura. “Film-balletto” poi è una definizione bellissima. Proprio da Battiato».
Con la musica Corrado Fortuna ha da sempre avuto un rapporto privilegiato, a partire dalle colonne sonore dei film in cui ha recitato, che sono sempre state centrali ai personaggi: da “My Name Is Tanino” e le sue rocambolesche fughe al suono di Nick Drake (o le romantiche scoperte con in sottofondo i Tiromancino) sino all’incarnazione di un giornalista musicale Ludovico Revicchio, sfegatatamente fan degli immaginari Pluto in “I più grandi di tutti”. Più su s’accennava ai videoclip da lui diretti una quindicina d’anni fa, ma ci sono anche quelli in cui è stato protagonista: «Sono cose come le incursioni nei videoclip a tenermi vivo.
Levante fu la prima a chiamarmi (per “Ciao per sempre”, ndr.). Fu difficilissimo. Io lì piango dall’inizio alla fine. M’ero appena mollato dalla fidanzata, fu faticosissimo. Ma se lo riguardo sono stracontento. Antonio Dimartino mi chiese di fare “Giorni buoni”, a patto che con me nel videoclip girasse anche Shary (la moglie di Corrado Fortuna, ndr.). Lui e il produttore, Emiliano Colasanti, mi dissero “È la storia di una coppia, voi due funzionereste benissimo insieme”. E io: “Shary non può”. E loro: “Perché?”. E io: “Perché è incinta”. E loro: “Di quanto?”. E io: “Due mesi e mezzo”. E loro: “Tre quando li fa?”. Risposi “Il 3 gennaio. Ci chiamarono per girare il 4” (ride, ndr.)».
Nel video, diretto da Zavvo Nicolosi dei Ground’s Oranges, la coppia interpreta due amanti che tramite un complesso rituale esoterico evoca una divinità pagana (interpretata dallo stesso Dimartino), in quella che sembra una metafora dell’arrivo di un figlio («Senza volerlo ho appiccato un incendio dentro di me e te» si dice nell’ultima strofa): «E proprio in quel momento eravamo tutti e tre. Io, Shary e Vasco, mio figlio. Non lo sa nessuno. Il videoclip è un mondo meraviglioso. Avrei voluto farne di più, tipo uno al mese. Però per fortuna lavoravo già assai. È una bella palestra e sono bellissimi. Nel caso specifico quello era un video di Zavvo, che è uno che ha uno stile riconoscibilissimo. È un bravo regista, che in questo Paese purtroppo farà fatica.
Sono mestieri, quello del regista o dell’attore, che ti mettono costantemente davanti al nero più buio». L’incertezza. La paura. Che sembra non essere più una sensazione caratteristica dell’esordio, della gavetta, del lancio per un attore, o di un regista, o di un professionista dello spettacolo. Ma un timore messo a sistema, in un’industria che arranca sempre più sotto i colpi delle manovre governative. «Un attore della mia fascia, senza volermela tirare, in Germania, in Spagna o in Inghilterra, se la passa molto meglio – racconta Corrado Fortuna – . Ho fatto Cannes e Venezia nello stesso anno, ho preso un premio a Venezia… cosa devi fare di più (ride, ndr.)? Il problema è che in Italia, avendoci solo un cinema di fascia unica, non siamo come gli Stati Uniti o altri paesi in cui l’industria è reale.
Qui non abbiamo un’industria. Perché? L’industria come si forma? L’industria ha un’industria di fascia A, che guarda cosa fa la fascia B, prende quelli che le piacciono dalla fascia B e li porta nella fascia A, e l’industria si fa così, dai bulloni agli attori. Qui chi è fuori dalla “fascia A” fa fatica. Non c’è ricambio. Per questo continuo a stupirmi quando vengo scelto da registi come Martone. Ci rimango sempre, e penso “Perché hai preso me e non uno che ha preso due David?”. Anche per “Il ragazzo dai pantaloni rosa”. È un film di fascia alta, a darlo a uno più grosso non ci stavano niente. Invece ho fatto il provino – li faccio sempre, li faccio per tutto – e mi hanno preso».
Ma com’è possibile, allora, provare a riportare «il mondo a quote più normali», come cantava Battiato in “Povera patria”? Corrado Fortuna non lo sa, o meglio, sembra conoscerne la ricetta ma non sa se sarà possibile realizzarla. «Perché cambi un Paese ci vuole un governo che ti supporti. Questo è un governo che in questo momento sta mettendo in atto una ripicca tipo bambino che ha preso finalmente il pallone e non te lo dà più. Una vendetta irrazionale e illogica, perché questi 400 milioni di tagli, in un’industria in cui ogni euro investito ne produce cinque, è una cosa che torna loro indietro come un boomerang.
Quindi innanzitutto, deve cambiare governo e deve arrivare un governo un po’ illuminato. Per salvare il cinema. Che si renda conto che questa può essere un’industria vera, e la riformi. Ma in un Paese in cui si parla di riforme della scuola, della sanità, della giustizia ogni volta che viene eletto un governo, al cinema ci si arriverà con più ritardo.
La legge era scritta male, corretta peggio, ma era un tentativo. Il tax credit esiste in tutto il mondo, non ce lo siamo inventati noi “di sinistra”, noi “cinematografari e radical chic”. Però una cosa è cambiare la legge, un’altra è cancellarla. Il risultato è cancellare un’industria, Il cinema non è solo capitalismo, sono storie. Lo so, sto facendo un discorso da ragazzo ventenne, idealista… le cose si possono cambiare. Potenzialmente. Soprattutto ora che, paradossalmente, la gente in sala ci va. Se le cose non cambiano ci perderemo pure questa finestra e chissà quanti cicli, perché sono cicli, dovremo aspettare».
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