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Per tutti erano solo eretici: gli "artisti" dell'Inquisizione che a Palermo aspettavano la morte

I loro affreschi, allo Steri di Palermo, rimangono la testimonianza forte e decisa di un periodo tanto problematico e oscuro che ha lasciato i segni nel tempo, in tutti i sensi

Gianluca Pipitò
Ricercatore storico e dell'Arte
  • 5 marzo 2021

I disegni su muro nelle carceri dello Steri, sede del Tribunale dell'Inquisizione a Palermo

Paolo Confaloni, Paolo Majorana, Michele Murrichinu e Francesco Mannarino, sono solo alcuni dei nomi di personaggi vissuti in un periodo storico un po’ tenebroso e che ci hanno lasciato dei moniti che si sono conservati sin a noi a distanza di secoli, pertanto, carissimi lettori, vi porgo questa semplice domanda: vi ricordano qualcosa questi nomi?

In generale, credo, almeno nella mente dei non addetti ai lavori, non rievocano personaggi importanti per la storia della Palermo seicentesca ma, pur nel loro oblio, rappresentano un anello di congiunzione importante per la storia della Capitale, soprattutto se riferita al Tribunale della Santa Inquisizione ed alle sue carceri.

In questo articolo chiacchiereremo su questo ricordo storico, essendo stato stimolato dagli studi svolti dall’architetto Margherita Mancuso, la quale si è occupata dei lavori di restauro delle celle delle prigioni dell’Inquisizione conservati all’interno di Palazzo Steri (Ostello Magno) e che ha rappresentato perfettamente nel suo articolo pubblicato sulla rivista Kalòs nel settembre del 2006.
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L’autrice dell'articolo ha dato vita alle esperienze dei prigionieri in attesa di giudizio o di abiura che, tra l’altro, sono stati riscoperti anche sotto una luce artistica e culturale soprattutto religiosa dimostrando, come vedremo, addirittura una anticipazione dei movimenti pittorici avanguardistici novecenteschi.

Durante il ciclo di restauro di questa zona dell’edificio, che fu sede del Tribunale dell’Inquisizione, vennero scoperti dei disegni su muro raffiguranti Santi, scritte, dediche e poesie realizzati dagli “ospiti” delle celle ed in cui risalta l’aspetto della loro complessità sia figurativa che simbolica.

È interessante osservare innanzitutto la preparazione sulla vita dei santi e la relativa simbologia attributiva, ma anche le dimensioni delle raffigurazioni che, in alcune opere, prendono vaste porzioni di parete, come nel caso di Sant’Andrea e della Maddalena, ma anche la tecnica di realizzazione e, per così dire, la “mano” dell’artista o degli artisti che hanno partecipato alla realizzazione dell’opera.

Scendendo nei particolari degli affreschi notiamo anche i vari dettagli (che fanno la differenza) che si possono osservare nelle opere.

Come nel Sant’Andrea dove, per esempio, un filo (un segna libro, come ipotizza l’autrice?) scende sul libro che il santo tiene in mano, oppure il filare di bottoni che dal colletto scorre giù lungo l’abito o anche dai chiaroscuri dovuto al movimento delle vesti (formato da tante piccole righe) o la sovrapposizione del corpo disteso della Maddalena con ai piedi il teschio ed il viso lagrimante rivolto verso la pietra tombale del Cristo, dove al di sopra è posta l’ampolla dell’unguento (potrebbe essere la mirra che appunto veniva spalmata sul corpo dei cadaveri?).

Oppure, se posso azzardare una ipotesi ancor più spinta, potrebbe rappresentare la pisside dove viene posta l’ostia consacrata in diretto riferimento alla tomba Cristo e all’ultima cena, quindi, in pieno riferimento al ciclo della rinascita e cioè simbolo della resurrezione.

Ma la parte che mi ha colpito in particolar modo, anche su indicazione dell’autrice e di cui concordo l’interpretazione e paragone, è un particolare degli affreschi raffigurante il purgatorio in cui i condannati raffigurati sembrano una anticipazione delle opere di Edvuard Munch.

Mi soffermo, infine, per precisione, alla definizione di “affresco” poiché, a quanto pare, le opere venivano realizzate direttamente sull’intonaco utilizzando come colore un impasto di cocciopesto e miscelato con legante di tipo organico che veniva poi steso sulla parete utilizzando un bastoncino dalla punta affilata.

Altre opere sono apparse durante i lavori ed anche scritte e ricordi ad opera del Majorana, del Mannarino o del Murrichiuni, in cui si esprimono ricordi o versi di terrificante verità e profondità soprattutto se correlati alla fine che si aspettavano i carcerati.

Infine, dallo splendido lavoro della professoressa Maria Sofia Messana sappiamo chi erano e per cosa furono condannati alcuni autori degli affreschi, come Francesco Mannarino, rinnegato palermitano, e Paolo Confaloni stregone di Trapani che con il loro lascito figurativo ci riportano a vivere quei momenti detentivi, gettati per anni nei tuguri delle carceri inquisitoriali così tremendi da non far distinzione sociale ed in cui veniva tolta non solo la libertà personale ma anche la dignità perché lasciati alla mercè dei carcerieri e dei giudici.

In definitiva, una testimonianza forte e decisa di un periodo tanto problematico e oscuro che ha lasciato i segni nel tempo, in tutti i sensi.
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