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Più della corazzata Potëmkin: una pasta tutta siciliana è la vera "cacata" (pazzesca)

Vi sveliamo storia, aneddoti e curiosità della ricetta siciliana della "pasta alla cacata" che, solo all'apparenza, potrebbe sembrare una semplice pasta con ragù (corretta)

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 21 marzo 2021

Avete presente quelle cenette a lume di candela con Frank Sinatra di sottofondo che vi accompagna sulle note di “Nice N’Easy”?

Taglio di capelli nuovo, abito appena uscito dalla tintoria, scarpe così lucide che vi ci potete specchiare e i vostri gemelli per le occasioni speciali che tengono ben su i polsini della camicia nuova sulla quali avete fatto ricamare le vostre iniziali e le sue.

Il vino di Borgogna del 98’ lo avete scelto di proposito perché il colore rubino si abbina perfettamente al vestito della vostra innamorata che non è mai stata così bella e affascinante.

Lo schiocco delle dita di Frank coincide con la stappatura della bottiglia cui tappo comincia a diffondere i sentori floreali in quello spazio intimo e raffinato, e il cin cin è perfettamente sincrono con la notifica dello smartphone che vi avvisa che le vostre azioni sono salite di altri due punti.

L’antipasto neanche a dirlo è stato superbo, il resto della serata non può che prospettarsi meglio ancora.



«Amore - vi sussurra lei -, cosa è questo profumino che viene dalla cucina? Zitto, fammi indovinare! Filetto di angus in salsa di mango e liquirizia?». «No tesoro, di più: è pasta alla cacata!».

E così in quattro e quattr’otto svanisce il sogno: lei è così brutta che non si può guardare manco con gli occhiali per saldare, il vino era di Bolognetta, il vestito è quello del funerale del prozio che manco conoscevate, e altro che azioni... manco i piccioli del monopoli possedete.

Vi risentite per un due di picche? Ma no, prendetela con filosofia, in fondo le avete provate tutte: corta e larga, lunga e stretta, rigata, a forma di conchiglia, quella che strozza i preti, al nero di seppia, paglia e fieno, a forma di anello, ditalini, la farfalla, i succhietti, le lingue di passero e la puttanesca che ovviamente va con tutti.

La colpa è sua, della vostra ragazza, che non sa apprezzare le cose buone ed è andata a cadere giusto giusto sulla cacata. Magari si aspettava di più non sapendo che voi siete sempre stati schiavi del fatto che "come la mettete la mettete", anche sbattuta al muro, la pasta è sempre buona.

Ora, per prima cosa dobbiamo partire con lo specificare che una cosa è una pasta cacata, altra cosa è una cacata di pasta. Dovete sapere che invece si tratta di un piatto deliziosissimo tipico della Sicilia e nella fattispecie delle zone del palermitano.

Ricordo che una volta, molti anni fa, invitarono la trasmissione “La vita in diretta” a Trabia (il paese dove gli spaghetti sono stati inventati e in cui vivo), e una signora intervistata, che aveva il compito di presentare un primo piatto tipico lo fece proprio con questa nonchalance: “alla cacata!”... che ricordi stupendi di una gioventù felice!

Già, ma cosa è questa pasta cacata o alla cacata e come è fatta?

La cacata altro non che è una pasta condita con un ragù di carne di vitello, salsiccia di maiale, puntine di maiale, cotenna e carne, sempre di maiale, mista. La particolarità è che viene ulteriormente condita con una freschissima ricotta di pecora che, per la serie Kaori voleva fare la modella e ora manco si può catamiare (muovere), la rende ancora più light.

Chiaro, direte voi, fin qui sembra una semplice pasta con ragù corretta, o per dirla alla palermitana: maritata. E invece no, perché anche questa volta, come sempre d’altronde, sono i dettagli a fare la differenza.

Se volete che la vostra cacata diventi una cacata pazzesca, avete solo da aggiungere il formato di pasta che più si addice a un piatto di cotanta prelibatezza.

Il ragù, che più che essere denso deve raggiungere la consistenza del catrame, infatti deve essere legato solo e soltanto allo “sciabò”, cioè un formato di pasta lunga che sembra la margherita ma che invece di avere entrambi i lati arricciati ne ha uno liscio e l’altro riccio (tutto sbrechisi stu sciabò!, cioè alla moda).

Se le quantità sono esatte e se il cuoco se la cava con le cacate, una volta mantecato il tutto, il piatto dovrebbe assumere l’aspetto e la colorazione di un’escrezione (in italiano tecnico), di una Chuánwěi in cinese, Unchi in giapponese, poop in tedesco, uthuvi in lingua zulu, fezes in portoghese, rufa in polacco, yatabarz in arabo, segera in aramaico, kakat’ sorprendentemente in russo e stercus in latino: insomma una pasta davvero internazionale!

Questa, stando, alle credenze popolari, dovrebbe essere la versione più credibile sull’origine del nome. Tuttavia, siccome voce di popolo mezza verità, c’è pure altra versione più pittoresca che, anche se poco probabile, è giusto riportare.

Tutto dovrebbe partire dai tempi dei nobili, dei palazzi sfarzosi, delle crisi del grano, delle dominazioni, dell’estremo lusso e dell’estrema povertà.

È cosa risaputa che questi nobili, che poi erano tutti proprietari terrieri, avessero il bellissimo vizietto di giocare a nascondere il grano in tempo di carestia per farne salire il prezzo e poi rivenderlo a compratori coi piccioli (i soldi) in giro per l’Europa (è da loro che i nostri amministratori hanno preso ispirazione per la gestione delle crisi economiche).

E quale era per un nobile il più grande sfarzo da sfoggiare proprio durante le crisi del grano? Ovvio, sfondarsi di carboidrati dalla mattina alla sera a tipo Bud Spencer e Terence Hill con i fagioli. Siccome spesso valletti e inservienti venivano dal popolino capitava che finito il turno di lavoro andavano a cantare tutte cose ad amici e parenti nelle taverne.

Questa ricetta in particolare era molto di moda per la festa della Madonna perché, essendo che le pecore con l’avvento dell’autunno cominciavano a trovare erba fresca, la prima ricotta buona cadeva in quel periodo.

Il popolo affamato, poveretto, sapendo e vedendo che non si trovava manco una suoletta di scarpa per metterci una fetta di salame dentro, se la prendeva un po' malamente con quegli ominicchi ben vestiti che possedevano il grano e sotto le feste si facevano le meglio mangiate.

Per questo motivo, dato che i signori in questione erano soliti annacarsi tutti (ostentare) e camminare alla sanfasò, con il mignolino sempre all’aria, li etichettarono con il termine di “cacati” e da questo l’origine del nome della pasta.

A prescindere dalle versioni più o meno credibili, ora che sapete l’origine di questo piatto delizioso c’è solo da mettersi ai fornelli e riportarlo in auge.

A tal proposito, insieme al buon appetito, non mi che resta che augurarvi buone cacate a tutti!
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