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Polveri d'amore e intrugli curativi: i segreti di Palermo tra erbaioli e centro storico

Esistono ancora a Palermo alcuni negozi che vendono erbe curative ma non hanno una grande vendita: torniamo indietro nel tempo agli "erbaioli" tra pozioni e polveri

Santi Gnoffo
Ricercatore storico e delle Tradizioni popolari siciliane
  • 27 marzo 2019

Un angolo del centro storico di Palermo (foto di Marco Amato)

Una delle tante prerogative del nostro tempo è quella di rivalutare alcuni mestieri che sono stati abbandonati. In questo caso parlerò dei vecchi negozi che vendevano erbe curative.

Oggi, le erbe curative sono tornate di moda e si possono acquistare nelle farmacie, nei centri benessere e persino nei supermercati.

Esistono ancora a Palermo alcuni negozi che vendono erbe curative ma non hanno una grande vendita.

Probabilmente perché i locali non sono lussuosi, le vetrine poco raffinate e poco illuminate. Un tempo in città c’erano diverse erboristerie. Di solito all’esterno, per attirare l’attenzione dei passanti, c’erano alcuni fasci di erba attaccati al muro con un chiodo.

L’arredamento interno era molto povero, un semplice bancone, un mobile con molti cassetti dentro i quali venivano poste le piante medicinali essiccate. E soprattutto un odore particolare.

Non sempre coloro che si recavano in questi negozi erano ammalati, alcuni avventori, quasi giornalmente non mancavano di bere un bicchiere di acqua di malva e gramigna: rinfrescante e diuretico.

Anche il decotto di fico d'india era molto richiesto: è un toccasana per le vie urinarie. Ancora oggi è richiesto. Si prende a digiuno.

Un altro cocktail che si usava era composto da Centurippa, Coda di cavallo, Uva ursina, Gramigna e Ruggia: serviva a sciogliere i calcoli renali ed epatici.

La bravura dell’ erbaiolo era quella di miscelare le dosi esatte. C’erano anche le erbe per debellare il verme solitario, i dolori e l’unguento per le emorroidi.

C’era anche qualche erbaiolo che preparava "polvere magiche" su commissione di qualche fattucchiera: "La polvere dell’attiramento", da versare nel cibo della persona che si voleva conquistare; “La polvere d’amore” per fare innamorare; i "Semi di pace e concordia" per riportare l’armonia in famiglia.

Le erbe un tempo venivano raccolte dai contadini che le rivendevano agli erboristi. Ciò avveniva in periodi particolari, ogni erba, infatti, doveva essere raccolta in particolari periodi perché raggiungesse il massimo del potere curativo.

C’era poi il periodo dell’essiccamento. Anche questo doveva avvenire in un ambiente climatico particolare: ventilato e senza umidità.

L’erbaiolo conosceva le virtù terapeutiche di ogni erba, il tempo esatto della bollitura, la giusta dose e la preparazione dei decotti. Per esempio dalla bollitura eccessiva della malva non si ottiene un buon decotto rinfrescante ma una poltiglia per fare gli impacchi.

Queste conoscenze erano frutto di anni di esperienza lavorativa, per questo gli erbaioli era gelosi dei loro “segreti” e li tramandavano da padre in figlio. Probabilmente, l’esercizio più antico di Palermo è quello della famiglia D’Angelo (1769) che ancora opera in via Dante.

Nei primi anni del Settecento, c’erano alcuni orti adibiti alla coltivazione di erbe medicinali: Principe della Cattolica a Misilmeri, dei monaci Gazzara al convento di Sant'Antonino, del marchese Ingastone, del principe di Galati (via Cavour) e del gesuita Pietro La Lumia.

Uno dei negozi più rinomati della città si trovava in via Garraffello n° 7, nel quartiere Vucciria. L’ultimo a gestirlo fu ‘U zu Natale, figlio e nipote d’arte.

La gente credeva all’efficienza di queste erbe medicinali e sino agli anni 60/70 alcune di queste pozioni erano consumate quasi quotidianamente.

Poi il progresso, l’avvento della medicina industriale, lo snobismo e la cattiva informazione decretarono la lenta agonia di questi artigiani sanitari.

Oggi le persone che fanno questo mestiere, oltre ai segreti appresi dai genitori abbinano lo studio vero e proprio delle erbe che utilizzano.

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