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Poveri (e pure lagnusi) sì, ma con dignità: perché in Sicilia si dice "ni liccamu a sarda"

Usato per indicare un momento di difficoltà economica, in realtà ha almeno altri due significati. Vi raccontiamo origini e usi del celebre modo di dire siciliano

Alessandro Panno
Appassionato di sicilianità
  • 30 novembre 2023

Un piatto di sarde

A saidda è saidda. C’è picca i riscurrere. In Sicilia, assieme ad altre prelibatezze per carità, le sarde sono protagoniste della cucina, nonostante siano considerate un pesce "povero".

A partire ra pasta chi saidde, la cui leggenda vuole, sia stata ideata dal generale bizantino Eufemio da Messina, il quale messo alle strette dagli eventi bellici, le usò per sfamare le sue truppe, unendo quello che trovava in loco o aveva in cambusa, (finocchietto selvatico, passolina e pinoli), finendo alle sarde a beccafico e le sarde allinguate, entrambe buonissime ed entrambe nate per imitare, le prime gli arrosti di Beccafico, uccello di appannaggio solo nobiliare, e le seconde per allattariarisi con l’amici e far finta che si stava servendo le "lenguados", ovvero filetti di sogliola infornati tanto in voga presso le corti nobiliari ai tempi della dominazione spagnola.

Come sempre, il popolo siciliano in un modo o nell’altro ha sempre trovato il modo per non essere da meno, almeno sulla tavola, ai nobili, anche quando non ne aveva la disponibilità economica. D’altronde, a noi, ammettiamolo, ni piaci fare i "tiskitoski" anche quando non possiamo, e contrasti, ed a volte un po’ di incoerenza, hanno rariche belle profonde nel nostro DNA rendendoci così particolari.
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Fatta questa premessa, è quindi facile capire, come lo stesso alimento, possa essere metro di paragone sia per simulare opulenza e ricchezza, ma anche, in modo del tutto opposto, farne una vera e propria filosofia di vita. Anche i più finuliddi, almeno una volta nella loro vita hanno usato l’espressione "liccarisi a sarda".

Di solito sta ad indicare un momento di difficoltà, spesso di tipologia economica, per il quale viene complicato anche il semplice sostentamento, magari anche a sproposito di chi posteggia un Suv da assaipicciuli di traverso sul marciapiede. «Perciò Giovà c’ha vieniri sta istate a Sciamesceik?», «ma chi Totò, sta istati a passamu a Triscina nu villino e me suocera…camurria…ni putemu liccari a sarda!».

Ma "leccarisi a sarda" per un siciliano non è solo affrontare un momento difficile. Non sia mai che in terra sicula una parola o affermazione possa avere un semplice e solo significato. Questa stessa affermazione può essere usata anche per procastinare o evitare di fare qualcosa che richiede un certo impegno e ni siddia ra bella.

«Giovà c’hamu agghiri a cuogghiere luppina?» e lui «ma c’ha fari Totò, ne putiemu leccari a sarda!».

Il tutto origina in tempi bui, in cui il popolino siciliano aveva realmente difficoltà a mettere qualcosa in tavola, e, al pari del pani cu ciavuru che si usava quando non si poteva acquistare il caciocavallo, si usava l’invettiva, facendo stricare il pane su una o più sarde salate appese ad essiccare ad una trave della casa, in modo tale che si insaporisse e desse la sensazione di poter magiare pane e sarde salate.

I più temerari saltavano la fase della stricatina, e, andando direttamente alla fonte, leccavano, nel vero senso della parola, la sarda salata appesa e poi, con ancora in bocca il gusto del pesce, dare un bello muzzicone al pane.

Di questa consuetudine, ne parla anche il poeta palermitano Giovanni Meli, che nella sua opera "su lu piaciri", descrive chi è disposto a vivere da miserabile pur di mettere da parte la lanna. Egli scrive "…cui lu cerca ntra summi smisurati, e si suca la sarda, acciò sparagni", (…c’è chi lo ricerca in ricchezze smisurate e si succhia la sarda pur di risparmiare).

Tuttavia, siccome a noi piace viaggiare leggeri, voci di popolo non meglio precisate danno altre due origini a questa usanza. Come recita un noto spot, se non ti lecchi le dita godi solo a metà, per cui si pensa che tale espressione possa provenire anche dall’usanza di leccarsi le dita, in cui magari erano rimasti dei pezzetti, dopo aver consumato una pietanza a base di sarde o semplicemente averle mangiate direttamente dalla boatta in cui erano conservate.

La seconda si rifà alla capacità sicula di non lasciarsi scappare mai nessuna occasione di poter usufruire a tinchitè di qualcosa che è a gratisse! Sposando appieno il concetto della "tavola è trazziera", sembra che, anticamente, quando si veniva invitati ad uno schiticchio in cui era assicurata la presenza abbondate di vino, tipo open bar, gli invitati poco prima dei festeggiamenti avessero l’abitudine di leccare le sarde salate o addirittura il sale rimasto nei contenitori, in modo tale da apprisintarisi con una sete tale da potere calarsi il vino e dare giusto onore alla tavola.

A pensarci potrebbe essere cosa buona anche se si deve giocare ai tocchi, ma questa è un’altra storia.
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