Preziosi tesori d'arte, rocche e mandorli in fiore: sei in Sicilia a Puntale Pistulona
Vi portiamo a Pezzolo, villaggio collinare, per un’escursione tra le sue numerose rocche. Del resto, il suo nome deriverebbe dal greco antico Piczuli, muro di pietra
Puntale Pistulona in Sicilia
Già nei primi tornanti in macchina è impossibile non alzare lo sguardo verso l’imponente e maestosa sagoma chiara, perfettamente rettangolare, del recentemente restaurato Monastero benedettino di San Placido Calonerò, oggi sede di un istituto agrario. Nel suo ampio cortile si aprono due splendidi chiostri di chiara impronta tardo rinascimentale, con archi a tutto sesto e uno stile squisitamente toscano, che avevamo già avuto modo di apprezzare in altre occasioni.
Abbiamo quindi proseguito lungo la strada costeggiata da qualche casa colonica e da un’abitazione con un grande ovile in terra battuta, ben recintato da robuste palizzate. Dopo alcuni chilometri tra campi coltivati opportunamente recintati, siamo giunti in vista del nucleo compatto dell’abitato di Pezzolo. Poco prima abbiamo deviato su una strada abitata che conduce ad un suo rione, dove abbiamo lasciate le auto per proseguire a piedi. La strada è poi diventata una sterrata, ma comunque rotabile. Dopo circa un’ora di cammino e superato un dislivello di circa 100 metri, abbiamo lasciato questo tracciato per raggiungere le prime rocche, chiamate dai locali Ciaulare, luogo ideale per la nidificazione di rapaci e piccoli corvi, che infatti abbiamo visto levarsi in volo.
A poche centinaia di metri in linea d’aria si scorgeva il monastero benedettino di S.Anna, risalente al trecento ancora in piedi ma con la patina bruna conferita dal tempo, e alle sue spalle una cuba bizantina : testimonianze preziose della ricchezze storiche del nostro territorio. Avvicinandoci ulteriormente alle rocche, abbiamo percorso un crinale non particolarmente ripido, ma disseminato da speroni rocciosi dalla forma di piramidi irregolari.
Giunti sul ciglio, proprio sotto di noi, perfettamente visibile, appariva il compatto abitato del villaggio, che offriva uno spettacolo sorprendente per la sua vivace ricchezza cromatica: case a più elevazioni, con ampi balconi e terrazze su livelli diversi, tinte chiare o gialle, restaurate e tirate a lucido. Uno scenario inaspettato se si pensa che il villaggio, nel corso degli anni, si è spopolato, passando da circa 1.000 a soli trecento abitanti. Case che un tempo ospitavano intere famiglie oggi accolgono spesso solo pochi anziani, ma restano veri e propri palazzi, solidi e ben costruiti. È un vero peccato pensare che, se la tendenza allo spopolamento dovesse continuare, questo prezioso patrimonio edilizio possa andare perduto. Dopo aver goduto di quella vista, siamo tornati sui nostri passi per proseguire verso Puntale Pistulona.
Lungo il cammino abbiamo incontrato un contadino al quale abbiamo confidato la nostra meta. «Buon divertimento», ci ha detto con un tono poco convinto. A me, quell’incontro ha fatto subito pensare all’ascesa del Monte Ventoso narrata da Francesco Petrarca, quando il poeta, insieme al fratello, fu sconsigliato da un pastore incontrato all’inizio del cammino, ma nonostante ciò ha proseguito come abbiamo fatto noi ben più umili escursionisti. Ci siamo inerpicati per un pendio aspro e ripido, privo di sentieri, camminando su un terreno scavato dalle acque, in precario equilibrio tra gibbosità e pietre da scansare. Nessun albero a proteggerci, solo arbusti rinsecchiti e poderose raffiche di vento che sferzavano il crinale. Provvidenziali i cappucci delle nostre felpe per proteggere testa e orecchie. Giunti in cima — a 650 metri sul livello del mare — il vento sembrò placarsi, oppure fu lo spettacolo impareggiabile davanti ai nostri occhi a farcelo dimenticare.
Non avevamo alcun ostacolo visivo: lo sguardo spaziava sull’intero Stretto, grande corridoio azzurro tra due coste brune, e ancora oltre, verso una distesa marina che si perdeva in direzione della provincia di Catania. Le gambe avevano faticato per portarci fin lassù, ma gli occhi godevano senza misura. Siamo rimasti a lungo in contemplazione, ma il tempo è sempre tiranno e abbiamo dovuto riprendere il cammino.
Al mattino, arrivando in zona, avevamo scrutato il cielo solcato da nubi a pecorelle e temuto pioggia a catinelle. Invece le nuvole si sono diradate e l’escursione è stata per lo più soleggiata: una fortuna insperata per la stagione. Ripresa la strada del ritorno lungo il percorso ad anello, erano ormai le 13.00.
Abbiamo attraversato un territorio variegato: uliveti, ciliegi ancora spogli e casolari abbandonati. Via via che scendevamo, superando brevi ripiani, la visuale si ampliava sempre più, permettendoci di ammirare il paesaggio ondulato dei rilievi e l’ampia costa su cui ci trovavamo. Colpivano gli ordinati terrazzamenti ancora intatti che, sui versanti più ripidi, potevano ricordare le piramidi a gradoni delle antiche civiltà sudamericane, come i Maya e gli Inca. Ma soprattutto riempiva l’animo di letizia la vista dei mandorli in fiore: sembrava che la natura si fosse addobbata a festa.
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