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Quando Palermo ospitava reali e imperatori: a "casa" dei baroni di Palazzo Ajutamicristo

Da 60 anni il palazzo, nel cuore del centro storico di Palermo, è abitato dai baroni Vincenzo e Pia Calefati di Canalotti che lo vivono come "casa museo". Ecco la loro storia

Rosa Guttilla
Giornalista
  • 25 maggio 2021

La facciata di Palazzo Ajutamicristo a Palermo

Nel cuore del centro storico di Palermo, a pochi passi da altri importantissimi monumenti della città, si trova Palazzo Ajutamicristo, una dimora tardo-quattrocentesco nei secoli ampliata e modificata.

Ad abitarla da circa sessant'anni sono i baroni Vincenzo e Pia Calefati di Canalotti.

«Questo palazzo è sempre stato abitato già dalla sua costruzione - racconta la baronessa Pia Calefati di Canalotti -. Tale aspetto è proprio una particolarità di questa dimora.

Da quando ne abbiamo cura io e mio marito, e nel tempo anche mia figlia, lo abbiamo mantenuto in modo che non fosse un museo in piena regola, ma una casa-museo».

«Questo dettaglio è una delle chicche che affascina sempre i gruppi di turisti che vengono in visita - aggiunge la baronessa -. La nostra dimora è ed è sempre stata vissuta come casa, nel rispetto, ovviamente, della sua storia e del valore artistico e culturale che qui vengono custoditi».



Il Palazzo prende il nome da Guglielmo Ajutamicristo, barone di Misilmeri e di Calatafimi, che l'aveva fatto costruire per la sua famiglia tra il 1495 ed il 1501.

Guglielmo Ajutamicristo, banchiere di origine pisana, arricchitosi con il commercio di formaggi e di cereali siciliani, da tempo desiderava realizzare nella città "tutto porto" una domus magna che bene potesse rappresentare la sua ricchezza e che risultasse da ornamento e decoro alla città stessa.

L'occasione gli fu offerta dall'arrivo a Palermo del celebre architetto Matteo Carnilivari, autore tra gli altri di Palazzo Abatellis, oggi sede della Galleria Regionale della Sicilia.

A lui venne affidato il compito di edificare il palazzo, realizzato dopo tre anni solo in parte, perché l'impresa era troppo costosa.

Carnilivari rielaborò le forme Gotico-Catalane integrandole con un nuovo concetto di spazialità, tipicamente rinascimentale, vera novità nel linguaggio architettonico dell’epoca a Palermo.

Progettato con un nucleo centrale merlato alla ghibellina, e due corpi laterali, l'edificio aveva l'aspetto generale medievaleggiante, caratterizzato dall’uso della viva pietra, dagli archi ribassati con ghiere aggettanti e archi ogivali.

Il portale in pietra intagliata, con grande arco ribassato dalle vibranti modanature, è certamente l’elemento più conosciuto della facciata, progettato dal Grisafi quando Carnalivari aveva lasciato la città.

Questo presenta, al centro, un rombo con i simboli araldici degli Ajutamicristo.

Il Palazzo, oltre alle opere artistiche che ospita - di cui vi diremo tra poco - annovera nei secoli ospiti importanti che lo scelsero per il loro soggiorno a Palermo.

In particolare, nel 1500 ospitò la regina Giovanna, moglie del re Don Ferrante di Napoli; nel 1535 vi soggiornò l'imperatore Carlo V che, non potendo alloggiare nel Palazzo Reale non adatto alla sua magnificenza, scelse il Palazzo sulla strada di Porta Termini.

Successivamente, nel 1544, vi dimorò Muley Hassan, re di Tunisi, poco prima di essere accecato da suo figlio Ajaja; nel 1576, invece, vi fu ricevuto Don Giovanni d'Austria, fratello del re Filippo II, vincitore della battaglia di Lepanto alla quale aveva preso parte anche l'ammiraglio Marcantonio Calefati con la flotta pisana.

Siamo sul finire del ‘500 e Margherita Ajutamicristo concede il palazzo a Francesco Moncada, primo principe di Paternò, per il canone di 390 onze annuali, concessione che ben presto si tramutò in proprietà.

Altra tappa importante nella storia della proprietà del Palazzo risale a due secoli dopo. Nel 1800 i Moncada vendono il Palazzo alle famiglie Calefati di Canalotti e Tasca d’Almerita (che lo venderanno, in seguito, alla Regione Sicilana).

Oggi la famiglia Calefati detiene la sua parte di proprietà, che corrisponde al piano nobile, mentre l'altra metà è stata, come dicevamo, acquistata dalla Regione Siciliana.

«Da quando abbiamo ricevuto il Palazzo, eredità dei miei suoceri - spiega la baronessa -abbiamo sempre provveduto a mantenerlo, a nostre spese, conservando il mobilio originale ma, come dicevo, vivendolo come una casa. Dico sempre che a Palazzo Ajutamicristo si respira "aria moderna".

Per questo chi lo visita, quando scopre che le sue origini risalgono al '400, rimane sorpreso. Qui abbiamo celebrato il matrimonio di mia figlia Maria, le comunioni dei nipoti, insomma è una casa, particolare certo, ma vissuta pienamente».

Normalmente, oltre ad essere aperto alle visite guidate, condotte dagli stessi proprietari, Palazzo Ajutamicristo viene aperto per piccoli banchetti o eventi particolari che, comunque, non mettano a repentaglio mobilio e arredi originali.

Il Palazzo infatti, è Monumento Nazionale e fa parte dell'Associazione Dimore Storiche Italiane.

«Gli ultimi lavori che hanno coinvolto la nostra proprietà risalgono a circa trent’anni fa - prosegue -. Tra le bellezze da vedere all’interno del piano nobile c’è di sicuro il soffitto affrescato, della scuola di Vito D’Anna, ancora in discrete condizioni; e poi la sala da ballo, la cui superficie, di 200 metri quadri, si affaccia sulla terrazza fiorita».

Quest’ultima è detta “Cortile del Petrosino” e, insieme al loggiato, si affaccia su due grandiosi cortili ricchi di palme esotiche oleandri e banane.

«Quest’ultimo anno è stato molto complicato - ci ha detto la baronessa Pia Calefati di Canalotti - ma adesso, nel rispetto delle nome anti-Covid, stiamo ricominciando le nostre attività.

Cosa c’è nel futuro del Palazzo? Sicuramente sarà nostra figlia Maria a riceverlo in eredità e, se vorranno un domani, le nostre nipoti. Il futuro del Palazzo è al femminile (ci dice sorridendo)».
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