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Quella volta che le monache palermitane si volevano maritare: storie di batticuori proibiti

Se prima fabbricavano dolci eccellenti per mandarli ai predicatori, ai confessori e ai benefattori ci fu un momento in cui le monache di Palermo iniziarono a preparare dolci solo per il generale

Maria Oliveri
Storica, saggista e operatrice culturale
  • 3 febbraio 2022

All’indomani delle imprese di Garibaldi in Sicilia, il giornale campano “I tuoni” proclamava l’arrivo dell’Apocalisse citando una nota nina nanna napoletana: “Aiuto, aiuto lu munn’è perduto/ le monache se vonno mmaretare.”: le monache si volevano sposare, tutte, senza distinzione d’età e di leggiadria.

Le monache in questione erano quelle palermitane, che mentre un tempo fabbricavano dolci eccellenti per mandarli ai predicatori, ai confessori e ai benefattori adesso preparavano dolci solo per Peppino Garibaldi. Il loro cuore, all’unisono, batteva per il generale!

Facciamo un passo indietro, per spiegare come si accese tale passione: Il 27 Maggio Garibaldi entrava a Palermo. Al primo albore del 28 l’esercito borbonico dava fuoco alla loggia dell’incoronazione, saccheggiava il monastero della Badia Nuova e distruggeva il monastero dei Settangeli. Le monache venivano salvate dal pronto accorrere dei garibaldini e dai giovani palermitani che combattevano con loro. Le povere suore, pallide e tremanti, pure sorridevano ai soccorritori. Due di esse si recarono al palazzo pretorio e alla vista di Garibaldi si inginocchiarono. Egli disse loro di alzarsi e le fece accompagnare in un altro monastero.
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Distruzione, rovine e numerose vittime causarono quel giorno le bombe. Furono danneggiati anche il monastero dell’Assunta, parte del monastero di Santa Rosalia, parte del monastero del Cancelliere e l’intera sacrestia, parte del monastero delle Vergini, parte del monastero di Montevergini. Più bombe dirette al palazzo pretorio caddero sul monastero di Santa Caterina e una scoppiò sul tetto, dal lato di Via Toledo (oggi via Vittorio Emanuele) provocando un gravissimo incendio, la successiva distruzione e il crollo di un’intera ala. Le monache si ricoverarono dapprima nell’oratorio, poi nelle catacombe (cripta).

Infine i cacciatori delle Alpi e alcuni studenti riuscirono a metterle in salvo. Il generale si recò a visitare le poche monache rimaste nell’edificio e quella breve visita conquistò la benevolenza delle religiose, le quali, scusandosi di non avere altro di meglio, gli regalarono un cartoccio di zucca candita.

Sorse proprio all’epoca tra le monache di Palermo allora la leggenda che Garibaldi discendesse da Sinibaldi, dai parenti di Santa Rosalia e che da Lei fosse stato inviato a liberare Palermo dal tiranno. “E me l'ha detto una monaca pia / ch ' egli è fratello a santa Rosalia ! La Santa gli ha mandato un talismano tessuto in cielo con la propria mano”.

Dopo questi fatti la figura leggendaria di Garibaldi aveva acceso la fantasia delle monache palermitane, le quali ne diventarono santamente innamorate. Ogni giorno comparivano alla residenza del generale copiosi doni di canditi, di cotognate, di buccellati, di bocche di dama, adorni di filigrana, di nastri ricamati e d’igni qualità di minuti lavori monacali.

Una letterina pia, ed anche un tantino erotica accompagnava spesso il dono : «A te , Giuseppe , Eroe e Cavaliere come San Giorgio , bello e dolce come un Serafino. Ricordati delle monache che t’amano teneramente e pregano Santa Rosalia che ti faccia beato nel sonno e nella veglia».

Una mattina le monache di Valverde inviarono per mezzo di un’ambasciata al Dittatore una torta enorme, bianca rossa e verde, decorata con ogni sorta di frutta candita; in mezzo vi era scritto: Garibaldi.

Nel centro vi era posta la bandiera nazionale tutta di pasta reale. Mandarono anche un pesce di meravigliosa grandezza fatto nella più squisita maniera e poi ancora un altro vassoio colmo d'ogni sorta di dolci, compresa la zuccata: tutto pieno di eleganti carte e fettucce tricolori. Il Generale espresse i suoi mille ringraziamenti e mandò ad avvisare le monache, che il giorno dopo alle ore dodici sarebbe andato a ringraziarle. Esse prepararono un magnifico dejeuner di gelati, caffè, cioccolatte, dolci d'ogni sorta, biscotti.

Quando arrivò lo condussero al refettorio dove era preparato il buffet. Egli non prese che un poco di caffè, mezzo biscotto di quelli col cimino (seme d'anice) ed un cucchiaio di gelato, lodando molto i sorbettieri di Sicilia.

Un altro giorno Garibaldi visitò anche il convento di S.Francesco di Sales, fuori da Porta Nuova. Le monache preavvertite prepararono una colazione con i fiocchi. La paziente industria del chiostro, nella più svariata confezione dei dolci, brillò sulla ricca mensa. Castelli di zucchero, tempietti, cupole di zucchero, e nel centro la statua di garibaldi di zucchero. All’eccezione d’alquante attempatelle e di qualche rara vecchia, le monache erano giovani e di famiglia nobili. Ci attendevano nel refettorio dove fummo condotte dalla badessa, che ricevette il dittatore al vestibolo del monastero.

Entrato questi nel monastero le tosate vergini gli si affollarono intorno ansiose e commosse. "Come somiglia a Nostro Signore!", sussurrò una di loro all’orecchio della vicina. Un’altra, nel calore dell’entusiamo, gli prese la mano per baciargliela; egli la ritrasse ed ella, abbracciandolo vivamente, gli depose quel bacio sulla bocca. La coraggiosa trovò imitatrici le compagne giovinette, indi le più mature e finalmente anche la badessa, a tutta prima scandalizzata. Nel corso di un mese si visitarono quasi tutti codesti conventi e stabilimenti pii.”

Quando Garibaldi partì grande fu il dispiacere delle monache. Qualche tempo dopo la maggiorparte dei monasteri furono espropriati dallo stato che ne incamerò i beni. Tante furono le monache che tornarono allo stato laico, ottennero un vitalizio e si sposarono tuttavia l’apocalisse, preannuciata dal giornale il Tuono, per fortuna non ebbe luogo.
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