Qui la primavera inizia con la Cavalcata di San Giuseppe: l'antico rito in Sicilia
L’evento è legato alla cultura contadina del territorio, rievoca simbolicamente la fuga in Egitto di Giuseppe, Maria e del Bambino Gesù, rappresentati su un asino. L'intervista
Un momento della Cavalcata di San Giuseppe a Scicli
L’evento, profondamente legato alla cultura contadina del territorio, rievoca simbolicamente la fuga in Egitto di Giuseppe, Maria e del Bambino Gesù, rappresentati in groppa a un asino. In occasione della cavalcata sfilano per le vie del centro cavalli con bardature rappresentanti scene religiose, accompagnati da bambini e uomini vestiti in tradizionali abiti siciliani. Inoltre, si accendono i caratteristici falò - detti pagghiari - che illuminano la notte, attorno ai quali si raggruppano capannelli di persone che consumano insieme cene frugali a base di carne arrostita. La cavalcata viene menzionata dallo storico Pitrè e anche Elio Vittorini dedica una pagina memorabile delle sue "Conversazioni in Sicilia".
Sono molti i richiami simbolici densi di significato legati al mondo contadino e religioso: la scelta della violacciocca per decorare le bardature non è un caso, ma è un chiaro riferimento alla leggenda che narra di Gesù bambino che si trasforma in questo fiore per sfuggire alle guardie durante la fuga in Egitto. Raccontiamo il dietro le quinte della Cavalcata di Scicli con il signor Franco Donzella, sciclitano di 65 anni, uno dei bardatori storici che partecipa attivamente a questa festa da 50 anni: già a 10 anni assisteva il padre durante le operazioni di bardatura dei cavalli.
Il signor Franco inizia chiarendo subito la differenza tra il ruolo di bardatore e infioratore: «L’infioratore sistema i fiori, il bardatore deve conoscere bene il cavallo per evitare che si infastidisca e conoscerne i movimenti affinché risultino armonici con la bardatura. Inoltre, deve avere l’esperienza sufficiente per creare una struttura che deve essere in grado di reggere. Io l’ho visto fare a mio padre che a sua volta l’ha imparato dal suo, mio nonno. Ho trasmesso questa tradizione e passione ai miei figli e adesso c’è anche il mio nipotino di otto anni che assiste», dice con orgoglio.
Attingendo ai suoi ricordi di infanzia, il signor Franco, che nella vita lavora nel settore delle telecomunicazioni, racconta com’era questa festa prima che venisse organizzata da un comitato e prevedesse un concorso. Un’occasione in cui il mondo contadino celebra la figura del Patriarca dimostrando gratitudine, invocando protezione e un raccolto abbondante. «Negli anni Cinquanta, tutti i contadini e massari si riunivano e addobbavano i cavalli e si recavano presso la chiesa di San Giuseppe come gesto di gratitudine e devozione. In chiesa, oltre al sacerdote, venivano ricevuti da un uomo che rappresentava San Giuseppe, definito “U Patriarca” che si occupava della questua per il sostentamento della festa» racconta Franco, memoria storica di questa festa, rivelandoci che sua nonna discendeva dall’ultimo dei “Patriarchi”, una figura che vestiva i panni di San Giuseppe tutto l’anno.
«Noi bambini attendevamo il momento della preparazione della bardatura perché era un’occasione di festa per la famiglia e che coinvolgeva anche amici e vicini: tutti partecipavano attivamente con un ruolo ben preciso: mio nonno tornava dalla campagna con il cavallo – perché il cavallo per noi era una fonte di sostentamento, un effettivo e importante componente della famiglia – e noi bambini aspettavamo ansiosi sull’uscio. Noi toglievamo le foglie dai fiori, le donne creavano i mazzetti e gli uomini li sistemavano sulla bardatura. Trascorrevamo tutta la notte a lavorare, si mangiava insieme e si beveva vino. All’epoca non esistevano concorsi e le decorazioni non riproducevano nessun disegno».
«Fino alla fine degli anni Settanta si è mantenuta la bardatura tradizionale, intessuta e decorata con fiori di violacciocca, cucita a mano con lo spago su un sacco di juta modellata sul cavallo, ma senza raffigurazioni. Dagli anni Ottanta in poi è emersa l’intenzione di creare con i fiori delle decorazioni che raffigurassero legate alla figura di San Giuseppe». Franco spiega come invece negli ultimi tempi il lavoro sia stato agevolato dall’utilizzo di binari che fungono da contenitori per delimitare i fiori e creare dei disegni.
Disegni che, nella maggior parte dei casi, nascono dalla creatività di artisti affermati. Si parte con la progettazione da fine estate, poi come quest’anno, dal mercoledì che precede la festa si lavora a riportare il disegno sulla bardatura che poi viene posizionata sul cavallo. Da alcuni anni la manifestazione - organizzata dall'associazione "Quattro Petali" presieduta da Uccio Brancati insieme al Comune e all’omonima parrocchia - prevede anche un concorso per premiare la bardatura più suggestiva da parte di una giuria, in questa edizione composta da giornalisti.
L’indomani, domenica 15 marzo, i manti sono esposti per rendere visibile il grande lavoro di devozione nella cucitura delle gualdrappe che ornano i cavalli con fiori di violacciocca, il baculum latino, il giglio di San Giuseppe fiorito improvvisamente, che in dialetto sciclitano diventa "balucu". Il presidente dell’associazione organizzatrice, Uccio Brancati, ha annunciato la presenza durante la festa di una amazzone internazionale: Amalia Gnecchi Ruscone.
«È sempre un’emozione far rivivere questa tradizione, ma è fondamentale che con questa sopravviva l’intento originario di devozione e rispetto per le nostre origini contadine», dice in conclusione il signor Franco.
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