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Qui visse una delle famiglie più influenti di Catania: un "monumento" che ospitò anche Goethe

La costruzione dell'incantevole edificio avvenne nel 1694, catturando ancora oggi lo sguardo dei visitatori insieme al Seminario dei Chierici e il Palazzo degli Elefanti

Livio Grasso
Archeologo
  • 15 dicembre 2021

Palazzo Pardo a Catania

Piazza Duomo di Catania, come tutti sapranno, è il cuore pulsante delle meraviglie architettoniche che rivestono il tessuto urbano del capoluogo etneo. Qui, in mezzo ad altre splendide opere edilizie, si trova il noto “Palazzo Sammartino del Pardo”,
monumento tardo-barocco risalente al XVI secolo.

Le fonti storiche tramandano che la sontuosa dimora fu abitata per un lungo periodo dalla nobile famiglia “Sammartino Pardo di Ramondetta”. Di probabile origine spagnola, si pensa che i Sammartino siano giunti a Catania dalla Catalogna o dalla Guascogna nel XVI secolo; inoltre, sappiamo pure che ben presto divennero tra le famiglie più influenti e rispettabili della città.

Non a caso il monumento fu dedicato proprio a loro, immortalandone il nome nel tempo e riecheggiandone la fama nell'immaginario collettivo locale. I documenti custoditi nell' ”Archivio Storico” catanese, per di più, riportano dettagliate informazioni sugli atti matrimoniali della famiglia Sammartino relativi al periodo compreso tra il 1679 e il 1886. A quanto pare la costruzione dell’incantevole edificio avvenne nel 1694, catturando ancora oggi lo sguardo dei visitatori.
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La progettazione del palazzo fu opera di Alonzo Di Benedetto, rinomato ingegnere catanese che edificò varie strutture architettoniche ubicate a piazza Duomo; basti pensare, per esempio, al “Seminario dei Chierici” e al “Palazzo degli Elefanti”. Si pensa, oltre a ciò, che Di Benedetto fu l'unico architetto catanese sopravvissuto al devastante terremoto del 1693. Infatti, per tale ragione, gli venne affidato l’incarico di far risorgere dalle macerie l’area cittadina del Duomo.

A prima vista, la sua tecnica edilizia rimanda agli stilemi seicenteschi siciliani; se si osserva la facciata del palazzo, risalta in primo piano un ricco bugnato che decora le lesene. Bellissimo il portale che si affaccia sulla via Vittorio Emanuele, costituito anch’esso da lesene e abbellito da capitelli ionici e festoni; questi ultimi sono sorretti da mensole verticali che richiamano il cosiddetto esemplare a riccio. Sulla parte alta, invece, probabilmente era collocato lo stemma con le armi dei Sammartino.

A tal proposito, con relativa certezza, si credeva ci fosse lo scudo sorretto da un’aquila bicipite nell’atto di ghermire lo stendardo gerosolimitano con l’artiglio. Si tramanda, non a caso, che la famiglia naturalizzata siciliana ebbe come capostipite un certo Raimondo, ricordato per essere stato insignito da Federico II di un grande privilegio: alzare, appunto, nelle proprie armi l’aquila imperiale che tiene lo stendardo con le armi gerosolimitane. Nella tradizione storica, i gerosolimitani erano degli ordini religiosi-cavallereschi che ai tempi delle crociate partivano alla volta di Gerusalemme per liberare il Santo Sepolcro dal controllo dell’Islam. Di grande pregio anche il balcone centrale, decorato da un fregio che riproduce splendidi motivi floreali.

Spiccano pure poderose mensole dotate di mascheroni che, a giudizio di molti studiosi, rimandano ad un valore protettivo simboleggiando la lotta contro il male. A partire dal XVIII secolo il palazzo fu inoltre il primo albergo della città, ospitando gran parte dei viaggiatori del Grand Tour che erano soliti recarsi in Sicilia per contemplarne le inestimabili bellezze artistiche e naturalistiche. In quella fase storica Catania, insieme a Palermo e Siracusa, fu tra le mete più visitate; inoltre, proprio al palazzo Pardo alloggiò Johann Wolfgang (von) Goethe. Durante il suo soggiorno, lo scrittore tedesco ebbe modo di frequentare la nobiltà locale del “Palazzo Biscari”; siamo a conoscenza che l’illustre poeta soggiornò lì dal 3 al 5 Maggio del lontano 1787.

La pregevole residenza ricevette persino la visita di Giuseppe Garibaldi, in memoria del quale si rammenta la celebre frase che pare abbia pronunciato a tutti i cittadini da uno dei balconi del palazzo: “O Roma o morte”.
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