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Se un siciliano sente il suo suono il sangue gli ribolle come Wallace in Braveheart: U marranzanu

Lì, in Scozia, hanno le cornamuse, ma anche dalle nostre parti c'è uno strumento popolare che ti fa sentire come il mitico personaggio intrepretato dal grande Mel Gibson

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 4 ottobre 2021

Mel Gibson in Braveheart

Quando vidi per la prima volta il film “Braveheart” di Mel Gibson ero in 5° elementare. Mi sentì subito un figlio di Scozia e il fuoco della rivolta mi pervase come la lava dell’Etna illumina le notti siciliane.

«Porca buttigghia!», esclamai prendendo la parola «è mai possibile che il signor Giordano debba decidere a che ora si va in bagno e a che ora no, e se si entra a uno a uno oppure a due a due!? Libertà!!!»

Così, il giorno dopo, quando il signor Giordano, cioè il bidello, si infilò nello sgabuzzino per prendere stracci e secchi, lo chiudemmo là dentro dando tre giri di chiave. Lo liberarono alla ricreazione perché allora manco c’erano i telefonini. E nonostante ci portarono in presidenza dandoci una punizione esemplare, fummo tutti orgogliosi di essere figli di Scozia e sentire nei nostr icuori il canto delle cornamuse.

Già, le cornamuse… Poi, improvvisamente, mi sovvenne una terribile realtà che mi gettò nello sconforto: se un giorno fossi morto in battaglia non ci sarebbe stata alcuna cornamusa al mio funerale. Io ero siciliano e al massimo avrei sentito molleggiare lo scacciapensieri. Come sarebbe stato William Wallace accompagnato dallo scacciapensieri? Mah!



Buffo vero? E invece no! La verità a volte supera la fantasia. Noto anche con il nome di marranzano, almeno in Sicilia, è definito tecnicamente uno strumento cordofono a pizzico che si suona mettendolo tra gli incisivi e lasciando l’ancia libera, cioè l’asticella che si pizzica con il dito (e che se ritorna male vi spacca i denti per la felicità del dentista che stapperà lo champagne).

Le sue origini sono antichissime, si parla addirittura di Antico Egitto e di Antica Roma. E se vi sembra strano, andate a controllare, ci sono dei disegni in oriente databili IV sec. a.C. che raffigurano un uomo nell’atto di suonare proprio il marranzano. Ma siccome magari non c’è nessuna fonte certa sulle origini sopraccitate, e forse l’orientale del disegno invece di suonare lo scacciapensieri si stava mangiando un lecca-lecca, affidiamoci a ciò che sappiamo per certo.

Di sicuro nel Medioevo lo scacciapensieri c’era… non sappiamo se c’erano i denti ma lo scacciapensieri c’era. E dove era il più grande centro di produzione di questo strumento che non è altro non che un complotto mondiale organizzato dalla Mentadent? In Sicilia! No, pure questa fesseria.

Lo scacciapensieri si propaga infatti al sud come al nord e il più grande centro di produzione era in Piemonte, vicino Vercelli, dove dal XVII secolo fino alla metà del XIX si producevano 5000 pezzi al giorno che poi venivano esportati in tutta Europa, in America e stranamente pure in Africa.

Tuttavia c’era già nel XIV in Francia con il nome guimbarde, birimbau in Portogallo (a qualche palermitano questa paroladovrebbe richiamare qualcosa), nei paesi baschi con quello di muxukitarra (chitarra da muso), in Inghilterra si chiamava Italian jew’s harp e in “Tedeschia” maultrommel (io capisco che quello francese doveva avere un tocco un po’ più moscio o magari si suonava mettendoci un poco di lingua, ma il pensiero che in Germania c’era pure lo scacciapensieri mi porta a pensare malsanamente che invece di fare il solito “donghidi-dighididonghiti” faceva qualcosa come “Tunkenaff-Tunkenaff e scatarrate a piacere”).

Johann Georg Albrechtsberger, nato a Klosterneuburg (ve l’ho detto che nel tedesco il catarro c’è sempre), compositore austrico del XVIII secolo, compone (vedi tu che pensieri) due concerti per scacciapensieri accompagnato da mandolino e orchestra… forse gli piaceva l’Italia. Inoltre è presente anche in Turchia, nella musicasindhi e in Russia (ma tanto quelli, i russi, da quando hanno scoperto Totò Cutugno hanno fatto 6 al superenalotto).

Oggi in Italia è diffuso in due regioni: la Sardegna dove viene chiamato trunfa e in Sicilia dove lo chiamiamo marranzanu.

Un siciliano lo sa benissimo: viene ancora utilizzato nelle musiche popolari e nelle tarantelle (e fino a qui ci siamo), quello che invece il cinema, in un certo senso di serie B, ha sempre riproposto è stata una falsa associazione tra il suono di questo strumento quanto mai multiculturale e la penosa rappresentazione del mafioso con lo stecchino in bocca e il monociglio.

Come ogni cosa che genera espressione, anche il marranzano, ha dimostrato di essere uno strumento che rilascia la sua poesia in base alle menti che lo hanno accolto e governato.

Un esempio? 1965, Sergio Leone ed Ennio Morricone (come dire Maradona e Pelè nella stessa squadra) nella colonna sonora del capolavoro Spaghetti Western "Per qualche dollaro in più" potrete ascoltare il nostro amatissimo marranzano nella sua più bella interpretazione di sempre.

Quindi, non so voi, ma io quando sento quel suono, invece che la coppola, indosso il plaiddino a mo’ di poncho, toscanello, un bel piatto di fagioli, e siciliano mi ci sento lo stesso.

Si lo so, “Biondo”, mi direte voi “sei un gra figlio di… Wauwauà wawawa".
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