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Sono come un labirinto ma sottoterra: c'è un dedalo di cunicoli nelle viscere di Agrigento

Sotto il centro storico della città dei Templi si nasconde un intreccio di canali che hanno l’aspetto di un insediamento medievale. Ora si lavora per renderli fruibili al pubblico

Beniamino Biondi
Critico cinematografico
  • 5 settembre 2020

Un ipogeo ad Agrigrento

Tutta la storia della civiltà dell’uomo è la storia del suo adattamento allo spazio fisico, che, divenuto spazio sociale, assume il nome di città, e gli uomini costruiscono città di superficie nell’idea di ancorare alla terra lo spazio dell’abitare.

Accade però che si possa anche vivere sottoterra, all’ombra di cunicoli umidi e bui che assumono le più diverse funzioni: siano essi cunicoli per l’approvvigionamento dell’acqua o passaggi segreti a scopo di difesa militare, questi spazi generano il fascino di vere e proprie città speculari, al punto che un solido segmento di turismo culturale si muove sempre più al pellegrinaggio ammirato nelle viscere della terra.

In Italia, l’esempio più suggestivo e maestoso è quello della cosiddetta “Napoli sotterranea”: quaranta metri sotto la superficie si dipana un dedalo di cunicoli e cavità ricavate nel tufo, l’antico acquedotto di Carmigliano che traccia linee di passaggio tra migliaia di pozzi e percorrendo 2400 anni di storia con tappe al Museo della Guerra, agli Orti Ipogei e alla Stazione Sismica Arianna.



Ancora un acquedotto, scavato nella roccia, solca il centro storico di Matera: è l’ipogeo Matera Sum, scoperto recentemente, che ha l’aspetto di un insediamento medievale tra i cui cunicoli si spalancano anche numerose grotte di insediamenti più remoti.

A Roma il labirinto di budelli sotterranei era anticamente una cava nel sottosuolo del tempio di Claudio, e ha un fascino esoterico e misterioso perché afferisce alla splendida alla splendida Basilica di San Clemente, un antico tempio dedicato a Mitra, divinità persiana che ebbe strani culti nell’antica città.

Ipogei e gallerie sotterranee si trovano ancora a Orvieto, con il Pozzo di San Patrizio, a Chiusi – nei pressi di Siena -, in un intreccio diramante di cisterne e cunicoli le cui leggende sono state raccolte da Plinio Il Vecchio, a Trieste con le gallerie della Kleine Berlin risalenti alla Seconda Guerra Mondiale e oggi più esteso labirinto in termini di fruizione, a Milano con i tunnel sotterranei del Castello Sforzesco e i lunghissimi chilometri di corsi d’acqua coperti che un tempo erano parte della complessa rete dei Navigli, e infine a Torino nell’incrocio fra tunnel militari, rifugi antiaerei, ghiacciaie regie e infernodotti.

Rimane la Sicilia, luminosissima, con il suo immenso patrimonio sotterraneo che giace in profondità, anticanonico e fuori vista, con il suo volto oscuro e inusuale che inghiotte in leggenda la storia.

Le gallerie di scorrimento lavico ad uso cultuale del neolitico a Catania, le gallerie e le reti idriche arabe scavate nel tufo giallastro a Palermo - il cosiddetto Qanat, enorme opera di ingegneria idraulica costruita sotto la città -, le necropoli sotterranee scavate nella roccia biancastra di Siracusa, insieme alle catacombe e ai rifugi della guerra, e infine gli ipogei di Agrigento, meno noti, causa il loro quasi pressoché impossibile utilizzo, ma riccamente estesi e diramati e per larga parte ancora inesplorati.

Tra i più belli di certo è l’Ipogeo dell’Acqua Amara, così chiamato per il gusto dell’acqua che vi scorre (dovuto al letto argilloso del cunicolo), che fa parte del complesso sistema di ipogei che si ramifica sotto il centro storico della città, da cui si giunge al cuore più antico di Agrigento, il quartiere Terravecchia. L’accesso si trova alle spalle del Teatro Pirandello, in un imbocco da cui spira un’aria gelida, e si dirama fino alle pendici della Cattedrale di San Gerlando e di Santa Maria dei Greci.

Giovanni Noto, geologo e studioso della rete ipogeica, nonché presidente di “Agrigento Sotterranea”, un’associazione che ha il merito di occuparsi della salvaguardia, della promozione e della valorizzazione turistica degli ipogei, con riferimento al sito parla di “una galleria di centosettanta metri delle dimensioni usuali degli altri ipogei già scoperti e studiati: larghezza che va da ottanta centimetri a un metro, altezza da uno a due metri. Bisogna quindi camminare con una certa cautela per visitarlo, ma l’emozione della scoperta è impagabile.

L’entrata della cavità è custodita da una cancellata in ferro; al suo interno l’ipogeo si presenta caratterizzato da una cavità principale da cui si dipartono quattro cunicoli, due dei quali in collegamento fra di loro. Tutti i cunicoli sono stati esplorati prevalentemente nella parte iniziale per osservare il loro andamento principale e le loro caratteristiche sia idrologiche che di staticità. In questo ipogeo il regime idrico rappresenta l’elemento discriminante, elemento a cui è molto legata la staticità generale dell’ammasso roccioso”.

Al momento l’ipogeo non ha una via d’uscita, e la mancanza di una fuga non ne consente l’accesso, ma è in corso un progetto comunale per la fruizione del sito liberandone uno dei camminamenti a nord che conduce nei pressi di Via Barone. Lì, dentro un cortile, in una parete ad arco che chiude un sottoscala, sotto l’ombra di un fico derelitto che somiglia all’albero di Giuda, vi è l’uscita, e, soprattutto, l’apertura di questo universo sotterraneo che affascina e intimorisce.

Negli anni dell’ultima guerra mondiale l’ipogeo fu utilizzato come rifugio antiaereo, e ancora fra coloro che erano solo dei bambini in quegli anni ne ricordano le fuga in massa dopo i segnali d’allarme, e il senso assurdo di spaventevole protezione che quelle pareti offrivano, nel silenzio dell’acqua che scorreva intimidatoria a contrappunto della deflagrazione delle bombe.

Dagli antichi greci al dopoguerra, questo luogo ha costituito la storia di Agrigento nel suo momento più arcaico: quello della roccia arenaria, del riparo dal sole, degli echi della memoria e del tempo perduto. Anche per questo è lecito si debba parlare, con il coraggio della curiosità e l’orgoglio della storia, di un fascino sotterraneo di Agrigento, tanto più prezioso quanto assai poco posseduto.

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