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Stava sempre davanti al Teatro Massimo: Calogero, caramellaio "faccia da mostro"

Vendeva caramelle dalla sua carrozzella che stazionava nel cuore di Palermo. Aveva il volto sfigurato, per questo faceva paura ai bimbi ed era spesso deriso. La storia

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 30 gennaio 2026

C’era ‘na vota Cicco si vota. C’era ‘na capra, Cicco si caca. Oltre a Cicco, c’era il traffico di macchine ai Quattro Canti, la guerra di mafia, c’erano i maghi alla televisione, Tele Sakura che di notte trametteva film di “tigno”, Gigi Burruano e Giorgio Li Bassi che facevano gli Zii d’America. C’erano Villa Cuppino, gli zingari a Romagnolo, le giostre alla Marina, il leone Ciccio di Villa Giulia, che in quanto a pulizia sicuramente era miægghiu di Cicco.

Più sopra c’era la Vucciria quando era Vucciria e non si faceva vuccirìa, ‘a via Banniæra, un cancia banniæra, Ballarò, u Munti ‘i Pietà. E ancora, a frittola, u meusaru, u mercato ru Capu, unni nascìu Franco Franchi e puru me cugnato. Poi c’era Porta Carini, a sinistra u tribunale, a destra ‘a via Volturno che scendeva fino al Teatro Massimo. Brutto, vetusto, ‘ncunnato, malu cunzato, pieno di pannelli. Era così perché chiuso per i lavori di ristrutturazione dal 1974.

Davanti a questo c’era pure una carrozzella che però non conteneva nessun picciriddo. Una carrozzella malacumminata, in alcuni punti pure rattoppata con corde e scotch. Dentro c’erano caramelle, una carrettata. Caramelle di tutti gusti: arancia, limone, mou al latte, quella che s’attaccava al palato a tipo colla Attack e per staccarla ci voleva il piede di porco. Poi menta, anice, carruba, gommose, con lo zucchero, alla liquirizia.

Certe volte c’erano magari i Brioss sfusi all’albicocca o alla ciliegia, quelli secchi che li mettevi dentro lo zaino e si sbriciolavano tutti. U zu’ Fifiddu era un complottista e pure interista, e abitava in via Di Blasi Evangelista. ‘Na vuota mi cuntò la storia del Brioss, era fissato. Rici u zu’ Fifiddu: “lo inventò Pietro Ferrero nel 1961. Trattavasi di un potente sistema di autoeliminazione in dotazione ai reparti speciali dell'esercito che veniva utilizzato quando, con le spalle al muro e senza più via dia scampo, s’ arrischiava di finire sotto tortura o sotto effetto di sieri della verità. Bastava fare pressione sull'astuccio per causare un leggerissimo scoppio che apriva la protezione esterna. Una volta ingerito e masticato per qualche secondo provocava morte immediata per soffocamento”. Poi Fifiddu murìu e ‘a storia ru Brioss finìu.

Dici, ma che nicche e nacche u zu Fifiddo ca carrozzella? Niente ci trasi, era per dire che ‘sta carrozzella a Palermo era famosa, la conoscevano tutti. Firrriava e rifirriava, era un modo un come un altro -onesto, soprattutto- per sbarcare il lunario. Così campava Calogero Romeo, vendendo caramelle per strada di fronte al Teatro Massimo, a pochi metri da quella scritta: L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Rici, fa, ma viæru è? E io chi ni saccio.

Quello che sappiamo è che per Calogero Romeo non era così. ‘Stu fatto di “rivelare la vita” rappresentava per lui il più atroce problema della sua stessa esistenza. Sul suo volto, quasi sempre di profilo per nascondersi, si manifestava prepotente un gigantesco angioma che gli sfigurava completamente metà della faccia. Un alieno prepotente e avido che lo rendeva più simile a un fenomeno da baraccone che a un cristiano ri ‘mPaliæmmu, più simile alla luna buttana che tiene un lato chiaro e uno trarituri. E spesso, ahimé, da alieno era trattato, anzi da mostro.

I bambini non gli si avvicinavano, gli abbanniavano "Faccia di Mostro" e scappavano terrorizzati nascondendosi dietro i genitori, che, poi, per pietà e mortificazione, tornavano indietro e le compravano loro le caramelle da Calogero. Pioggia, sole, estate, inverno, è così che scorreva la vita un mostro, come quella di Quasimodo, il gobbo confinato sul campanile di Nostra Signora di Parigi. In penombra, in silenzio, quasi sempre in solitudine. Vivere terrorizzato dal terrore che si suscita agli altri.

E chissà, mentre vendeva caramelle con la carrozzina, se qualche volta anche lui non si sia mai rivolto ad uno dei leoni del Teatro Massimo, come fece Quasimodo con il gargoyle, chiedendogli: “ma perché non fui fatto anch’io di pietra come te?”. Alla fine, comunque, la gente le caramelle gliele comprava e lo rispettava. Questo era il lato chiaro della vita di Calogero Romeo, poi come la luna buttana c’era anche il lato trarituri. Sembra vivesse in una piccola casa in compagnia della sua carrozzella.

Non si sapeva molto della sua vita. Solo, la mattina, tutte le mattine, era solito passare il suo tempo alla taverna Tinervia, in via Messina. Il bere era l’unica magia in grado di fargli scomparire quel maledetto alieno dal viso, rendendolo non più un mostro ma un cristiano qualunque, semplicemente Calogero Romeo.

Questa magia però funzionava solo per lui; agli altri frequentatori della taverna non faceva effetto. A loro faceva effetto il vino: si ubriacavano e poi si divertivano a prenderlo a manrovesci sull’angioma. Quando l’angioma continuò a crescere Calogero finì in ospedale e nessuno lo vide più. Qualcuno dice che l’angioma crebbe talmente tanto da farlo sparire del tutto. Magari poi è riapparso in un posto migliore.
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