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Storie di magia, doni e di natura che rinasce: tutto quello che non sapete sull'Epifania

L'Epifania tutte le feste si porta via. E con lei se ne va anche la prima parte dell’inverno per permettere alla natura di rinascere alla luce dopo il solstizio d’inverno

Giovanna Gebbia
Esperta di turismo relazionale
  • 6 gennaio 2022

La storia dell'Epifania è legata alla magia, dai Re Magi alla Befana. Pertanto l’ultimo giorno delle feste è sicuramente importante come gli altri che lo precedono, come un augurio per l’anno nuovo.

È la prosecuzione dei portatori di doni che a dicembre inizia con Santa Lucia e Babbo Natale, ma andando a ritroso nel tempo questa tradizione fa parte della cultura dei riti romani, legata al culto della dea Strenia, portatrice della salute e che cadeva il primo giorno dell’anno, momento durante il quale ci si scambiavano i doni e da qui, infatti, deriva il termine strenna.

Ma l’antenata della Befana come personaggio del momento era la dea Abundia o Satia (sazietà) che si festeggiava esattamente il dodicesimo giorno dopo il 25 dicembre - quindi il 6 gennaio - che era la festa Romana del Sol Invictus, dea della dell’abbondanza, portatrice di fortuna e prosperità per il nuovo anno.

La dodicesima notte dopo il solstizio invernale si celebrava la morte e la rinascita della natura, simboleggiata da una vecchia vestita di stracci che al suo arrivo si porta via un anno ormai consumato per dare nuova vita all’anno che arriva simbolo della rinascita.
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Ecco perché è una portatrice di doni, i primi doni dell’anno che erano in origine cibo e frutta, e oggi dolci tipici e giochi per i più piccoli, carbone escluso per i meno virtuosi.

Ma la magia sta nella sua scopa legata al mondo della natura: rappresenta simbolicamente tutte quelle piante che con l’arrivo del freddo perdono il fogliame.

Si porta via tutte le feste ma anche la prima parte dell’inverno, la più buia, per permettere alla natura di rinascere alla luce dopo il solstizio d’inverno, quindi, la Befana ha la scopa ma non è una strega, semmai una fata di una bellezza diversa.

Prova ne è il fatto che la sua scopa viene messa dietro la porta di casa per non far entrare gli spiriti maligni e per scacciare la malasorte, posizionata come rito scaramantico, usata per spazzare le stanze a principio dell’anno.

I vegetali usati sono delle specie che si trovano anche in Sicilia: il manico di legno può essere di salice, di nocciolo o addirittura del nostro famoso frassino, e all’estremità le ramaglie di solito sono di saggina, una varietà di sorgo, legate tra loro e al manico di legno con giovani getti flessibili ma molto resistenti di giunco che cresce sulle rive dei nostri laghi o fiumi.

Un’altra pianta usata per le ramaglie è la ginestra, quest’ultima anche simbolo di fertilità, abbondanza e buona sorte e ancora oggi alcuni sposi di qualche paese, saltano insieme la scopa realizzata con fascine di ginestra per rendere felice e fecondo il matrimonio.

E, infine, a proposito di Re Magi. Sono citati nel Vangelo solo da Matteo come astronomi e saggi che, seguendo la stella “l’astro”, giunsero da Oriente a Gerusalemme per adorare il bambino “re dei Giudei”. Ma quanti erano in realtà?

A dire il vero Matteo non specifica il numero, però per la tradizione erano tre per questo era il numero dei doni portati, oro, incenso e mirra.

Nei vangeli apocrifi si forniscono numeri diversi fino a dodici e il fatto che fossero dei Re non compare nelle canoniche, nel passo del Vangelo di Matteo c’è la possibilità che fossero sacerdoti persiani di Zoroastro profeta della regione iraniana, ed esperti di astronomia.
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