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Tanti misteri e una solitudine immeritata: un tesoro e quel riscatto per l'intera Sicilia

Un luogo poco conosciuto e misterioso, a due passi da Canicattì, che conserva intatto il fascino perduto della storia e di quel magico rapporto tra realtà e leggenda

Beniamino Biondi
Scrittore e critico cinematografico
  • 30 gennaio 2021

Il sito archeologico Vito Soldano, a Canicattì

Il sito archeologico di Vito Soldano, poco distante da Canicattì, è un luogo poco conosciuto che conserva intatto il fascino perduto della storia, o meglio del rapporto “tra realtà e leggenda”.

Così come ci dicono alcune dense pagine dello storico Gaetano Augello, che racconta di come nel tempo il sito abbia «sviluppato numerose leggende plutoniche, legate appunto alla presunta presenza di un tesoro sotterraneo la cui scoperta dovrebbe portare al riscatto dell’intera Sicilia».

Per la verità, fino ai primi anni del ‘900, Vito Soldano coincideva quasi con l’intero territorio di Canicattì, e la zona era considerata fonte di benessere per la fertilità e per la ricchezza delle acque, laddove era esistito un insediamento greco che solo al tempo della conquista araba finì per assumere il suo attuale nome.

La città era in posizione strategica, e grazie a una campagna di scavi - eseguita nel 1956 da Maria Rosaria La Lomia – fu possibile individuare i resti di due ambienti termali in buono stato di conservazione, «sottostanti – scrive ancora Augello – rispetto al piano circostante, come due ampie vasche. Al di sotto del pavimento esistono delle aperture che mettono in comunicazione i vari ambienti per la circolazione dell’acqua calda».



Purtroppo, nel corso del tempo, il sito è stato danneggiato per l’ignoranza dei contadini e per l’incuria pubblica, al punto che gli spazi sono stati utilizzati come recinto per la custodia degli animali, e, in un caso paradossale, liberando il terreno dalle pietre al fine di impiantare un vigneto.

A mettere un freno al degrado e alle ruberie nel sito di Vito Soldano fu nel 1971 il professor Ernesto De Miro, sovrintendente alle Antichità di Agrigento, che segnalava lo spianamento della collina con il conseguente danneggiamento di «colonne, architravi, tombe bizantine risalenti al IV secolo d. C. (…) lo scempio perpetrato e la indiscriminata distruzione dei reperti archeologici (…) una grave perdita, consumata a danno del patrimonio archeologico nazionale».

Una denuncia forte, senza appello; e sin qui la storia, e dopo di essa la leggenda, perché la scoperta di numerose monete nel sito di Vito Soldano “ha sviluppato nella fantasia popolare le cosiddette leggende plutoniche che tuttavia, a giudizio di Alfonso Tropia, potrebbero trovare origine e spiegazione anche nella natura del sottosuolo, ove esistono grotte ricche di cristalli di gesso e stalattiti.

Intraviste al lume delle fiaccole da audaci esploratori, queste grotte avrebbero determinato sogni di ricchezza e leggende. Si favoleggiava dei tesori dei saraceni, uomini ca si cruvicavanu vivi pi nun perdiri li ricchizzi. Leggende analoghe, riguardanti la presenza di tesori favolosi e incantati, sono narrate in altri paesi della Sicilia e sono sempre riferite a località abitate in tempi più o meno remoti.

Queste le più significative: la fiera di Barbarà ad Alia; la grotta del cavallo a Sabucina, nel territorio di Caltanissetta; la fiera di fra Rosario a Lercara Friddi; la fiera del lavatore a Montedoro; la leggenda della fontana di Serradifalco, quella di Calafarina a Pachino e della grotta del Monaco ad Augusta”.

E non è un caso che a scrivere il saggio più interessante sulla leggenda sia stato Giuseppe Pitrè con "La fera di Vitusullanu", che ebbe come fonte principale un barbiere di Canicattì, tale Vincenzo Lumia, che come scrive magnificamente chiosa Augello «seppe fondere, in un fantasioso racconto, molti elementi delle leggende e delle tradizioni popolari pagane e cristiane: il toro di Falaride e la crudeltà dei saraceni, il paladino di Francia Orlando e l’eroe delle saghe paesane Ruggero il Normanno, il re Vitusullanu di Canicattì e il re Fluri di Naro, l’origine della città di Ravanusa e il biblico ‘fermati, o sole!’ di Giosuè, il rito cristiano del battesimo, il culto dell’Immacolata ed il leggendario ritrovamento in ogni comune di statue della Madonna, la tromba di Orlando e la sua strepitosa durlindana in grado di spezzare perfino le rocce».

Ma al di là del mito di Orlando, la leggenda di Vito Soldano narra di un uomo cui apparvero nel sonno due fantasmi che gli dissero di andare sotto una grande pietra, dall’altra parte della montagna, e di scavare con una zappa fino a trovare un pentolone pieno di monete.

L’uomo avrebbero però dovuto essere solo, e invece commise l’errore di confidare il sogno a un amico che gli propose di andare insieme a trovare il tesoro, con l’esito infelice per cui sì «trovarono la balata e il pentolone ma, quando lo sollevarono, si accorsero che era pieno di scorci di vavaluci».

Di questo arcano ha parlato a un contadino anche il Gran Turco, mitico abitatore della contrada, che riteneva il tesoro in grado di offrire prosperità a tutta l’Isola, e proprio di una variante del racconto si servì anche Luigi Natoli per la sua novella “Il Gran Turco e madonna Altruda”.

Un’altra leggenda ancora parla di una fiera di animali esotici che si terrebbe a Vito Soldano ogni sette anni, e infine c’è la cronaca del barone Agostino La Lomia che “narra dei vari tentativi portati avanti da avventurosi ricercatori per appropriarsi di antiche monete e oggetti di valore presenti sul sito”.

Insomma, un vero e proprio tesoro, come i tanti che esistono nella tradizionale orale canicattinese cui si potrebbe anche dare risposta disvelando nella sua integrità l’enorme patrimonio sepolto di Vito Soldano, un luogo che ha tanti misteri e una solitudine immeritata.
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