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Tesori nascosti e terribili sacrifici umani: dove si trova la "porta dell'Ade" di Sicilia

Nel ricordo dei contadini, la caverna inghiottiva tra le sue voragini piogge e torrenti, prosciugando inspiegabilmente il terreno. Ecco la Grotta di Santa Sofia

Beniamino Biondi
Scrittore e critico cinematografico
  • 24 aprile 2021

Una delle tante grotte nel territorio etneo

Cìbali - Cìfuli, in dialetto - è un quartiere il cui toponimo prende nome dal manoscritto “Delle memorie historiche della città di Catania” del 1641, opera del sacerdote Pietro Carrera, che ne attribuì l’origine all’antica presenza di un tempio dedicato alla dea greca Cibele, andato poi in rovina a causa di un terremoto.

È però un falso storico, in quanto il nome originale del quartiere – citato anche nella novella “Rosso Malpelo” di Giovanni Verga come luogo nel quale andava ad abitare la madre del protagonista – è Cifali, dal greco antico Kephalé, che significa "testa", con riferimento alla sorgente del fiume Longane, che a sua volta dà il nome al quartiere Ognina.

Cibali è sede storica della Facoltà di Agraria dell’Università di Catania, un posto tranquillo e rassicurante, ma è anche un luogo che cela cavità nascoste e anfratti improvvisi, e crepacci rischiosi che nel corso del tempo hanno suggerito leggende e racconti di fantasia popolare.



Ed è qui, in una città ricchissima di gallerie vulcaniche e di sotterranei, che si trova la Grotta di Santa Sofia, ubicata sull’omonima collina, fonte di misteri inquietanti e di presunzioni paurose, così come ne scrive raccontandone il fascino Giancarlo Santi nel suo saggio sui “Miti e Leggende delle Grotte dell’Etna” pubblicato sul IX Simposio Internazionale di Vulcanospeleologia.

Pare, infatti, che questa cavità fosse la porta dell’Ade, cioè il passaggio al mondo infero, e che al suo interno, fra ricchissimi tesori, si consumassero violenti sacrifici umani.

In realtà, a contendersi l’accesso al regno dei morti, nella città etnea, vi è anche la Grotta di San Giovanni, nel quartiere di San Giovanni Galermo, significando il potere di suggestione delle aperture al sottosuolo sull’immaginario popolare.

Ma della Grotta di Santa Sofia si narra la leggenda di Plutone che affiora dalla terra per rapire la bella Persefone, e anche di un antico tempio dedicato a Cerere, dea delle messi e madre di Persefone.

Ancora, il racconto tradizionale sostiene che al suo interno fosse custodito il fuoco sacro, protetto da due mastini ringhianti, e sebbene del tempio non vi sia alcuna attendibile prova storica è possibile allacciare la narrazione mitologica alla presenza sul posto di un antico monastero di donne, conosciuto sotto il nome di “Santa Sofia”, fatto edificare in Sicilia su ordine del vescovo cristiano Giuliano di Le Mans, inviato in Gallia a predicare alla tribù celtica dei Cenomani.

Ma bene al di là di tutto questo, intorno alla Grotta di Santa Sofia s’infittiscono misteri più oscuri e intricate suggestioni che fanno riferimento a un immenso tesoro custodito tra le maglie della roccia sulla collina di Cibali.

Pare che a cercarlo siano stati in molti, avidi e forsennati scavatori, al punto che il proprietario del terreno finì per interrare la grotta impedendo che venissero ritrovate – secondo il racconto della leggenda – sette enormi ceste ricolme di monete d’oro, che solo sette uomini coraggiosi con lo stesso nome (o fratelli, secondo una variante riferita da Salvatore Lo Presti) avrebbero potuto ritrovare, conchiusi fra le pareti della roccia, svolgendo un oscuro rituale in una notte senza luna dopo di cui sarebbe apparsa una bella fanciulla tramutata prima in un caprone e poi in un mostro con sette bocche infiammate.

E tuttavia, ancora il mito narra di come sia impossibile uscire dalla grotta con il bottino in spalla, dacché ogni cercatore sarebbe colto da un sonno precipitoso e sfinente che non potrebbe muoverlo alla luce del sole, scomparso indefinibilmente a un silenzio incauto e minaccioso; e il solo modo per scampare al destino sarebbe perciò il sacrificio di due bambini di sesso opposto, compiuto all’interno della caverna.

Qui la storia si tinge d’orrore, perché si suppone che nei secoli qualcuno abbia tentato il rituale portando con sé una coppia di bimbi che non ha più fatto ritorno, e ancora che un pastore molti anni addietro abbia trovato dentro i resti di una giara i cadaveri di due neonati, come pure durante la Prima Guerra Mondiale si dice fossero stati scoperti, per i lavori di costruzione di un casolare, gli scheletri di due ragazzini spariti una decina di anni prima.

L’ultimo dato agghiacciante, nel solco degli assunti della leggenda, è quello della scoperta – intorno agli anni ’20 del secolo scorso – degli scheletri di due bambini, Agatina e Benedetto Aiello, rinvenuti nella Cava Vinci dopo molto tempo dalla loro scomparsa.

La relazione di questi crimini con i rituali superstiziosi della truvatura non è mai stata dimostrata, nella misura in cui è però ritenuta attendibile spiegando così le misteriose scomparse di bambini a Cibali durante i primi anni del ‘900.

Nel ricordo dei contadini, la caverna inghiottiva tra le sue voragini le piogge e i torrenti, prosciugando inspiegabilmente il terreno, discendendo a un’imboccatura profonda che si smaglia tra gallerie e crolli.

Oggi della grotta non rimane nulla, o, meglio, è ancora lì, ma non accessibile, occlusa nell’unica sua parte visibile da alcuni grossi massi che impediscono si vada nel mondo dei morti, che ha inghiottito se stesso tra i roveti e una colossale
antenna televisiva che incombe a un bellissimo pezzo di cielo.
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