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Tra biscotti a forma di svastica e tazze di Lady D: a Palazzo Mirto storie di famiglia

Al Museo di Palazzo Mirto a Palermo la mostra "Family Connection": lì dove la nobiltà viveva una vita ricca di contraddizioni e fasti fanno capolino oggetti stravaganti

Danilo Lo Piccolo
Critico d'arte e curatore
  • 24 luglio 2019

Adalberto Abbate "Ritratto di Giuseppina Raia e Stefano Lotà" (foto d'archivio Family Connection)

Esposte per la prima volta nel 2013 al Musée historique et des porcelaines de Nyon, Adalberto Abbate amplia e riadatta una selezione di opere per il Museo regionale di Palazzo Mirto a Palermo, con una mostra dal significativo e immediato titolo: Family Connection. Storia di una famiglia (fino al 31 luglio, scopri orari e informazioni cliccando qui).

Lì dove un tempo la nobiltà palermitana viveva una vita ricca di contraddizioni e di fasti, tra i numerosi e preziosi arredi della collezione di Palazzo Mirto, dimora museo, fanno capolino oggetti stravaganti di vita ordinaria: fotografie di famiglia, piatti con il volto di Papa Giovanni Paolo II, la tazza commemorativa di Lady D., i perturbanti e sprezzanti biscotti a forma di svastica o ancora i dissacranti oggetti con riferimenti ad una cultura religiosa fortemente radicata nel perbenismo isolano.

Sotto le mani di Adalberto Abbate gli oggetti dei propri nonni vengono spogliati della loro funzione, con un sapiente lavoro di accostamenti e rimandi che creano fra loro un fecondo dialogo tra presente e passato, così da dare vita a un armonioso insieme organico di dialoghi. In questo modo la collezione dell’artista non racconta soltanto una storia, la propria, ma più storie che non si limitano a narrare le personali vicende dell’artista ma a rimembrare i grandi e terribili eventi che hanno sconvolto il secolo precedente (la Seconda Guerra Mondiale, la morte di Lady Diana, ecc…), così che gli oggetti eccentrici dei propri nonni, assumono lo status di opera d’arte, dialogando pluralmente con più linguaggi, creando un gioco di rimandi provocatori e di rottura che intercorre tra l’osservatore e l’oggetto.

Con eleganza e sottigliezza, le opere pensate e allestite tra gli oggetti della collezione permanente di Palazzo Mirto, mirano a esemplificare molteplici e complesse riflessioni, in particolar modo sul fare arte oggi.

Con questa azione, Abbate tende a far risvegliare la coscienza critica dello spettatore, ponendo l’accento sul malessere di una società in declino, dove i contrasti di una famiglia comune, lasciano emergere le aspirazioni, i desideri e ricordi personali.

Nel testo di Elio Grazioli "La collezione come forma d’arte" (2012), viene proprio indagato come ogni epoca abbia maturato e raccontato con un proprio modo la pratica di collezionare, ma quello del nostro contemporaneo è segnato da un reciproco legame con la pratica artistica, tanto che le due attività spesso si sovrappongono fin quasi a ingarbugliarsi.

Di esempi di come il collezionare può diventare una vera e propria pratica artistica ve ne sono in abbondanza e più di tutti si può accostare al caso di Adalberto Abbate quello di Claes Oldenburg, il quale espone come opera propria una raccolta di oggetti d’affezione.

È evidente come il collezionismo non è più solo affare di chi, non artista, raccoglie oggetti in quantità considerevoli, ma diventa modalità espressiva di quegli artisti che se ne servono per costruire un’opera d’arte. D’altro canto, lo stesso collezionista lo potremmo considerare come una sorta di artista che accetta di esprimersi tramite immagini dalla forte carica simbolica, ma resta indubbio come l’artista fa delle immagini un’estensione della propria persona raccontandone il proprio tempo.

In "Family Connection", forse potremmo persino azzardare provocatoriamente che Stefano Lotà e Giuseppa Raia, nonni di Adalberto Abbate, oltre ad essere ignari collezionisti siano persino diventati inconsapevoli artisti in mostra.

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