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"'U puippu", tra credenze e storia (triste): per i greci era tutto scemo ma afrodisiaco

Dovete sapere che questo animale ha qualcosa come 296 milioni di anni, e dall’alba dei tempi ha sempre diviso un po’ tutti. Sfottò e aneddoti sul "ballerino del mare"

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 8 agosto 2022

Polpo bollito (foto by Zingarate.com)

Lo scrittore madrileno Ramón Gómez de la Serna scriveva che “il polpo è il ballerino del mare”. Il poeta greco Teognide, a cavallo tra il VI e il V secolo a.C., ci lascia un consiglio: “Abbi la mente come il polipo policromo, che tale appare quale lo scoglio sul quale vive”.

Matsuo Basho, un altro poeta, questa volta giapponese, nel 1600 gli dedica addirittura una poesia “un polpo nel vaso in fondo al mare: il sogno è effimero, sotto la luna d’estate”.

A Palermo, invece, quando da ragazzino capitava che ti appartavi con la fidanzatina per regalarle una caramella all’anice e al massimo scroccarle due bacetti innocenti, puntualmente spuntavano quei lapardei dei tuoi amici e molto soavemente, coordinati come il Coro dell’Antoniano, t’abbanniavano (urlavano) un detto che riporto fedelmente perché può definirsi un altissimo esempio di poesia popolare radical chic: calaccillu u puippu!, ovvero “calagli il polpo”.
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Disquisire sul significato di calare il polpo mi sembra superfluo. Tuttavia, siccome d’estate non c’è cosa più bella di andarsi a mangiare il polpo bollito a Mondello o alla Vucciria (oppure dove piace a voi), mi sono sempre chiesto - visto che in Sicilia siamo grandi consumatori di questo mollusco - che connessione ci fosse (se mai ce ne sta una) tra assimilarlo attraverso il cavo orale e calarlo quando si è con una femmina.

Beh, come al solito non siamo noi a scoprire l’acqua calda, anzi a valorizzare il polpo ci pensarono già i nostri antenati che quantomeno avevano spirito d’osservazione perché ancora non si rincoglionivano sugli smartphone.

Dovete sapere che questo animale ha qualcosa come 296 milioni di anni, e dall’alba dei tempi ha sempre diviso un po’ tutti.

Basta dire che divide perfino Dio che ne è stato il Creatore. Prima, infatti, nella Genesi 1-20 dice “Le acque brulichino di esseri viventi”, poi forse se ne pente e avvisa tutti in Levitico 11-10 “Ma di tutti gli animali che si muovono o vivono nelle acque, nei mari e nei fiumi, quanti non hanno né pinne né squame, li terrete in abominio… non mangerete la loro carne e terrete in abominio i loro cadaveri”.

Quindi, sappiatelo, mangiare polpi, ma anche quanto di più buono c’è in mare, partendo dai ricci, passando dalle ostriche e arrivando alle aragoste, è peccato e Dio s’arrabbia. Non solo non ve li potete mangiare, dato che c’è da tenere in abominio anche i cadaveri, non potete nemmeno macchiarvi di necrofilia.

E se per il Creatore erano abominevoli, per Aristotele erano sciminuti. Oggi sappiamo che i polpi sono animali intelligentissimi, ma ai tempi suoi il filosofo li considerava babbi completi perché - detto a parole sue - era un “animale sciocco, che si avvicina alla mano quando questa è calata nell’acqua”, quindi facili da pescare.

Questo però era in fondo soltanto un suo pregiudizio, perché ai tempi dell’antica Grecia se lo pappavano, e gli piaceva pure assai. Un po’ come la scena di Baaria di Peppuccio Tornatore, quella in cui Guttuso ritrae il polpo, lo stesso Cicerone, in una lettera ci descrive un polpo impiattato che a differenza nostra veniva messo a testa in giù.

Questa figura, con i tentacoli in su e la testa in giù, la guarda e gli ricorda nientepopodimeno che il volto di Giove con la sua bella chioma (se ne faceva canne Cicerone). Ma la cosa più bella dell’antica Grecia non è tanto che si mangiavano il polpo, quanto il fatto che fosse ritenuto talmente afrodisiaco che il nostro viagra al confronto è un’Alpenliebe.

La credenza è mangiarlo avrebbe causato tutto un ribollire della situazione, alzabandiera, sogni sconci à gogo e urla alla Tarzan. Se non funzionava quello bisognava perderci le speranze.

Ed è proprio il caso dello scrittore Ateneo, che nella sua opera Deipnosofisti (o più semplicemente I dotti a banchetto) racconta la scena di presenti seduti al tavolo che prendono per i fondelli un povero cristo con una forma d’impotenza 2.0, dicendo: “al quale neanche il polpo… è capace di rare aiuto”.

Tutta questa credenza continuerà fino al mille e cinquecento e oltre. D’altra parte, seguendo questo ragionamento, abbiamo in un certo senso trovato una strada che collega la mangiata di polpo alla calata di polpo che m’abbanniavano gli amici.

Forse si dice per questo, forse semplicemente per quella strana e quasi sacrale attenzione che ci si mette quando si cucina, e che tradizione vuole si facciano tre calate e tre alzate prima di lasciarlo andare nel pentolone, altrimenti i tentacoli non si arricciano… sarà vero?

Comunque, noi siamo andati avanti e abbiamo scoperto che il polpo non è affatto stupido come pensava Aristotele, ma soprattutto che nonostante fosse creduto un Viagra naturale, ahimè, ha una vita sessuale tristissima.

Il disgraziato infatti può fare l’amore solo una volta nella sua vita - e solitamente lo fa quando già è bello che anzianotto - perché una volta raggiunto il piacere massimo, per uno strano scherzo della natura, inizia un veloce processo d’invecchiamento delle cellule che porterà il polpo maschio a morire dopo qualche mese.

La femmina vivrà di più, almeno fino a quando non si schiuderanno le uova. Purtroppo pur di proteggerle h24 smetterà di mangiare e attuerà un processo autodistruttivo che la porterà alla dipartita poco dopo.

Questo è tutto quello so sui polpi. Direte voi: ma che ci interessa, il polpo è buono pure senza saperle tutte queste cose. Su questo non ci piove, ragazzi. Il fatto è che se lo meritava perché è un picciotto molto di cuore… tanto che al posto di uno ne tiene ben tre.
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