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Un quartiere di Catania si chiama come lei: la bella popolana che "stregava" gli uomini

Dietro l’origine del toponimo c'è un racconto popolare dalle sfumature avvincenti: la leggenda su una bellissima giovane catanese dal carattere forte e irriducibile

Livio Grasso
Archeologo
  • 5 agosto 2022

Donna di spalle (foto da Freepick)

Come molti già sapranno, zia Lisa è uno dei quartieri più noti del capoluogo etneo. Per chi non ne fosse a conoscenza, il sobborgo confina anche con altri rioni di egual fama, ovvero, San Giuseppe la Rena, villaggio Sant’Agata, Librino e San Giorgio.

A detta dei più il soprannome “zia Lisa” deriverebbe dalla parola greca “Theia Elysia" che, tradotta letteralmente, assume il significato di “Divi Elisi”.

L’espressione, per l’appunto, rimanderebbe alle incantevoli campagne che circondavano il territorio e alla loro straordinaria fertilità.

Tuttavia, che ci crediate o meno, dietro l’origine del toponimo si cela un racconto popolare dalle sfumature avvincenti: si tratta della leggenda di una certa “zza Lisa”, giovane donna catanese ricordata per il portentoso carattere e la folgorante bellezza.

Ecco la sua storia. Da quel che si dice in giro costei curava i loschi affari di una locanda insieme al marito, noto come "zzu Cicciu Burritta Pilusa".



A quanto sembra, questo postaccio si trovava sulla strada che porta a Gelso Bianco. Pare, inoltre, che tutto venisse gestito a mo’ di zona franca.

Da qui, infatti, il celebre motto senza cuteddu e senza sbirri, vale a dire senza coltello e senza polizia, coniato da zia Lisa in persona.

Fu proprio questa la regola vigente nel luogo in questione, anzi, c’è di più: per assicurarsi che tutti la rispettassero, i due proprietari reclutarono venti uomini malavitosi incaricati di sorvegliare il fondaco notte e giorno.

Altro aspetto interessante della “storiella”, molti ne avranno già sentito parlare, è l’assidua frequenza dei carrettieri che quotidianamente transitavano lungo quella via urbana.

Si crede, a tal proposito, che Lisa gettasse lo sguardo su alcuni di loro per poi sedurli e deliziarli di una frivola avventura amorosa. Spesso e volentieri, però, accadeva che gli amanti se ne invaghissero al punto tale da tornare da lei per ripetere l’esperienza.

Ciò malgrado, la popolana non faceva altro che cacciarli via uno per uno sbattendogli la porta in faccia. Dal cuore di ghiaccio, ribadiva loro che erano stati un semplice passatempo.

Vedendosi schiettamente ripudiati, almeno così si tramanda, di lì a poco furono assaliti da una tal follia che li indusse al suicidio o, nella migliore delle ipotesi, alla scelta di una vita monastica.

Ma non tutti si diedero per vinti: ci fu, infatti, chi perseverò senza alcun riserbo a compiere anche la più disonorevole delle azioni pur di possedere la bella catanese. A tal riguardo esiste un altro aneddoto sul conto di Lisa degno di essere raccontato.

La vicenda fu la seguente: era una giornata tranquilla e Lisa, come sempre, stava occupandosi delle solite infide faccende. Mentre era dedita ai propri doveri, venne improvvisamente aggredita da un uomo che già da tempo le aveva messo gli occhi addosso.

Quest’ultimo cercò di immobilizzarla con tutta la forza che aveva in corpo, ma Lisa si divincolò repentinamente dalla sua presa e gli tagliò la gola con la lama affilata di un coltello.

A partire da quel momento divenne un’eroina per tutta la comunità. Per commemorarla fu anche realizzato un busto marmoreo, di autore incerto, che ne ritraeva fedelmente le fattezze.

Posto nel quartiere, probabilmente rimase esposto lì fino agli anni Trenta sotto la supervisione degli eredi. Addirittura, circolano voci che un gerarca fascista ne rimase così colpito da appropriarsene ed esporlo in casa propria.

Un’altra teoria, invece, sostiene che la statua fu custodita all’interno di un magazzino per un lungo periodo.

Ciononostante, è opinione comune ritenere che a distanza di poco tempo la scultura sia andata in frantumi per via di un bombardamento che colpì lo stabilimento presso cui era conservata.
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