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Un successo che passò alla storia: il timballo del principe è la "chiave" del Gattopardo

In Tomasi di Lampedusa il cibo assume sfumature narrative sottili e allusive; descrive un'epoca nella quale l'opulenza gastronomica era associata alla condizione sociale privilegiata

  • 6 febbraio 2021

Una scena del film "Il Gattopardo" diretto da Luchino Visconti

I critici della letteratura e gli storici forse non saranno d'accordo ma una chiave di lettura per capire la Sicilia, dove tutto cambia affinché non cambi nulla, è proprio il trionfo di un piatto raccontato tra le righe del più famoso (a torto o a ragione, chi può dirlo) romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: "Il Gattopardo".

Il celeberrimo timballo di maccheroni è un tripudio di sapori tipico dell'antica tradizione aristocratica della Sicilia e sembra sintetizzare il clima risorgimentale e i compromessi che di lì a poco avrebbero fatto e disfatto il nostro Paese.

In una Sicilia ancora resistente ai cambiamenti, Garibaldi e le sue Camicie Rosse sbarcano a Palermo e avanzano verso l'entroterra. Siamo a metà dell'Ottocento e molti giovani si arruolano volontari: tra questi Tancredi, nipote del principe don Fabrizio di Salina e fidanzato, con il consenso dello zio, della bella Angelica, figlia di un nuovo ricco.



Con l'arrivo della bella stagione i Salina si trasferiscono da Palermo nella loro residenza estiva di Donnafugata e come ogni anno, da generazioni, viene organizzata in occasione del loro arrivo, una maestosa cena - a partire già dalla lussuosa mise en place della tavola ricca e raffinata - che chiama a raccolta gli amici di sempre e ribadisce solennemente il potere del principe.

Quando questi invita a pranzo i nuovi arricchiti, capisce che deve in qualche modo venire incontro ai gusti più umili e semplici dei suoi ospiti, facendo così onore ai cambiamenti sociali e politici in atto. Ed ecco l'invenzione del "torreggiante" – lo definisce proprio così Giuseppe Tomasi di Lampedusa – timballo di maccheroni raffinato e popolare allo stesso tempo e che ci fa venire l'acquolina in bocca già con la sola descrizione:

"L'oro brunito dell'involucro, la fragranza di zucchero e di cannella che ne emanava, non era che il preludio della sensazione di delizia che si sprigionava dall’interno quando il coltello squarciava la crosta".

Uno scrigno ricco e dorato, espressione dei fasti e della magnificenza dell'aristocrazia dell'epoca, che unisce i profumi e le culture della Sicilia accostando consistenze diverse, dolce e salato. Quell'incredibile mescolanza di sapori è ancora oggi un carattere distintivo della cucina regionale, anche di quella più povera. È il piatto delle feste e delle grandi occasioni che per secoli ha dominato le tavole siciliane.

Oggi diverse antiche ricette siciliane si avvicinano alla descrizione del timballo fatto nel romanzo, rivisitato e variato a seconda delle zone e delle tradizioni di famiglia (leggi qui la nostra ricetta).

Detto anche "gattò a' francisi" (dal francese "gâteau"), dal romanzo capolavoro di Tomasi di Lampedusa e da quel pasticcio del Monsù emerge così un affresco (fortunatamente in gran parte smentito) di una Sicilia sospesa nella sua immobilità, tra regime Borbonico e Regno d'Italia, tra un passato carico di rimpianto e di nostalgia e un futuro ancora incerto.
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