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Una scoperta che segnò la storia a Palermo: un baule e un tesoro nascosto in casa Seffer

Era il 1981 quando un gruppo di giovani appassionati di fotografia fece un'incredibile scoperta, che portò al primo grande evento realizzato dall'associazione Arvis a Palermo

Rosa Guttilla
Giornalista
  • 7 aprile 2021

Un collage ritratti ad opera dei fotografi Seffer

La fotografia è sempre stata considerata parte fondamentale delle arti visive e spesso, negli anni, ha riservato qualche bella sorpresa a quanti, appassionati, si sono trovati sotto mano un tesoro apparentemente abbandonato.

È stato così per il gruppo di giovani e intraprendenti professionisti a vario titolo che, sul finire degli anni '70, era in cerca di una sede per la loro neonata associazione, nella fattispecie l’Arvis (Associazione per le Arti Visive in Sicilia).

L'Associazione si formalizzò nel 1979 grazie all’impegno di un gruppo di fotografi al fine di creare a Palermo un centro di scambi culturali e di dibattiti legati alle Arti Visive, ed alla fotografia in particolare.

Fu invece qualche anno dopo - nel 1981 - che avvenne una scoperta casuale, che portò ad un primo grande evento realizzato da questa realtà neonata che segnò la storia di Palermo.

Ma andiamo con ordine.

«Eravamo, io e Luigi Cocuzza, in cerca di una sede - ci ha detto Pippo Consoli, socio sin dalle prime battute di Arvis (oggi vice presidente e tesoriere) - e casualmente, camminando per le vie della città, ci trovammo davanti una struttura con una bella vetrina in stile Liberty, alle spalle di piazza San Domenico, in via Meli.



Non sapevamo nulla della storia, sempre legata alla fotografia, che questo posto custodiva e chiedendo in giro chi fossero i proprietari ci diedero il contatto della signora Provvidenza Torregrossa, vedova di Enrico Seffer».

Per coloro che non lo sapessero, Enrico Seffer fu colui che, insieme al fratello Antonio, figli di Pietro il caffettiere, diedero vita alla dinastia di fotografi che raccontarono per immagini un’epoca.

«Occupandoci già di fotografia - ha continuato nel suo racconto Consoli - capimmo subito, da fuori, dalla presenza delle tende nelle vetrate, che quel posto aveva a che fare con la nostra passione.

Riuscimmo a rintracciare la signora Torregrossa e subito entrando ci siamo resi conto che quella era la sala da posa per i ritratti fotografici, non lo sapevamo ancora ma eravamo nella casa del ritrattista di Palermo.

Un giorno siamo andati per mettere un po' a posto e trovammo, nel sottoscala, una grossa cassa che conteneva un’enorme quantità di lastre di vetro negative, con migliaia di scatti.

La vedova Seffer, a quanto ci disse, non ne aveva memoria ma, fidandosi in qualche modo di noi e venendo incontro al nostro entusiasmo, formalizzò da un notaio un affido temporaneo per questo materiale.

Il nostro obiettivo, infatti, era fare una grande mostra che esponesse alcuni di questi ritrovati scatti. Con l’occasione la signora Torregrossa, permettendoci di lavorare a questa grande impresa ci concesse anche i locali gratis per tutto il tempo necessario.

Dopo l’epoca dei ritrattisti, a cavallo tra fine ‘800 e ‘900, la fotografia rappresentò la fase successiva e lo strumento più moderno per fermare il tempo e procurarsi un ritratto che, principalmente, la borghesia poteva permettersi.

Fu per questo che dallo studio dei Fratelli Seffer passò praticamente tutta la "Palermo bene" di allora. Insieme ai negativi trovammo anche alcuni elenchi dove erano segnati nomi e cognomi che ci permisero, in qualche modo, di ricostruire storie della città».

Sembra essere quasi una realtà ricorrente, proprio tra i fotografi, il ritrovamento postumo - pensiamo in tempi più recenti alla storia dell’americana Vivian Maier - di materiale che, in qualche modo, a distanza di anni, sembra voler rivendicare la giusta attenzione.

«Abbiamo lavorato tanti mesi insieme in un gruppo di persone formato, oltre da me, da Luigi Cocuzza, che allora era il presidente dell’Associazione, e poi Franco Antioco, Antonella Bisanti, Enzo camina, Giuliana Di Piazza, Valerio Gambino, Valerio Marchese, Sergio Milletarì, Giacomo Pampalone e Costantino Spatafora.

Il recupero di questi negativi non fu semplice perché, essendo in supporto e formato particolari, richiedevano un’attenzione particolare.

Alla fine tra le centinaia di lastre ne scegliemmo più o meno 70, tra quelle che meglio si erano conservate, le stampammo e organizzammo la mostra dal titolo emblematico "Seffer Fotografi a Palermo - Ritratti palermitani fine '800 primi del '900".

Era il 20 aprile del 1983 e la mostra era pronta ad accogliere curiosi e appassionati; fu un successo e perciò la prolungammo ben oltre la data prevista di chiusura del 29 aprile».

Ma questa data segnò anche la storia.

«All’epoca alle pagine culturali al Giornale di Sicilia lavorava un certo Salvo Licata - aggiunge Consoli -. Con lui lavorammo fino alle cinque del mattino di quel fatidico 20 aprile che vide la prima pubblicazione di foto a colori per la testata emblema della Sicilia.

In prima pagina, in tono "osso di seppia" c’era la foto simbolo della mostra che anticipava l’articolo, come da tradizione per le notizie culturali, in terza pagina.

La gente accorreva incuriosita da questi ritratti che, a loro modo, rintracciavano le fila di storie e famiglie dell’epoca.

Come concordato poi con la vedova Seffer a fine mostra affidammo nuovamente a lei e alla sua famiglia tutto questo importantissimo materiale che, ancora oggi, è custodito al "Centro regionale per l’Inventario, la Catalogazione e la Documentazione della Regione Siciliana".

Poi di lì a poco cambiammo sede all’Associazione (che oggi si trova in via Giovanni di Giovanni14, con la gestione dell’attuale presidente Gianni Nastasi) ma per noi fu come un importante battesimo che ancora oggi testimonia la nostra grande passione per la fotografia e l’arte in generale».
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