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Una serie di scosse di terremoto vicino a Palermo: cosa dice l'esperto dell'Ingv

Tutti ricordiamo la scossa del 2002 che provocò l'evacuazione di uffici pubblici e scuole. Per fare chiarezza abbiamo intervistato l'esperto dell'Istituto Luciano Scarfì. L'intervista

Aurelio Sanguinetti
Esperto di scienze naturali
  • 20 febbraio 2026

Nel corso degli ultimi giorni diversi terremoti sono stati registrati in aree vicine al capoluogo siciliano, l’ultimo dei quali, a circa 3 km a Sud Est di San Mauro Castelverde, ha avuto magnitudo 3.2. Nello stesso periodo, altri sismi sono stati localizzati in mare, a diversi chilometri di distanza dalla costa palermitana, a dimostrazione che le faglie presenti nel Tirreno sono attive.

Ciò ha portato parte della popolazione a domandarsi se ci fosse un pericolo imminente legato all’arrivo di un nuovo potente terremoto sulle coste palermitane, inquietudine che nasce inconsciamente, con tutta probabilità, anche a seguito di ciò che sta avvenendo a Niscemi e dalla diffusione delle immagini apocalittiche delle coste devastate dal Ciclone Harry.

Tale preoccupazione è stata comunque serenamente smorzata dai geologi che - anche durante la nostra intervista - hanno ribadito come al momento non ci siano elementi significativi che indichino un aumento della probabilità di accadimento di un terremoto di notevole intensità nell’area palermitana.

Parlando con Luciano Scarfì, sismologo dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, abbiamo d’altronde capito che sequenze sismiche come quelle che si stanno osservando nel Tirreno meridionale rientrano nella normale attività di un’area geologicamente complessa come quella siciliana. In particolare, la Sicilia e la regione tirrenica sono il risultato di una lunga storia di deformazioni legate alla lenta convergenza tra la placca africana e quella eurasiatica: un processo che nel corso di milioni di anni ha modellato il paesaggio e dato origine alle principali catene montuose e ai vulcani dell’isola.

In questo contesto, il lento ma continuo movimento delle placche genera tensioni nella crosta terrestre che, quando si liberano improvvisamente, provocano eventi sismici, come quelli che hanno procurato allarme in questi giorni. Un episodio che ha richiamato l’attenzione sulla vulnerabilità dell’area palermitana è stato il terremoto che ha interessato la provincia nell’ormai lontano settembre 2002. Il sisma, di magnitudo moderata, fu avvertito distintamente dalla popolazione del capoluogo e di altri centri della provincia, causando paura e l’evacuazione di edifici pubblici e scuole.

Pur non avendo prodotto danni paragonabili ai grandi terremoti della storia siciliana, come quello del Belice, quell’evento mostrò come scosse non eccezionali possano avere un forte impatto in aree densamente popolate e possono anche riattivare delle frane preesistenti. Nel 2002, a causa dello scuotimento delle rocce superficiali, si riattivò infatti la frana di Cerda, sebbene essa non ebbe lo stesso impatto mediatico o distruttivo di altre frane presenti in Sicilia, formatasi a seguito di altri fattori preesistenti. Come ha infatti ribadito il professore Valerio Agnesi nel nostro precedente articolo, buona parte delle frane siciliane non trae la propria origine dai terremoti, ma dall’instabilità delle rocce, dall’eccessiva cementificazione del territorio e dai recenti fenomeni atmosferici, che per via del surriscaldamento globale risultano essere più violenti della norma.

Tornando a parlare della struttura geologica dell’isola, la Sicilia occidentale è quindi interessata da un sistema complesso di faglie attive che riflettono la lunga e articolata evoluzione della convergenza tra la placca africana e quella eurasiatica. Questa convergenza, che nel corso dei milioni di anni ha agito con fasi diverse, ha portato alla subduzione della litosfera ionica sotto la Calabria, all'apertura del bacino tirrenico e allo sviluppo dell’arco vulcanico eoliano, con apparati sia emersi sia sottomarini, oltre a modellare le strutture compressive che caratterizzano la Sicilia centro-occidentale e il settore tirrenico meridionale.

È proprio in questo contesto che si sviluppano le numerose faglie capaci, in alcuni casi, di generare terremoti anche di una certa rilevanza, sebbene eventi di questo tipo non siano frequenti. Anche parlando di tsunami bisogna fare attenzione. Molti dei terremoti che avvengono nel Tirreno si generano a profondità tali da non produrre deformazioni significative del fondale marino, e quindi non sono in grado di generare un maremoto. Solo in presenza di un cambiamento improvviso del fondale o di una frana sottomarina può innescarsi un’onda di maremoto. «In generale, uno tsunami nasce quando qualcosa provoca uno spostamento improvviso di grandi masse d’acqua» spiega Scarfì. «Può essere un terremoto che modifica rapidamente il fondale marino, oppure una frana sottomarina che muove una quantità d’acqua sufficiente a generare l’onda distruttiva che raggiunge la costa».

Per rassicurare i cittadini, i geologi ci tengono anche a ribadire che il nostro territorio nazionale è costantemente sorvegliato. Dal punto di vista sismico, l’INGV monitora in tempo reale l’intero Paese attraverso la Rete Sismica Nazionale, registrando e analizzando rapidamente ogni evento. Le informazioni raccolte vengono poi messe a disposizione delle autorità competenti, che le utilizzano per valutare eventuali situazioni di rischio e gestire le fasi di allerta ed emergenza.
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