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Vive tra Palermo e Roma, su set importanti: così Floriana racconta "il film nel film"

Veloce e silenziosa, quasi invisibile, scatta tutto quello che succede sul set, per poi rievocare quello che sul momento è sfuggito. Un mestiere che rischia di sparire

Tancredi Bua
Giornalista
  • 27 aprile 2026

Floriana Di Carlo sul set

Le storie sul grande o sul piccolo schermo riescono spesso a rapirci, ma dietro le quinte, durante le lunghe giornate (o notti) di riprese, ci sono mondi che avrebbero tanto altro da raccontare e che, se lo fanno, è solo grazie a un lavoro che, giorno dopo giorno, rischia di sparire (o, peggio, di essere divorato da una sua versione artefatta, irreale, levigata con intelligenze artificiali per come lo spettatore svogliato e non allenato si aspetterebbe di vedere funzionare certi mondi): il fotografo di scena, l’occhio che immortala i momenti che a volte potrebbero raccontare un film nel film.

Floriana Di Carlo, palermitana che vive a cavallo fra il capoluogo e Roma, è una delle fotografe di scena più attive in Italia: sono suoi gli scatti dietro le quinte tratti dall’ultima miniserie Rai di Michele Soavi, “L’invisibile”, girata fra la capitale e Palermo, così come quelli di “Francesca e Giovanni – Una storia d’amore e di mafia” (di Simona Izzo e Ricky Tognazzi), di “Paradiso in vendita” di Luca Barbareschi, di “Succede anche nelle migliori famiglie” di Alessandro Siani, e ancora de “La bocca dell’anima” di Giuseppe Carleo, di “Stranizza d’amuri” di Giuseppe Fiorello, di “Màkari”, delle prime due stagioni della serie “Il cacciatore” (di Davide Marengo e Stefano Lodovichi).

Veloce e silenziosa, quasi invisibile, Floriana Di Carlo scatta e immagazzina tutto quello che succede sul set, per poi, giorni dopo, rievocare quello che sul momento è sfuggito persino agli attori che stavano provando, ai tecnici che stavano preparando un carrello per un piano sequenza o al regista che stava immaginando come riscrivere una scena.

«Ho avuto la passione per la fotografia – dice – sin da piccola. Sono nata in un’era in cui il digitale era lontanissimo, vivevamo di fotocamere usa e getta. Eravamo quattro figli, nostro padre ci faceva tante fotografie. La Kodak vecchio stampo è nata insieme a me. Ho comprato la mia prima macchina fotografica quando lavoravo per “Agrodolce” (la soap opera girata a fine anni 2000 fra Palermo, Santa Flavia, Porticello e Termini Imerese, ndr.). Su quel set facevo tutt’altro, ero in amministrazione, ma è lì che ho iniziato a fare fotografie di scena. Poi uno dei ragazzi che lavorava con me mi ha chiesto di andare a fare un paio di scatti nei locali della vita notturna e, inaspettatamente, è iniziato tutto».

Tramite un blog di moda che era gestito da Alessandro Di Pietrantonio, fra il 2009 e il 2010 Floriana viene chiamata a Milano per le settimane della moda: «È stata la parte più emozionante dei miei inizi. In quel periodo poi – racconta la fotografa – i fotografi erano tutti uomini. Io ero l’unica donna, tra l’altro la più piccola anche anagraficamente rispetto ai miei colleghi. Alla fotografia di scena non ci pensavo». E dire che due dei suoi fratelli gravitano proprio nell’ambiente cinematografico: Marcello Di Carlo – recentemente sul set al fianco di Pif per il suo ultimo “…che Dio perdona a tutti” e accanto a Paolo Strippoli per il suo horror “La valle dei sorrisi” – è scenografo, nel 2017 candidato al David di Donatello per la migliore scenografia per “In guerra per amore”, sempre per la regia di Pif.

Massimiliano Di Carlo, invece, è attrezzista di scena, spesso al lavoro al fianco del fratello scenografo. Il destino (se così si vuol chiamarlo) avrebbe comunque bussato alla porta della fotografa di lì a breve. «Una mia ex collega di “Agrodolce” mi chiedeva di un fotografo di scena per una produzione che dovevano girare a Palermo – dice la Di Carlo – che si chiamava “Catturandi”. Io con il cinema e la televisione avevo lavorato pochissimo, a Roma avevo fatto “Hand” (un cortometraggio di Luca Lucini, ndr.), ma poi mi ero sempre concentrata su feste, reportage, foto di strada, foto sportive, sono sempre stata lontana dai matrimoni, ne ho fatti davvero pochissimi.

La produttrice della serie, Francesca Di Donna, mi mise alla prova dicendomi “Noi veniamo a Palermo, tu per quei giorni seguici mentre facciamo i sopralluoghi e vediamo cosa ne viene fuori”. Non avrei mai pensato non solo che mi avrebbero preso, ma che dopo “Catturandi” avrei mollato tutto il resto e mi sarei dedicata esclusivamente alla fotografia di scena». Per quel primo incarico su una produzione lunga, «avvertii, un po’, di essere messa da parte. Ma non perché fossi una donna, più per il fatto di essere “sconosciuta”. Probabilmente, agli inizi ero anche meno disinvolta, più impacciata, più in balia delle sensazioni, e non nego che ancora oggi quando viene battuto il primo ciak io ho ancora una grande emozione. Forse questo impaccio era dovuto alla mia inesperienza, quando sei all’inizio lo sguardo di chi è da tanto nel settore ti sembra più critico di quanto non sia veramente. E ti senti subito “etichettata”».

Di certo non è un mestiere facile. Tutt’ora, ammette la fotografa, «non aspetto che siano gli altri a chiamarmi, continuo a propormi sempre, sia a Palermo sia a Roma, dove faccio un’altra buona parte dei miei lavori». Se una produzione ha un budget ridotto, il ruolo del fotografo di scena è «il primo a saltare - racconta la Di Carlo -anche perché con le nuove tecnologie in molti pensano di compensare l’assenza del professionista con scorciatoie digitali.

È una cosa che dispiace, che lascia un senso d’amaro. L’intelligenza artificiale sta facendo il suo corso. Sicuramente il fatto che ci siano a disposizione budget sempre più risicati non aiuta, c’è una disattenzione, ma solo in alcuni contesti, perché poi esistono diverse produzioni che ci tengono a far vedere i retroscena di un film tramite il nostro occhio».

Qualora non fosse chiaro, cosa fa il fotografo di scena? Immortala i momenti sul set, quelle lunghe pause in cui al passante curioso sembra non stia succedendo niente e invece stanno tutti lavorando freneticamente per portare il film, la serie o il cortometraggio a casa. «Per antonomasia, il fotografo di scena – racconta la Di Carlo – nasce per raccontare i momenti che sono già raccontati dalla macchina da presa.

Inizialmente si cercava di avere lo stesso punto di vista della macchina da presa, anche per poter lavorare con l’illuminazione che aveva già dato il direttore della fotografia, però anche lì ormai siamo liberi, l’importante è non disturbare durante la scena. Al professionista il margine di creatività è dato dallo scegliere l’inquadratura e la luce, anche se questa non dovesse essere conforme a quella che viene data alla scena stessa. La rigidità c’è solamente quando dall’ufficio stampa ci arriva la richiesta specifica di adottare un certo taglio o concentrarci su un certo personaggio. Per il resto ho sempre il massimo della libertà, di catturare quello che voglio quando voglio».

Senza contare il fatto che molte delle sue fotografie, scattate sul set o in momenti appositamente organizzati con il cast, spesso diventano le locandine dei film. Il peccato, secondo lei, è che «molte cose tratte dal backstage non vengono utilizzate, e così la parte più bella della lavorazione di un’opera viene spesso meno. Resta a me, perché mi lascia a disposizione la parte più emotiva dei ricordi quando vado a rivedere un lavoro finito. E quant’è bello, al termine di tutto, condividere le foto di backstage con tutta la troupe…».

Fra le esperienze che Floriana Di Carlo porta sempre con sé c’è quella di “Paradiso in vendita”, il film di Luca Barbareschi girato quasi interamente a Filicudi: «Siamo stati sull’isola per due mesi – racconta – senza poter mai tornare a casa, con le sole duecentottanta persone che vivono sull’isola in autunno inoltrato, da ottobre a fine novembre. È stato emozionante perché è stato come vivere un film dentro il film. Di solito, quando fai questo lavoro, anche durante una trasferta costruisci le tue abitudini, rientri a casa. Qui invece eravamo immersi in un mondo senza confini. Da poco ho lavorato a un’altra storia che mi ha molto coinvolto, io sono stata all’opera soltanto nella parte sicula, s’intitola “Io ero il milanese”.

Ancora prima di leggere la sceneggiatura m’ero innamorata del podcast, del personaggio reale che si lascia intervistare. Poi c’è “Il cacciatore” (di cui Floriana Di Carlo è stata fotografa di scena per le prime due stagioni, al fianco di Francesco Montanari, Miriam Dalmazio, Roberta Caronia, David Coco, Francesco Foti, Edoardo Pesce e tantissimi altri, ndr.) e, naturalmente, il primo incarico su un set grande, “Catturandi”. Ho un ricordo molto forte di quei giorni. Anche “L’Ora – Inchiostro contro piombo”, di Piero Messina, è un set di cui porto con me ricordi forti. È stato, nel periodo del Covid, il primo lavoro “in mascherina”, e le ultime settimane di riprese sono state, personalmente, molto toste. Ma lo ricorderò sempre. Fare fotografia di scena è un lavoro che mi piace così tanto che in realtà ciascun film, sia commedia, sia drammatico, sia per il cinema, sa ritagliarsi un suo spazio nei miei ricordi belli, anche i progetti che magari mi hanno lasciato l’amaro in bocca. Sono tutti lavori che rifarei».

Ora che il suo nome è collegato a un portfolio lungo decine e decine di film sul mercato italiano, è a quello francese che Floriana Di Carlo sta guardando da un po’ di tempo: «Vorrei lavorare in una troupe di francesi, con registi francesi e attori francesi. Amo il loro cinema, mi diverte quello che fanno. Ci sto ragionando sul serio. Non parlo il francese, e sapere la lingua è una conditio sine qua non, però in fondo con le immagini parlo un linguaggio universale».
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