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Capodanno sì, Capodanno no: per dar forza alle periferie ci voleva un neomelodico

Giudicare il successo sul flusso di presenze a Palermo è un errore grave. La storia insegna che sul fronte culturale non sempre i numeri sono dalla parte di chi ha ragione

Giovanni Callea
Esperto di marketing territoriale e sviluppo culturale
  • 3 gennaio 2020

La conferenza stampa della notte di San Silvestro 2019 a Palermo

Ho seguito molto divertito la querelle tra governo cittadino ed opposizioni sul fallimento del concerto di Capodanno organizzato al CEP.

Premetto che sono stato al CEP qualche giorno prima di capodanno nell’ambito delle Conversazioni itineranti sulle periferie ispirate a Jane Jacobs, e mi preme dire che da parte del quartiere è stata molto apprezzata questa attenzione da parte dell’amministrazione. Certo, non è passato inosservato che l’area è stata posta ad una pulizia straordinaria, al punto che i residenti scherzando sostenevano la necessità di un capodanno al mese.

Giudicare il successo di questa iniziativa sul flusso di presenze è un errore grave. La storia insegna che sul fronte culturale non sempre i numeri sono dalla parte di chi ha ragione. Basti guardare le storie personali di Vermeer, Bach, Kafka, Maier giusto per citare esponenti di forme d’arte differente, oggi noti a tutti ed in tutto il mondo, ma assolutamente sconosciuti o quasi ai loro contemporanei. Chi contesta questa operazione per le presenze sbaglia, poiché guarda solo un parametro, ovvero il consenso a breve, e non guarda l’impatto nel medio e lungo periodo.

Palermo è costituita da 55 unità di primo livello, che amministrativamente sono state aggregate prima in 25 quartieri ed adesso in 8 circoscrizioni. Siamo più di 700.000 abitanti. Il blasonato centro storico vale 20.000 abitanti, arriva forse a 50.000 abitanti estendendo alla zona Politeama-Libertà. La città vive altrove rispetto alla narrativa cui siamo abituati. Tentare di uscire dal curato e protetto centro è una cosa che io credo vada difesa a qualunque costo, anche se avviene in modo scomposto come nel caso di questo fine anno.

Tacciare di fallimento il Capodanno al CEP è un grave errore perché rischia di fare passare l’idea, sbagliata, che non sia quello un luogo dove immaginare che la città si possa incontrare per celebrare il nuovo anno. Il CEP è Palermo. Come lo sono lo Sperone, Cruillas, lo ZEN.

Dal mio punto di vista l’idea è buona al punto che io, se avessi questo ruolo, immaginerei esagerando 55 feste, una per ogni unità di primo livello della città, o magari per i 25 quartieri o nelle otto circoscrizioni. Lasciando comunque alle comunità lo spazio di organizzare la propria celebrazione come credono.

Ogni comunità di Palermo ha il suo modo di essere e rappresentarsi, ed io immagino che una intera città in festa sia uno spettacolo bello per chi la abita ma anche per un turista, che potrebbe scegliere tra tante feste rionali, anche senza grandi nomi nazionali sul palco. Senza trascurare quanto possa essere una bella opportunità per i tanti artisti della città di raccontarsi e raccontarla. Il tutto mi pare molto più divertente e stimolante che sentire il cantante più o meno noto di turno.

Detto questo, ovviamente non intendo difendere alla cieca l’operato dell’amministrazione. La realizzazione dell’idea è stata pessima. Sono stati commessi errori, senza offesa per l’assessore di turno, un po’ di superficialità ed un po’ di incompetenza. Il più eclatante è che l’amministrazione non ha adottato una narrativa sul quartiere. Il CEP è un posto a mio avviso affascinante, peraltro nel panificio storico in piazza fanno un pan d’arancio straordinario.

Un quartiere nel quale operano anche persone di speciale qualità, in particolare nel centro San Giovanni Apostolo ospitato dalla parrocchia. È un pezzo di città che lotta per uscire dal ghetto, ed i residenti hanno la mia stima e solidarietà. Occorreva raccontare questo, e farlo bene; dando anche la serenità a chi vive altrove che non avrebbe avuto alcun rischio a festeggiare il quella parte di città, raccontata finora come “maledetta”: quanto del CEP è noto è poco rassicurante, ma è solo uno dei racconti possibili e questa festa era l’occasione per cambiare quella narrativa.

Parimenti andava curato un racconto sul territorio, spiegando quanto questa era una occasione per mostrare il bello del quartiere. Magari ospitando sul palco alcune testimonianze di chi in quel posto vive ed opera.

Così come andava raccontato alla città che quel giardino dedicato a Peppino Impastato, che avrebbe ospitato il concerto, è curato dalle scuole del quartiere per 365 giorni all’anno. Non è un pezzo di terra qualunque, ma un presidio di amore per Palermo e di Palermo, magari poco noto fuori dal quartiere, ma certamente molto rappresentativo di una città possibile.

Infine credo anche che la scelta artistica sia stata del tutto inappropriata. Al CEP andava programmato un concerto neomelodico. Perché è quella la cultura musicale di quell’area. E se occorre aprire un dialogo con la periferia, nella notte più pop dell’anno, uso il linguaggio del luogo che mi ospita. Poi magari una domenica mattina oppure la mattina dopo organizzo pure l’esecuzione dell’Inno alla gioia con il coro del Teatro Massimo. Lavoro in pratica sull’idea di scambio culturale e non di imposizione dall’alto di uno stilema che se va bene al centro non è detto che possa funzionare in periferia.

Io credo che una città come Palermo, che intende vivere di turismo, non può e non deve operare senza un progetto artistico. Non si può programmare sulla base delle proposte che arrivano. Ma l’amministrazione dovrebbe dotarsi di una struttura in grado di essere proattiva nella programmazione delle attività artistiche. Su questo ho pochi dubbi.

La notte di Capodanno, senza avere preparato nulla, devo usare un linguaggio che in quell’area della città avrebbero compreso. Tra quinta e sesta circoscrizione sono quasi 200.000 abitanti. Anche solo volendosi riferire a questa fetta di popolazione il pubblico non sarebbe mancato.

Il concerto non è stato né un successo né un insuccesso. È stato un primo passo, forse incerto, ma necessario per provare a raccontare e vivere la città al di fuori dei salotti buoni.

A me che il sindaco e gli assessori di turno siano bersaglio di polemiche più o meno azzeccate importa poco, mi preme però che questo non diventi ancora una volta un costo per le nostre periferie.

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