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A Palermo c'è un camposanto tra i più antichi d'Europa: dai 30 denari di Giuda a Epicuro

Si tratta del primo cimitero pubblico. Da qui domanda con la "D" di Domodossola, quella sulla morte, che ha alimentato il dibattito tra le grandi menti del passato

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 2 agosto 2022

Il cimitero di Sant'Orsola a Palermo

Due cose sono inevitabili nell’esistenza: la morte e la D di Domodossola in nomi, cose e città.

E mentre alla seconda ci siamo rassegnati perché da quando i Sumeri hanno inventato la scrittura cuneiforme alla voce "città con la D" si è sempre scritto Domodossola, alla prima l’uomo non si è mai abituato ed ha sempre cercato di comprendere il fine ultimo dell’esistenza e della sua fine, soprattutto le grandi menti del passato.

Schopenhauer diceva che "non v’è rimedio per la nascita e per la morte, salvo che godersi l’intervallo".

Il cavaliere Silvione, studioso per eccellenza, deve averlo capito benissimo questo concetto, prova ne è che è stato il primo ad inserire tutti quegli intervalli pubblicitari all’interno dei suoi canali televisivi. Epicuro invece era un po’ più a “me ne fotto” e diceva che non c’è da preoccuparsi perché “quando ci siamo noi non c’è la morte e quando ci sarà la morte non ci saremo noi”.



Nonno, infine, che di pensiero stava a cavallo tra la scuola epicurea e quella berlusconiana, era fermamente convinto che la morte fosse un mito tenuto in vita dall’industria delle casse da morto.

Ed era proprio dal balcone di quel gran pezzo di filosofo di nonno, che con un bicchiere di acqua e zammù ci godevamo la romanticissima vista sul camposanto palermitano di Sant’Orsola, che pochi lo sanno ma è protettrice degli educatori, delle università, dei bambini malati e dei venditori di tessuti.

Per intenderci, il cimitero di Sant’Orsola è quello che si sviluppa tutt’intorno alla chiesa di Santo Spirito, quella famosa da dove nel 1282 partirono i Vespri Siciliani.

Appassionandomi quindi alla causa, scopro inaspettatamente che per certe cose siamo stati sempre famosi. Quando si parla di cimiteri infatti si sente dire ovunque "Palermo di qua! Palermo di là!” perché giustamente siamo un’eccellenza.

La cosa più interessante è che questo primato lo abbiamo già dal 1783, anno in cui nella nostra città viene edificato il primo camposanto pubblico d’Europa, aperto a tutte le classi sociali, quando il viceré era un certo Domenico Caracciolo.

Eh già, perché il problema è che forse noi oggi siamo più francesi di quanto erano i francesi ai tempi dei vari Luigi, perché fino alla Rivoluzione Francese in casa dei cugini d’Oltralpe c’erano grossi problemi con la morte, ma soprattutto sul dove andarli a mettere questi morti, che il più delle volte finivano nelle fosse comuni a meno che non tenessero li sordi.

Il problema lo risolverà Napoleone solo nel 1804 con l’editto di Saint Cloud, che, ricalcando quello che già era normalità a Sant’Orsola da quel 1783, ordinava di costruire i cimiteri fuori dalle città e di fare, in nome di quella sbandierata egalitè, lapidi uguali per tutti - ricchi, poveri, belli e brutti - in modo da non fare discriminazioni (allargato poi anche all’Italia nel 1806).

Raggiunta questa bellissima consapevolezza che mi ha fatto sentire fiero di essere palermitano e portatore del marchio d’eccellenza "Gambero Morto", c’erano altri due misteri da svelare: come mai il camposanto si chiamasse camposanto e perché viste tutte queste differenze nei cimiteri ci fosse sempre lo stesso medesimo albero: il cipresso.

Bene, la definizione di camposanto sembra essere più antica di quanto pensiamo.

Ai tempi di Gesù l’istituto per emanazione delle leggi era il Sinedrio, cioè un congresso formato da 71 sacerdoti che avevano un carattere un po' particolare e comandavano su ogni povero cristo (compreso lui).

Ora, Giuda, che traditore sì ma scemo non era, quando lo accusavano attorno ad una tavola aveva sempre l’alibi che forse se ne era andato troppo vino (anche perché con Gesù era aggratis) e ogni scusa quindi era buona per dare la colpa a lui.

La verità la sappiamo tutti, e cioè che si vendette chi si vendette per trenta denari e manco se li godette perché per il rimorso si andò ad impiccare nel campo del vasaio.

Dice, ma uno si vende una persona per 30 euro? Oggi giorno probabilmente anche per meno, ma secondo una stima i trenta denari del tempo dovrebbero valere all’incirca quanto 2.500 euro di oggi.

La domanda a questo punto è spontanea: che fine fecero sti piccioli dopo la dipartita del fedifrago? Facile, se li acchiapparono i sacerdoti per comprare l’Hacedalma (campo di sangue), ovvero il nome dato al campo del vasaio oramai dannato.

L’associazione funeraria avvenne po’ più in là, precisamente nel medioevo dove era usanza seppellire i cristiani morti in Terra Santa proprio nell’Hacedalma.

Col passare del tempo i cimiteri italiani e tedeschi presero il nome di camposanto perché i pellegrini che tornavano dal macabro campo del vasaio portavano con loro un pugno di terra che depositavano sulla tomba del defunto.

E perché i cipressi? Il cipresso è sempre stato simbolo di immortalità, della vita dopo la morte e tante altre cose bellissime. La verità però è una, che le radici del cipresso scendono in profondità e non crescono in ampiezza, evitando dunque di andare a disturbare qualche povero morto (e magari riportarlo in superficie) che dopo una vita di rotture di scatole finalmente si sta facendo una dormita.

A proposito, diceva sempre nonno: «Mangiati tutto in vita, perché da morto non ti porti appresso niente».
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