Alcuni li conosci, altri non sai che esistono: quali sono i frutti perduti di Sicilia
Sono frutti che conoscevano i nostri nonni, e che spesso non sono arrivati fino a noi. Difficile stilare un elenco esaustivo, qui ve ne citiamo qualcuno. Cosa rimane
Una cesta di frutta siciliana
Mi piaceva da bambina andare a visitare gli orti, erano giardini segreti, spogli d’inverno, ma che con l’arrivo della primavera, esplodevano, tutto andava a fiore e poi a frutto, piante sospinte da un’energia incontenibile. Molti di questi tesori si sono perduti come si legge in un libro: “C’era una volta un orto che produceva frutti fantastici di tutti i colori e di tutti i sapori…Un brolo reale, come 100, 1000, 10.000 altri piccoli Eden”.
Ricavati in piccoli spazi in città o in lussuose residenze di campagna o in quelle salme di terra che ogni siciliano aveva un tempo, erano luoghi di privata delizia. Leggendo un rapporto della Coldiretti si vede che a fine '800 si contavano circa 8000 varietà di frutti, cento anni dopo erano 2000 con 1500 a rischio di estinzione. Sono frutti che conoscevano i nostri nonni, e che spesso non sono arrivati fino a noi in nome di un’agricoltura omologata che risponde alla dura legge del mercato, puntando ad una produzione non più stagionale e ad una massificazione di tutti i prodotti escludendo la biodiversità.
Difficile stilare un elenco soprattutto considerando che anche le qualità più comuni avevano altre produzioni particolari, difficile ormai da reperire. Iniziamo con un frutto sicuramente conosciuto: il fico, da sempre presente negli orti con i suoi frutti dolcissimi ma delicati, facili a rovinarsi e non adatti a una coltivazione intensiva. L’afrore dolciastro della sua resina in estate, era una guida per chi ama va e ama questo frutto dal “dolce languore”. Spesso suo compagno poco distante era il Nespolo, elegante nel portamento con le sue foglie ricoperte da peluria e magnifici fiori bianchi. Diffuso in tutta Italia, oggi troviamo i frutti raramente nel reparto ortofrutta dei supermercati, il più delle volte poco maturi. Altro frutto che però ha cambiato nel corso del tempo la “destinazione d’uso”, diventando albero ornamentale è il Melograno. È un dato che non esite in Italia una coltivazione di “malum granatum” il frutto probabilmente “non è più gradito per il sapore acidulo e la difficoltà a sbucciarlo”.
Eppure la melagrana simboleggiava presso Egizi e Fenici la fertilità l’abbondanza, gli venivano riconosciute doti magiche, il suo legno si diceva fosse capace di trovare acqua o tesori nascosti. Maturando da settembre a ottobre è ricco di vitamina C e potassio, contrasta l’aterosclerosi ed una volta si diceva che evitava la carie. Se questi frutti li conosciamo un po’ tutti da qui in poi i ci addentreremo in quelli che a molti saranno sconosciuti. Iniziamo con l’Azzeruola “un pomo come mela-pera”. È un pometto conosciuto a Siracusa come ‘nazarola; è la mela dei boschi, quella che spesso troviamo durante le passeggiate. Originaria dell’Asia Minore su diffuse in tutto il Mediterraneo. Frutto selvatico non si presta a coltivazione e non dura più di due giorni una volta raccolto, la sua trasformazione in confettura diventa d’obbligo se colta in grandi quantità. Diuretico cardiotonico, antiossidante, combatte l’anemia e fa bene agli occhi.
Altro frutto che in realtà è un legume, è la carruba, snack della gente povera e dei ragazzi che una volta l’acquistavano per poche lire nei carretti. Ricca di vitamine, povera di grassi, viene usata per la sua farina. Il suo baccello sa di cioccolato e vaniglia, tanto da essere stata definita la cioccolata dei poveri. Nel libro viene rivelata una curiosità: “i suoi semi identici e dello stesso peso, venivano usati come unità di misura per i diamanti, da qui la parola carato. Si racconta inoltre che i chimici britannici vendevano i baccelli ai cantanti per mantenere le corde vocali sane, pulite e lenire la gola”. Ci vogliono, un albero maschio e femmina per produrre i baccelli e devono trascorrere 7 anni prima che il carrubo sia in grado di produrre baccelli.
Altro piccolo frutto è il Sorbo adoperato per la preparazione dei dolci e liquori. La particolarità di questo frutto autunnale e che deve “ammezzire” (maturare) nella paglia diventando scuro e morbido. Anche questo ricco di vitamine e sali minerali In siciliano sono chiamati zorbe. Del Corbezzolo, altro frutto, ne parlano i poeti latini per la sua capacità di rinascere dal fuoco, ed in Sicilia roghi naturali o voluti ci sono sempre stati, rappresenta eroismo e volontà. È un frutto particolare rosso, rugoso e granuloso che diventa dolcissimo una volta maturo. Autunnale è presente in maniera spontanea sull’Isola anche se ha avuto anche lui una rivalutazione come pianta ornamentale.
Dell’isola di Creta è il frutto sacro a Afrodite, la Mela Cotogna. Sempre più dimenticata ha un sapore acidulo che sparisce una volta cotto. Famose le gelatine di Ragusa, fu usata anche in piatti elaborati a base di carne preparati dai Monsù per le famiglie nobili siciliane. Un frutto che sicuramente non troveremo mai è il Chinotto. Proveniente dalla Cina ha trovato in Sicilia un abitat favorevole, Dalla zagara profumatissima e con frutti che assomigliano all’arancia, non può essere degustato appena raccolto. Quasi sparito alla fine dell’800 sta rientrando tra i frutti pregiati, famosa la bevanda vero elisir per il caldo. Chiudo questa piccola rassegna con il frutto degli imperatori Aztechi, deve il suo nome a quelle che Colombo chiamò dopo la sua scoperta, le Indie Orientali. È il Fico d’India originario dell’Altopiano del Messico. Sembrerà incredibile ma 500 anni fa non era presente è “un acquisto” recente, che sull’Isola ha trovato il luogo migliore al mondo dove crescere e diffondersi.
Il suo frutto è dolcissimo e privo di calorie. Particolare e di nicchia, lo ricordo come dessert offerto da amici Palermitani, su un vassoio d’argento, con una colata di cioccolato fondente. Un vero Paradiso ritrovato per tutti i sensi.
Fonti: “I frutti Dimenticati “– Morello Pecchioli. Documentazione e Studi Agronomo Francesco Chini.
Ricavati in piccoli spazi in città o in lussuose residenze di campagna o in quelle salme di terra che ogni siciliano aveva un tempo, erano luoghi di privata delizia. Leggendo un rapporto della Coldiretti si vede che a fine '800 si contavano circa 8000 varietà di frutti, cento anni dopo erano 2000 con 1500 a rischio di estinzione. Sono frutti che conoscevano i nostri nonni, e che spesso non sono arrivati fino a noi in nome di un’agricoltura omologata che risponde alla dura legge del mercato, puntando ad una produzione non più stagionale e ad una massificazione di tutti i prodotti escludendo la biodiversità.
Difficile stilare un elenco soprattutto considerando che anche le qualità più comuni avevano altre produzioni particolari, difficile ormai da reperire. Iniziamo con un frutto sicuramente conosciuto: il fico, da sempre presente negli orti con i suoi frutti dolcissimi ma delicati, facili a rovinarsi e non adatti a una coltivazione intensiva. L’afrore dolciastro della sua resina in estate, era una guida per chi ama va e ama questo frutto dal “dolce languore”. Spesso suo compagno poco distante era il Nespolo, elegante nel portamento con le sue foglie ricoperte da peluria e magnifici fiori bianchi. Diffuso in tutta Italia, oggi troviamo i frutti raramente nel reparto ortofrutta dei supermercati, il più delle volte poco maturi. Altro frutto che però ha cambiato nel corso del tempo la “destinazione d’uso”, diventando albero ornamentale è il Melograno. È un dato che non esite in Italia una coltivazione di “malum granatum” il frutto probabilmente “non è più gradito per il sapore acidulo e la difficoltà a sbucciarlo”.
Eppure la melagrana simboleggiava presso Egizi e Fenici la fertilità l’abbondanza, gli venivano riconosciute doti magiche, il suo legno si diceva fosse capace di trovare acqua o tesori nascosti. Maturando da settembre a ottobre è ricco di vitamina C e potassio, contrasta l’aterosclerosi ed una volta si diceva che evitava la carie. Se questi frutti li conosciamo un po’ tutti da qui in poi i ci addentreremo in quelli che a molti saranno sconosciuti. Iniziamo con l’Azzeruola “un pomo come mela-pera”. È un pometto conosciuto a Siracusa come ‘nazarola; è la mela dei boschi, quella che spesso troviamo durante le passeggiate. Originaria dell’Asia Minore su diffuse in tutto il Mediterraneo. Frutto selvatico non si presta a coltivazione e non dura più di due giorni una volta raccolto, la sua trasformazione in confettura diventa d’obbligo se colta in grandi quantità. Diuretico cardiotonico, antiossidante, combatte l’anemia e fa bene agli occhi.
Altro frutto che in realtà è un legume, è la carruba, snack della gente povera e dei ragazzi che una volta l’acquistavano per poche lire nei carretti. Ricca di vitamine, povera di grassi, viene usata per la sua farina. Il suo baccello sa di cioccolato e vaniglia, tanto da essere stata definita la cioccolata dei poveri. Nel libro viene rivelata una curiosità: “i suoi semi identici e dello stesso peso, venivano usati come unità di misura per i diamanti, da qui la parola carato. Si racconta inoltre che i chimici britannici vendevano i baccelli ai cantanti per mantenere le corde vocali sane, pulite e lenire la gola”. Ci vogliono, un albero maschio e femmina per produrre i baccelli e devono trascorrere 7 anni prima che il carrubo sia in grado di produrre baccelli.
Altro piccolo frutto è il Sorbo adoperato per la preparazione dei dolci e liquori. La particolarità di questo frutto autunnale e che deve “ammezzire” (maturare) nella paglia diventando scuro e morbido. Anche questo ricco di vitamine e sali minerali In siciliano sono chiamati zorbe. Del Corbezzolo, altro frutto, ne parlano i poeti latini per la sua capacità di rinascere dal fuoco, ed in Sicilia roghi naturali o voluti ci sono sempre stati, rappresenta eroismo e volontà. È un frutto particolare rosso, rugoso e granuloso che diventa dolcissimo una volta maturo. Autunnale è presente in maniera spontanea sull’Isola anche se ha avuto anche lui una rivalutazione come pianta ornamentale.
Dell’isola di Creta è il frutto sacro a Afrodite, la Mela Cotogna. Sempre più dimenticata ha un sapore acidulo che sparisce una volta cotto. Famose le gelatine di Ragusa, fu usata anche in piatti elaborati a base di carne preparati dai Monsù per le famiglie nobili siciliane. Un frutto che sicuramente non troveremo mai è il Chinotto. Proveniente dalla Cina ha trovato in Sicilia un abitat favorevole, Dalla zagara profumatissima e con frutti che assomigliano all’arancia, non può essere degustato appena raccolto. Quasi sparito alla fine dell’800 sta rientrando tra i frutti pregiati, famosa la bevanda vero elisir per il caldo. Chiudo questa piccola rassegna con il frutto degli imperatori Aztechi, deve il suo nome a quelle che Colombo chiamò dopo la sua scoperta, le Indie Orientali. È il Fico d’India originario dell’Altopiano del Messico. Sembrerà incredibile ma 500 anni fa non era presente è “un acquisto” recente, che sull’Isola ha trovato il luogo migliore al mondo dove crescere e diffondersi.
Il suo frutto è dolcissimo e privo di calorie. Particolare e di nicchia, lo ricordo come dessert offerto da amici Palermitani, su un vassoio d’argento, con una colata di cioccolato fondente. Un vero Paradiso ritrovato per tutti i sensi.
Fonti: “I frutti Dimenticati “– Morello Pecchioli. Documentazione e Studi Agronomo Francesco Chini.
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