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Altro che torture cinesi: in Sicilia gli antichi greci ti cuocevano vivo (ma con le spezie)

Una delle più controverse "porcherie" mai messe in atto dalla mente umana nella Sicilia degli antichi greci. Siamo ad Akragas e questo è quello che accadde a un povero inventore

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 20 giugno 2021

Un disegno del Toro di Falaride

Come 'l bue cicilian che mugghiò prima col pianto di colui, e ciò fu dritto, che l'avea temperato con sua lima, mugghiava con la voce de l'afflitto, sì che, con tutto che fosse di rame, pur el pareva dal dolor trafitto.

Con queste parole il sommo poeta Dante Alighieri nel canto XXVII dell’Inferno, vv 7-12, ci racconta una delle più controverse porcherie mai messe in atto dalla mente umana nella Sicilia degli antichi greci.

Questa è la storia di un toro, del suo inventore Perillo - una sorta di Giorgio Mastrota dell’epoca - e del tiranno Falaride. Siamo ad Akragas (attuale Agrigento), ci raccontano gli storici di allora, ai tempi della «cinquantaduesima olimpiade».

Akagras è stata fondata da circa dieci anni come - e questo io manco non lo sapevo - subcolonia di Gela (in pratica Agrigento era una succursale di Gela).

Manco il tempo di mettere in piedi i primi templi, perdonate il gioco di parole, che spunta un politico di "Forza Grecia" di nome Falaride che, al motto di "è tutto meo, è tutto meo", nel 580 a.C. si autonomina tiranno di questa nuova polis.



Alcuni raccontano che fosse un esattore delle tasse che aveva fatto finta di raccogliere i soldi per costruire un tempio dedicato a Zeus, e che invece si era masticato tutte cose.

Altri invece raccontano che fece un colpo di stato approffitando delle Tesmoforie, ossia le feste che si facevano a fine ottobre in onore della dea Demetra e di sua figlia Persefone e che - per capirci - sarebbe come se oggi un partito di minoranza facesse cadere il governo mentre c’è una pandemia in corso.

In ogni caso, che si tratti dell’una o dell’altra, quello che c’è da sapere è che Falaride era un politico troppo all’avanguardia per i tempi, una sorta di centravanti di sfondamento.

Nello stesso periodo, ad Atene, c'era un bravissimo bronzista di nome Perillo che con i metalli faceva miracoli. Siccome, come abbiamo detto, doveva essere un sorta di Giorgio Mastrota dell’epoca, Perillo non si accontentava di vendere le sue “batterie” solo agli ateniesi: quello aveva già in mente di allagarsi e diventare il boss delle vendite.

Ora, dato che Mondial Casa ancora non c’era, e meno che mai il telefono, ogni volta che creava qualcosa di particolare si doveva fare il biglietto della nave e andare a fare da sé il rappresentante porta a porta.

È così che Perillo giunge ad Akagras. E non ci giunge da solo, ma ci arriva in compagnia di un toro di ottone a grandezza naturale. Direte voi, ma non si poteva caricare qualcosa che stava dentro una borsa, tipo dei bracciali o delle collane? No.

E il motivo era che portare quel toro a Falaride significava pressappoco creare una scarpa su misura per Cristiano Ronaldo e andargliela a calzare di persona come il principe con la scarpetta di Cenerentola.

Il bovino di ottone, infatti, tutto era tranne che un soprammobile: Falaride era un tiranno cattivissimo e, come è risaputo, "per una grande parete ci vuole un grande pennello".

Per farla breve, il toro, che non prenderà il nome dell’inventore ma si chiamerà Toro Falaride, altro non era che uno strumento di tortura. Se avete pensato alle corna siete fuori strada.

Il toro, per intenderci, era veramente una sorta di pentola: sotto la pancia del divin bovino, infatti, c’era uno sportello dal quale veniva inserito il condannato. Non ci crederete, ma insieme al povero disgraziato venivano inserite anche delle spezie, come per esempio alloro o rosmarino, e sotto il toro di ottone veniva quindi acceso un fuoco.

La cottura non poteva che essere lenta e crudele, ma la cosa peggiore era che le narici del toro erano forate e da queste uscivano, insieme ai profumi delle spezie, le grida dei condannati che sembravano riprodurre il muggito dell’animale. Doveva trattarsi di scene raccapriccianti.

Falaride rimase così entusiasta, cosi folgorato, così stupìto, dall’invenzione di Perillo, che non volle manco aspettare che ci fosse un condannato. «Ma siamo sicuri», gli chiese, «che da quello sportellino ci entra una persona?».

Appena Perillo aprì lo sportello per dargliene prova, il tiranno, che forse da piccolo aveva fatto abuso di Hansel e Gretel, lo fece spingere dentro la sua stessa invenzione, chiuse lo sportello e fece accendere il fuoco. Quindi fece portare pop-corn e patatine e si mise ad assistere allo spettacolo.

Appena il tiranno fu felice e contento, e cotto e abbronzato Perillo, ordinò di tirarlo fuori dal toro e di portarlo al suo cospetto. Il povero inventore, che ora si aspettava la ricompensa, pensò che una volta liquidato forse avrebbe dovuto cambiare mestiere o modalità di vendita.

Purtroppo per lui la liquidazione fu molto più lauta di quella che pensava: fu portato sopra una rupe e fu lanciato a volo d’angelo.

Perillo murìu e la storia finìu.
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