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Chi ci entra fa un tuffo nello stile Liberty: a Palermo c'è un lussuoso palazzo da scoprire

Passeggiando tra via Libertà e via Enrico Albanese salta subito all'occhio un bel palazzo con la facciata dai toni rossastri: ecco la storia di questo luogo d'incanto

Giusi Lombardo
Cercatrice di monumenti
  • 25 agosto 2020

L'interno di palazzo Petyx a Palermo (foto Giusi Lombardo)

È ben noto che in via Enrico Albanese, strada compresa fra la piazza della Pace e la via della Libertà, si trova il carcere dell'Ucciardone, ma anche una delle entrate della sede della Riscossione Sicilia.

Ma per un attimo dimentichiamo queste tappe e proseguiamo il percorso di quest'asse viario verso il centro residenziale cittadino. Sulla sinistra, al civico 25, non potremo fare a meno di notare un bel palazzo con la facciata dai toni rossastri, il cui portale riporta prima la sigla e poi la descrizione dell'istituto di credito di cui è sede: BPSA Banca Popolare S. Angelo.

Negli orari di apertura, il portale spalancato lascia intravedere un'attraente vetrata interna semicircolare sagomata a motivi sia concentrici che quadrati ed oblunghi, dei quali alcuni colorati in oro. Il palazzo si eleva su due piani, con le finestre del primo decorate in cima da bassorilievi e possiede una bella ed ampia terrazza, parzialmente ricoperta da un gazebo.

Il pavimento di quest'area esterna è in monocottura, a tratti circoscritto da rettangoli di maioliche variopinte e, sulla parete in cui è montato il gazebo, si trova centralmente una piccola edicola votiva della Natività. Stiamo trattando di quell'edificio che è ormai universalmente conosciuto come Palazzo Petyx.



Andiamo a scoprirne la storia. Siamo agli inizi del Novecento e Palermo è già diventata una città rinnovata, ma non soltanto dal punto di vista urbanistico con gli interventi del cosiddetto "Piano Giarrusso", che molto modificò l'impronta stradale della città antica.

È il periodo del rinnovamento in cui si diffonde lo stile liberty nell'architettura e si vive la Belle époque con gioia e spensieratezza, almeno nelle classi sociali più agiate. Anche la nostra città viene investita da questa novella ondata culturale ed artistica e non vi si sottrae; anzi la accoglie a piene mani. Diventa perfino un punto di riferimento a livello europeo e vi giungono forestieri che creeranno vere e proprie dinastie, realizzando qui i loro imperi economici.

Non soltanto i Florio, ma anche altri come i Ducrot o gli Ahrens. E, nel nostro caso, i Dagnino. Il capostipite fu l'imprenditore genovese Nicolò Dagnino, arrivato a Palermo nel 1862. Un personaggio davvero versatile, che gestiva i suoi commerci in diversi ambiti: da quello dolciario a quello della fabbricazione di mobili; da quello della produzione di concimi chimici a quello dei generi alimentari.

La zona di espansione di via della Libertà e dintorni era sicuramente molto ambita ed appetibile anche per Nicolò Dagnino. Dopo una conversazione casuale con la contessa Maria Radaly di Wilding all'interno della Pasticceria del Massimo - che si trovava ad angolo fra via Narciso Cozzo e via Ruggero Settimo - egli decise di acquistare un terreno che la contessa aveva ereditato dal marito Giorgio.

E così il primo maggio del 1905 Nicolò Dagnino divenne proprietario, con atto del notaio Galati, di quel terreno in via Enrico Albanese in cui edificò il suo palazzo. Due anni dopo, con progetto dell'architetto torinese Nicolai, i lavori erano già conclusi e Dagnino arricchì il palazzo con soffitti a cassettoni, scale marmoree con belle ringhiere, sovraporta dipinti, soffitti affrescati, vetrate artistiche e splendide opere d'arte, come un settecentesco dipinto di Alessandro D'Anna raffigurante il dio Nettuno.

Dopo qualche tempo Nicolò Dagnino donò l'immobile ai figli che vi realizzarono l'annesso opificio IMES (Industria Mobili e Specchi) in attività fino a quando, nel 1919, la proprietà passò alla sig.ra Teresa Anfossi. Poi, nel 1921, il palazzo fu acquistato dai coniugi Petyx, amanti degli oggetti d'arte e di antiquariato; dai quali prese il nome definitivo. Divenne così, nelle loro mani, uno dei migliori punti di riferimento della borghesia di allora.

Nel 2001 i nuovi proprietari furono gli imprenditori Rappa, ma poco tempo dopo essi lo cedettero alla Banca Popolare S. Angelo; la quale, dopo un'accurata ristrutturazione, lo inaugurò nel 2005. A tutt'oggi le sale e gli scaloni recano bellissimi decori e, fra le tante attrattive, cattura l'attenzione il "Ratto di Proserpina", scultura ispirata all'altra omonima seicentesca del Bernini. Per ammirare il palazzo sopravvissuto al famigerato "sacco", anche dopo il suo abbandono nel 1955, ci si può avvalere di occasioni di manifestazioni, come "Le vie dei tesori".
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