Ci passi spesso, ma non sai che si trovava qui: dov'era a Palermo il macello ebraico
Nel cuore del centro storico, esso sorgeva a nord della Giudecca, quartiere ebraico della città. Un luogo che fu vittima di discriminazioni, oggi è una delle zone della movida
"La Macelleria", dipinto di Bartolomeo Passerotti
Le “maestranze” continuarono a essere musulmane anche durante tutto il periodo della dominazione normanna in Sicilia e i musulmani avevano pure la gestione dei mercati dentro e fuori le mura della città. Questa sorta di “monopolio” commerciale subirà forti cambiamenti sotto il governo di Federico II imperatore allorquando iniziarono degli scontri nella città di Palermo e delle rivolte popolari in tutta la Sicilia che indussero Federico II a dure repressioni contro i musulmani e addirittura a ordinare contro di loro severe deportazioni.
Di conseguenza a ciò arriveranno nell'isola, a partire dal XIII secolo, nuovi protagonisti del mondo del commercio: veneziani, pisani, genovesi, lombardi (ovvero italici). Mentre nell'ambito dell'artigianato a sostituire i musulmani saranno gli ebrei. Sappiamo da documenti e dalle cronache medievali che i giudei vivessero inizialmente sparsi nella città, successivamente verranno cacciati via dal Cassaro e probabilmente relegati solo nel loro antico quartiere denominato Harat al Yahud, la Giudecca di Palermo, ancora oggi riconoscibile nel mezzo tra la via dei Calderai e la via Giardinaccio, e sventrata nel XVII secolo per la costruzione della via Maqueda.
All'interno delle Giudecche solitamente si potevano riscontrare alcuni edifici tipici del mondo ebraico. In primis la sinagoga, anche se ancora quella della Giudecca di Palermo non è stata proprio identificata precisamente, sebbene molti studiosi abbiano individuato il sito nella chiesa di S. Nicolò da Tolentino e nelle sue immediate vicinanze.
Il mikweh o bagno rituale, il cimitero (anche se a Palermo il cimitero ebraico pare si trovasse fuori della città antica, vicino a Porta Termini), l'ospedale, la scuola, il fondaco e il macello o “macellum judaicae” o “bucheria judeorum”. Dice Vincenzo Di Giovanni:«Molti macelli ebbe Palermo in luoghi diversi della città come il macellum Guiddae, il macellum curiae, il macellum magnum nel Seralcadio: il macellum Ballaro, il macellum Ferae veteris, il macellum Judaicae [...]».
A Palermo, secondo alcuni documenti medievali i macelli ebraici sarebbero stati più di uno, ma verosimilmente nei documenti quattrocenteschi, o comunque del tardo medioevo, il luogo di macellazione degli ebrei citato spesso nel XV secolo si trovava vicino al fiume Kemonia a nord della Giudecca, nei pressi della “Ferraria”, la via Calderai o dei Firrari, cioè i fabbri, proprio in prossimità della famosa “Porta del Ferro”, detta così non perché fosse fatta di ferro ma perché i fabbri lavoravano quel materiale accanto ad essa. Questa via, ancora oggi esistente, viene citata come la Ruga caldarariorum e risale almeno al 1312, come si legge nella Gabella et Jura Civitatis Panormi.
Gli ebrei praticavano una particolare macellazione rituale e per macellare gli animali avevano bisogno di lame affilatissime. La via Calderai, da loro abitata, si trovava a ridosso del fiume Kemonia. Le sue acque erano necessarie ai fabbri per temprare il ferro battuto e, come dice Giuseppe Mandalà in "Palermo ebraica", per scaricare il sangue degli animali nel fiume.
Il macello degli ebrei rimase nello stesso posto fino al 1445, quando per disposizione regia fu trasferito nel piano della Misericordia, cioè a piazza Sant'Anna dove vi rimase fino alla loro espulsione nel 1492.
Nonostante lo studioso settecentesco Giovanni Di Giovanni affermasse che gli ebrei scelsero di vivere in Sicilia perché vi si trovassero benissimo, durante il XIV e il XV secolo la loro vita nell'isola non fu proprio tranquilla. Iniziarono proprio in quei secoli le discriminazioni. Giuseppe Mandalà ricorda che già nel 1312 a Palermo vi era una netta distinzione tra macelli cristiani ed ebraici.
Benché Federico II a suo tempo diede disposizioni agli ebrei di vestirsi in modo differente e riconoscibile rispetto ai cristiani, sarà Federico d'Aragona a imporre alle vesti e alle botteghe ebraiche la rotella rossa. Ovadyha da Bertinoro segnalerà tutto ciò nelle sue lettere, avendo visitato Palermo nel 1487.
Egli evidenziò che gli ebrei erano costretti a portare un panno rosso sui vestiti per essere riconosciuti e che su di essi gravava la regia servitù a causa della quale erano costretti a fare alcuni tra i lavori più miseri della città come tirare a secco le navi, costruire terrapieni, ripulire luoghi pubblici o privati, eseguire le sentenze di morte, ecc. Alcune disposizioni reali vietavano di acquistare carne dagli ebrei e di bere il vino prodotto da loro, in quanto non stava bene che i cristiani bevessero vino prodotto dai piedi degli ebrei.
Michele Luzzati ha messo in risalto un documento del 1435 che si trova in Toscana. Da questo documento, nel quale si narra di un contenzioso tra un cristiano ed un ebreo, si evince che nonostante gli ebrei avessero un macello proprio e in disparte, la carne che essi macellavano veniva messa in commercio anche nella “bocceria magna” ovvero la Vucciria, macello pubblico e cristiano.
A causa di forti attriti per ragioni storico-religiose, politiche ed economiche, e a causa anche del forte pregiudizio che la popolazione siciliana aveva nei confronti dei giudei, di volta in volta il regnante di turno accordava alle città siciliane di separare nettamente la vendita della carne cristiana da quella ebraica e vietava agli ebrei la vendita della loro carne ai cristiani o finanche la macellazione degli animali.
Questa storia sembra lontana anni luce da noi, eppure ho come la sensazione che le discriminazioni siano ancora all'ordine del giorno, non solo fra cristiani ed ebrei ovviamente. Oggi ci sembrerebbe un'assurdità (forse non a tutti) separare la carne macellata da un ebreo o da un musulmano, da quella macellata da un cristiano. In passato, invece, ciò si pretendeva.
In passato non avevano ben chiaro che tutta la carne era uguale. In passato si discriminava anche la carne, specie quella umana, in passato dico, eh.
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