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"Colpevole" di fedeltà: la triste condanna di Pippa, la catanese alla corte degli Angioini

Questa è la storia (dall'orribile destino) di Filippa, una lavandaia catanese scelta da giovanissima come balia del secondogenito di Roberto d’Angiò e Violante d’Aragona

Livio Grasso
Archeologo
  • 25 agosto 2021

Annetta nel film "La Balia" di Marco Bellocchio, 1999

Si dice che tra il XIII e il XIV secolo abbia vissuto una lavandaia catanese che patì un orribile destino malgrado la sua innocenza.

Si tratta della triste storia di Filippa, scelta in giovanissima età dai coniugi Roberto d’Angiò e Violante d’Aragona per fare da balia al secondogenito Luigi.

Sebbene di umili origini, dunque, ebbe la possibilità di soggiornare nel Castello Ursino e condurre un tenore di vita facoltoso e pieno di agi.

Le fonti tramandano che Filippa, in gergo chiamata pure “Pippa la catanese”, si sia occupata del piccolo Luigi assolvendo egregiamente al compito che le era stato affidato.

Tuttavia, dopo la rivolta dei Vespri Siciliani, la vita di Filippa subì un cambiamento radicale. Costretta a rifugiarsi a Napoli insieme alla famiglia angioina, la giovane catanese si trovò d’improvviso a contatto con una realtà differente.

Sappiamo che seppe adattarsi al nuovo ambiente senza difficoltà alcuna, godendo di grande stima e rispetto nonostante la prematura scomparsa di Luigi che lasciò un vuoto incolmabile nell’animo di tutti i suoi cari.



Infatti, benché i suoi doveri non fossero più necessari, i reali non esitarono a tenere con sé l’umile lavandaia in segno di gratitudine e deferenza per la lealtà dei servigi fino a quel momento dimostrata.

La permanenza a corte, ben presto, consentì a Pippa di ottenere una posizione altolocata e di grande prestigio. Di lì a poco, infatti, conobbe il siniscalco del regno e coronò il sogno di un tanto desiderato matrimonio che, a distanza di breve tempo, donò ad entrambi anche dei figli.

Tuttavia nel 1343 ascese al trono la bellissima Giovanna I d’Angiò, appena sposata con il principe Andrea d’Ungheria.

L’avvento della nuova regnante, però, seminò amare discordie e terribili malefatte, trascinando in un vortice di intrighi amorosi anche la povera Filippa.

È opinione comune credere che Giovanna abbia nutrito un profondo sentimento di odio verso il proprio consorte, bramoso di dominio e mosso da una diabolica follia.

La perfidia di quest’ultimo non tardò a manifestare serie preoccupazioni in seno alla nobiltà napoletana, intenta ad escogitare un piano che scongiurasse ogni possibile minaccia di una sua scalata al potere.

Fu così che nella notte del 18 settembre 1345, a seguito della fine di una battuta di caccia, Andrea d’Ungheria venne improvvisamente strangolato e scaraventato giù da uno strapiombo.

La leggenda riporta che le urla del principe giunsero alle orecchie di Giovanna, felice e soddisfatta della morte del marito. Infatti, la regina era perdutamente innamorata del cugino Luigi, duca di Taranto, con il quale convolò a nozze dopo circa due anni dall’assassinio del precedente sposo.

Malauguratamente questo terribile complotto ai danni del principe inguaiò terribilmente Pippa, amica e confidente di Giovanna con cui, già da tempo, aveva intessuto un profondo legame.

Il Papa, signore feudale del Regno di Napoli, volle portare avanti una serie di indagini per scovare i responsabili e corresponsabili della congiura. Dal momento che non emersero prove a sufficienza da incriminare a buon diritto qualcuno, ecco che il pontefice fece leva sulla povera Pippa.

Infatti, essendo noto che quest’ultima e la regina fossero in stretta confidenza, fu proprio la catanese a pagare lo scotto di una condanna che sarebbe dovuta toccare ad altri. Dunque, con il pretesto della loro amicizia, fu indiziata e accusata di essere a conoscenza di questo piano criminale.

Malgrado fosse innocente, difatti, divenne il capro espiatorio e su ordine del Papa venne tremendamente torturata.

Alcuni credono che il supplizio inflitto all’ex lavandaia abbia rincorso lo scopo di costringerla a confessare contro la sovrana, smascherandola. Ciononostante la vicenda riporta che, pur essendo consumata da atroci e dilanianti sofferenze, non rinnegò la sua incrollabile fedeltà alla regina dimostrandosi una vera e propria eroina dal cuore saldo.

La narrazione prosegue raccontando che, ad un certo punto, ammise solamente di aver saputo della cospirazione senza, però, rivelare alcun nome.

La sua dichiarazione, tuttavia, funse da buon pretesto per condannarla a morte e bruciarla viva sul rogo insieme ad uno dei
suoi figli. Questo tragico aneddoto, ad oggi molto radicato nell’immaginario collettivo locale, non fa altro che mettere in risalto il coraggio, l’amore e la straordinaria forza d’animo delle donne siciliane.
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