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"Cu tuppu un t'appi, senza tuppu t'appi": i proverbi siculi fanno volare La Stranezza

Così inizia un proverbio siculo "recitato" nel film. Una scelta linguistica, quella di Andò, che è tra gli ingredienti di successo della pellicola, tra le più viste al cinema

  • 8 novembre 2022

Salvo Ficarra, Toni Servillo e Valentino Picone, protagonisti de "La Stranezza", film di Roberto Andò. Foto di Lia Pasqualino

Un curioso proverbio-scioglilingua siciliano sul quale vale la pena spendere qualche parola, specialmente dopo che è stato inserito nel film "La stranezza" per la magistrale regia del palermitano Roberto Andò.

Non intendiamo raccontarne la trama: altri lo hanno fatto per mestiere; noi vogliamo semplicemente approfondire alcuni aspetti che fanno de “La Stranezza” un film originale soprattutto per la scelta linguistica operata da Andò.

Infatti, durante i dialoghi, spesso esilaranti, viene usata prevalentemente la lingua siciliana coadiuvata dalle didascalie in italiano per favorire la comprensione a chi non ha familiarità con il nostro lessico.

Cu tuppu 'un t'appi
Senza tuppu t'appi
Ma basta 'nca t'appi
E comu t'appi t'appi


Nel film, lo scioglilingua viene recitato da un ragazzino in apertura alla commedia tragicomica che si trasformerà in dramma durante la rappresentazione, dopo che il pubblico stesso interverrà trasformando gli spettatori in attori.
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A questo punto, il teatro si anima di una linfa nuova e ciò che all’inizio della rappresentazione era pura finzione si trasformerà in verità, o meglio, in tante piccole verità celate per ipocrisia in nome di un falso perbenismo, basate sull’apparire e non sull’essere.

La scalcinata compagnia è diretta da Onofrio Principato e Sebastiano Vella, interpretati rispettivamente da Valentino Picone e Salvo Ficarra. I due compari nella vita fanno ben altro, potremmo dire l’esatto contrario. Infatti, i due sono becchini,
titolari di un’impresa funebre che alle lacrime dei funerali oppongono le risate della commedia d’arte.

Tutti elementi pirandelliani in cui i ruoli dei personaggi non sono mai cristallizzati in un’unica maschera ma sono fluidi e mutevoli come il fluire della vita per cui, a seconda delle circostanze, essi appaiono diversi da come erano stati rappresentati
all’inizio in un relativismo assoluto che rende difficile, se non impossibile, perfino la comunicazione tra i vari soggetti.

Ma torniamo al tuppo e al suo significato recondito che affonda le radici in un’usanza femminile tipica del secolo scorso e anteriore alla grande guerra.

Il tuppo è un’acconciatura femminile che le donne siciliane usavano attorcigliando i capelli e raccogliendoli sopra la nuca per indicare che erano maritate e quindi non più disponibili. Le ragazze da marito, invece, per indicare il loro stato sociale di
nubilato, tenevano i capelli, più o meno lunghi, sciolti sulle spalle.

Per tuppo potrebbe intendersi anche la parte superiore della brioche siciliana servita con la granita o il gelato di vari gusti ma ciò non rientra nell’argomento che ci interessa trattare.

In sintesi, lo scioglilingua sta a significare che:

Con il tuppo non ti ho avuta,
senza tuppo ti ho avuta,
ma basta che ti abbia avuta
e come ti ho avuta ti ho avuta.


È evidente che il motto ha il suo fascino e funziona da scioglilingua soltanto se recitato in siciliano. Per dovere di cronaca, va evidenziato che esiste un’altra versione del medesimo scioglilingua che riporto di seguito:

Di zita 'un t'appi
Di maritata 'un t'appi
T'appi di veduva
Ma basta ca t'appi
E comu t'appi t'appi


Va precisato che la prima versione, utilizzata nel film è maggiormente diffusa nel siracusano, nel ragusano e parzialmente nel catanese.

In ogni caso, è del tutto evidente che il motto, in entrambe le versioni, ha il suo fascino e funziona da scioglilingua soltanto se recitato in siciliano.

Nonostante la difficoltà legata a questa scelta linguistica (usare il vernacolo anziché l’italiano) il film ha avuto un grande successo di pubblico e di critica e ha fatto registrare, al suo debutto, nelle sale cinematografiche ben 165 mila spettatori che lo hanno preferito a film stranieri in proiezione nello stesso giorno come “Halloween ends”, un thriller americano che fa parte della saga di Halloween.

Il pubblico italiano, compreso quello giovanile, ha dunque espresso la sua preferenza per un film di casa nostra che tratta della stranezza di Luigi Pirandello nel complesso e sofferto momento creativo in cui viene elaborata un’idea nuova e si
cerca il modo migliore e più originale per esprimerla e rappresentarla secondo la personale visione della realtà.

In questo caso una realtà che si muove, in modo beffardo, tra vita e finzione come una sorta di commedia nella commedia dove le persone diventano personaggi in cerca d’autore.
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