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Dimartino, il fiume e Palermo: il cantante racconta "L'improbabile piena dell'Oreto"

Dopo i duetti con Colapesce, è tornato con un nuovo lavoro da solista, uscito l’8 maggio e distribuito da Sony, ispirato alle campagne del palermitano. L'intervista

Tancredi Bua
Giornalista
  • 17 maggio 2026

Il cantante Dimartino

Sette anni fa usciva il disco che lo "traghettava" verso la paternità, “Afrodite”, e al contempo lo allontanava dalla dimensione di solista per dare vita al duo con il solarinese Colapesce. Adesso, Dimartino (al secolo Antonio, nato e cresciuto fra Misilmeri e Palermo) è ritornato con un nuovo album da solista, uscito l’8 maggio per Picicca Dischi e distribuito da Sony, ispirato alle campagne dell’hinterland palermitano e alle rive del fiume che le attraversa di nascosto, l’Oreto, la cui sorgente inizia la discesa tra gli alberi e il sottobosco di Monreale e Altofonte.

«Si chiama “L’improbabile piena dell’Oreto” – dice Dimartino – perché sono partito da un parallelismo tra l’uomo e il fiume. Il fiume Oreto nasce da una fonte pulita e si va sporcando man mano che attraversa la città sino ad arrivare a una foce disastrata, trasformata in discarica di materiale di risulta quando negli anni Settanta arrivò la speculazione edilizia. L’Oreto ha fatto fatica a sfociare sino al mare. Allo stesso modo, l’uomo nasce pulito, si va sporcando man mano che cresce e deve sgomitare per non inaridirsi. Quest’idea dell’improbabile piena dell’Oreto mi piaceva molto. Non è impossibile che l’Oreto vada in piena. Molti dicono che se piovesse ancora di più, potrebbe succedere. C’era una nota di realismo magico in questa storia che mi ha attratto tanto».

Il disco è stato anticipato dai singoli “L’oro del fiume”, “Meravigliosa incoscienza” e “Contemplare il cielo attraverso le dita”, che hanno da subito incastonato il ritorno del cantautore a un mondo acustico fatto solo della sua chitarra (o del pianoforte di Angelo Trabace) e della sua voce nuda. «Ho ripreso un filo – dice Dimartino – che avevo perso sette anni fa. Nel disco ci sono canzoni che avevo scritto ancor prima del mio incontro con Colapesce, e questi anni con lui per me sono stati anni di arricchimento anche artistico, perché abbiamo attraversato mondi musicali, conosciuto persone, musicisti che non mi sarei mai aspettato di attraversare, di conoscere. In sette anni la vita di una persona cambia molto. La mia è cambiata necessariamente, e tutti questi cambiamenti sono sfociati in questo disco, senza rinnegare nulla».

E naturalmente è cambiato il mondo, e sono cambiate la città in cui il disco è stato registrato – Palermo – e i suoi abitanti. «Quando ho iniziato a fare musica, alla fine degli anni Novanta – dice il cantautore - , con i Famelika, c’era un’atmosfera molto diversa rispetto a quella attuale. Non c’erano punti di riferimento, non c’erano giornali che parlavano di musica, forse proprio Balarm mi fece una delle prime interviste (ride, ndr.). Era molto complicato attrarre l’attenzione sulla tua musica, non essendoci né social né quello che non era ancora social e comunque è arrivato nei primi Duemila. Era complicato anche informarsi e capire come si gestivano le canzoni, a chi potevi inviarle, dove suonare. Mi ricordo un territorio aridissimo. Oggi invece vedo che i ragazzi che iniziano a suonare hanno le idee già abbastanza chiare, possono parlare con produttori musicali, chiedere consigli, il lavoro è stato portato avanti.

Quando ho iniziato io era veramente complicato. Palermo è più una città di jazzisti, noi “canzonari” eravamo un po’ snobbati. I ragazzi che iniziano a suonare adesso a Palermo invece hanno la voglia di rivendicare la propria appartenenza alla città sia nel rap sia nel cantautorato, ed è una cosa importante. A noi non sembrava utile rivendicarlo, adesso vogliono essere riconosciuti come palermitani. Significa che, in qualche modo, si vuole raccontare la città».

Durante le registrazioni, lo studio era un continuo viavai di artisti e amici: l’attore Corrado Fortuna – che è anche stato in una delle scene più memorabili del film con Colapesce e Dimartino, “La primavera della mia vita” – e il cantautore Fabrizio Cammarata (che ha suonato alcune chitarre nel disco), ma anche la cantautrice Serena Ganci (che ha arrangiato i cori dell’album).

«Il disco ruota tutto attorno a una chitarra acustica – dice Dimartino – attorno cui girano le voci del coro del Teatro Biondo e un po’ di elettronica granulare. La copertina e gli artwork del disco sono opera dell’artista Igor Scalisi Palminteri. Aver condiviso queste canzoni con i miei amici mi rende orgoglioso, mi fa bene pensare che l’idea di ritornare alla mia dimensione solista sia stata accompagnata da tante persone a cui voglio bene».

E se il precedente “Afrodite” – con i suoi più o meno velati riferimenti ai borghi del trapanese, in particolare Marausa ed Erice – suonava come un disco da “notte di fine estate”, “L’improbabile piena dell’Oreto”, nelle parole di Antonio Dimartino «è un disco da dopo la pioggia, che forse parla a quello che rimane dopo la pioggia. Questa semioscurità di un sottobosco bagnato è la sensazione sinestetica a cui mi viene da pensare adesso. Penso al petricore, l’odore che la terra fa dopo la pioggia, che non a caso è il titolo di una traccia strumentale. È un disco molto intimo, anche rispetto ad “Afrodite” e “Un paese ci vuole”, dove cerco di dire le cose molto intime ma provando ad arrivare a qualcosa di universale».

Dopo un tour in giro per l’Italia che è già partito, Dimartino porterà l’album in concerto a Palermo il 19 dicembre, con una data al Teatro Golden: «Sinora a Palermo ho suonato solo nei locali, locali piccoli, locali grandi, ma locali. Dato che per me è il primo teatro che faccio da solo, volevo festeggiare in maniera più grossa questo disco e quindi quella data sarà “un improbabile finale”, mi piace chiamarlo così, in cui suoneranno tanti amici».
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