STORIA E TRADIZIONI
Due siluri e in 10 minuti colò a picco: la fine (in Sicilia) del transatlantico "Conte Rosso"
In questa tragedia si conta il maggior numero di vittime della II guerra mondiale. Le testimonianze dei sopravvissuti e di Angelo Maltese, che fotografò le vittime

Una cartolina che raffigura la tragedia del "Conte Rosso"
Ma alle volte la storia viene impolverata, sotterrata perché può risultare scomoda ai “poteri forti” potrebbe fare cadere nella vergogna coloro che vogliono apparire agli occhi del popolo come gli invincibili.
Ed è proprio quel che accadde al naufragio del transatlantico del "Conte Rosso". Siamo nel 1941, in piena seconda guerra mondiale, la nave era partita da Napoli il 24 maggio alle ore 04.40 per fare tappa a Tripoli, poco dopo la partenza nel mar Ionio meridionale esattamente 10 miglia a est di Capo Murro di Porco, a sud di Siracusa, la nave fu colpita da due siluri del sommergibile inglese HSM Upholder, che in meno di 10 minuti calò a picco inabissandosi, contando il maggior numero di vittime della seconda guerra mondiale.
Tuttavia, la stampa pilotata dal regime fascista che, controllava ogni mezzo di comunicazione, diede risalto al numero delle persone salvate, e non alla tragedia che toccò in realtà al numero dei morti e dei dispersi, perché la Marina italiana non dovesse perdere il suo prestigio.
A bordo vi erano soldati giovanissimi per la maggior parte erano nati nel ’21; tutti inesperti nella navigazione, alcuni di loro non avevano nessuna esperienza persino nel nuoto.
Si contarono 239 vittime e più di 1058 dispersi, le madri di quest’ ultimi non si rassegnarono mai aspettandoli sull’uscio della porta e lasciandola sempre aperta nella vana speranza che facessero ritorno.
Una brutta e triste pagina della storia italiana, tanti giovani nel pieno della loro vita si spensero e tante famiglie furono distrutte dal dolore, questo nei libri di storia purtroppo non si racconta mai, le vittime perdono la loro identità divenendo solo numeri da contare.
Ma stavolta la storia voglio che sia raccontata da coloro che l’hanno vissuta, dai diretti protagonisti di questa terribile vicenda, Dar voce alla loro esperienza che sicuramente è imperniata di sentimenti di dolore e sofferenza ma anche di volti di persone e di nomi.
Uno di questi sopravvissuti, Corrado Codignoni, ricorda gli sguardi smarriti di tutti quei giovani soldati che saliti sul transatlantico si guardavano intorno; la sola cosa che sapevano e che erano stati chiamati per servire la patria, così gli era stato detto, sembrava una causa importante, una di quelle che li faceva sentire orgogliosi di essere uomini, anche se molti di loro non erano neanche mai usciti dal paese.
A bordo, fu dato un salvagente “improvvisato” che contava di una corda su cui erano appesi quattro pezzi di sughero; gli fu detto di non toglierlo per nessun motivo ; ma fu proprio a causa di questo che molti di loro finirono per essere strangolati dopo essersi tuffati.
Corrado Codignoni, aveva trasgredito all’ ordine e rimasto ancorato ad una specie di zattera si salvò, e poté raccontarci dell’ accaduto.
Raccontò che l’acqua non era più acqua bensì un mare di nafta e la loro più grande paura era che potesse incendiarsi e finire tutti quanti arrostiti.. Tuttavia andò bene a Corrado e quei 1432 fortunati superstiti furono prelevati dai soccorsi alle 5 del mattino e accompagnati al porto di Augusta; tutti quanti scioccati e increduli di essere ancora in vita.
Un altro racconto ci è pervenuto stavolta da Luciano Paci, figlio del superstite soldato Otello Paci. A lui, il papà ebbe il coraggio di raccontargli solamente una volta il terrore che ebbe vissuto, forse per non risvegliare i fantasmi e i traumi del passato, tante volte Luciano dopo aver udito quell’unico racconto si chiedeva come il padre non avesse riportato problemi psicologici e non fosse impazzito.
Il racconto è agghiacciante. Il signor Otello Paci, insieme ai suoi amici commilitoni assistettero in diretta allo sparo delle 2 strisce luminose nel mare, si lanciarono in acqua per salvarsi e si chiamavano l’un l’altro per capire se tutti stessero bene.
Per 12 ore in acqua, furono circondati da squali che fecero mattanza, a cui assistettero inermi. Il terrore faceva da padrone e quando all’alba arrivarono le prime scialuppe di salvataggio ,i superstiti, mossi dalla disperazione, si precipitarono in queste ancore di salvezza e con foga cercarono di salire rovesciando le scialuppe.
Perciò, i militari a bordo incominciarono a sparare verso quei poveretti che in acqua cercavano di non essere il prossimo pasto degli squali.
I superstiti furono finalmente trasportati nella terraferma e qui rimasero nascosti per paura che potessero raccontare ciò che realmente era successo al Conte Rosso, pur di non affossare la reputazione della Marina Italiana, non si pensò a dar voce allo sfogo della loro sofferenza.
I giovani morti, gli squali che li divorarono, nessuno doveva sapere. Tuttavia toccò catalogare le vittime e l’ingrato compito di dare un volto e un identità ai morti che colpirono i soldati del Conte Rosso toccò al fotografo siracusano Angelo Maltese.
Nei suoi “racconti” con minuzia maniacale raccontò di quella indimenticabile notte con i morti del "Conte Rosso". Il luogo dove si svolsero questi tristi rilievi furono le catacombe di Santa Lucia, li i morti erano sparsi disordinatamente e con ansia e angoscia procedette a fotografare quei giovani disgraziati che avrebbero dovuto avere tutta una vita davanti; 302 foto: una frontale e l’altra di profilo per ciascun defunto.
Era la notte del 25 e alle 20:00 iniziò a lavorare nella vasta caverna illuminata da una lampada da 25 candele.
Alcune persone che entrarono con lui con l’ intento di fargli compagnia, ad uno ad uno si dileguarono in silenzio. Fuori pioveva ,e tutto solo con i suoi morti si mosse a fotografarli fu una notte indimenticabile che lo segnò per tutta la vita.
Con la sua fedelissima Contax appesa al collo si arrestò davanti ad un giovane dal torso nudo, con spalle larghe e possenti era bello come un Adone, in seguito apprese che si trattava di un atleta; poi un altro uomo sui 40 anni, il sarto di bordo, sbarbato con accuratezza ideale per la fotografia.
Al di là di quei corpi privi di vita pensò che erano uomini con passioni, desideri, sogni, ora privati di tutto ...a ciascuno dava un nome ribattezzandoli con un numero mediamente un cartello collocato sotto il mento.
Ad un tratto, mentre procedeva nel suo affannoso lavoro, l’allarme delle sirene suonò, tutto si fece buio e il nostro fotografo si ritrovò avvolto nell’oscurità, inondato da un sudore freddo si inginocchiò trovando un piccolo spazio in mezzo alle salme e in quella posizione di preghiera iniziò a piangere per le madri, i padri, per le spose, per i figli e per tutti coloro che avevano sacrificato la loro vita per una patria, che aveva cercato di nascondere il loro sacrificio per non cadere nella vergogna.
Tuttavia la giustizia fece eco, all’ oblio che aveva sotterrato le giovani vittime fu dedicato successivamente un monumento il “ monumento ai caduti” che si staglia con imponenza in un tratto della costa siracusana non lontano dal cuore pulsante della città, in modo che il ricordo del loro sacrificio, potesse rimanere indelebile nella memoria della storia.
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