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È il gioiello più prezioso del Tesoro della Cattedrale di Palermo: ornava la testa dell'Imperatrice

Un tesoro che non è un semplice scrigno ma è un prezioso segmento di storia dell'arte decorativa siciliana, nella parentesi che muove dal medioevo alle porte del Rococò

Danilo Maniscalco
Architetto, artista e attivista, storico dell'arte
  • 10 marzo 2021

La Corona dell'imperatrice Costanza d’Aragona custodito presso la Cattedrale di Palermo

Tra le meraviglie custodite nel cuore pulsante della città di Palermo, per un turista in visita per un giorno o per una settimana, sono almeno quattro le realtà monumentali assolutamente imperdibili, per poter dire d'esser passato dalla “città tutto porto” fondata dai fenici come emporio strategico.

Il floreale Villino Florio basiliano; la collezione della Galleria di Palazzo Abatellis in cui poter ammirare Antonello, Novelli, Laurana e il misterioso trionfo della morte; l'eterna sala di Re Ruggero al Palazzo dei Normanni; l'allestimento ultimo (2010-2018) del Tesoro della Cattedrale Normanna.

E su quest'ultimo mi soffermo. Sono solo pochi gradini, ma una volta attraversato il recinto del cortile, varcata la soglia e pagato il biglietto, ci si trova calati nella luce medievale normanna delle sale espositive tra Diaconicon, Prothesis, spazi della vecchia sagrestia e della ex-canonica, tutti restituiti alla piena fruizione dopo secoli di interventi devastanti, grazie alla sinergica azione di Curia e Soprintendenza attraverso i restauri condotti da Guido Meli e Lina Bellanca, e la direzione scientifica del nuovo allestimento curato per le Arti Decorative da Maria Concetta Di Natale.



La liberazione delle superfetazioni dall'area dell'originale Antititulo già alterato dal progetto neoclassicheggiante di Ferdinando Fuga, ha magicamente trasformato la percezione della cattedrale normanna consentendo alla luce filtrante, di finestre e grandi oculi superiori, di divenire elemento progettuale in accordo con la scelta del ricchissimo materiale espositivo delle arti decorative, finalmente così esposte per la prima volta in un coerente ed esaustivo percorso di riscoperta integrale.

Questo non è un semplice scrigno ma è un prezioso segmento di storia dell'arte decorativa siciliana, nella parentesi che muove dal medioevo alle porte del Rococò, raccontata all'interno della “Storia dell’architettura mediterranea” nel periodo di sintesi apicale del sincretismo culturale costruito dai continui passaggi dei culti religiosi giunti dall'esterno dell'Isola.

Una narrazione chiara, totale e breve, un piccolo viaggio iniziatico che attraverso il recupero del raccordo dello spazio semi-ipogeo della cripta tra prima e ultima sala, arricchisce la spiritualità sensibile di ogni visitatore predisposto alla ri-scoperta.

Ori, argenti, smalti, avori, coralli, tessuti, parati, marmi, sculture, pitture, paliotti, pianete, pastorali, ostensori, vasi fioriti, gioie del costato, reliquiari, persino portali gaginiani, calici, pissidi, paci, mitrie, delineano il suggestivo paesaggio della bellezza prodotta nell'isola fino ed oltre l'alleanza con l'arte della controriforma barocca.

Opere di straordinaria bellezza di Vincenzo Gagini e Vincenzo Pernaci, Paolo e Giovanni Gili, Battista Ramundo, Andrea Di Peri, Antonio La Motta, Michele Ricca, Desiderio Pillitteri, Nicola Viviano, Francesco Ruvolo, don Camillo Barbavara, Didaco Guttadauro, Giuseppe Mascolino, Antonino Nicchi e Salvatore Mercurio, Francesco Burgarello, Antonio Barrile, ma è l'ultima sala, allestita nel Prothesis, a contenere lo scorcio più iconico dell'intera collezione dell'impianto museografico.

È qui infatti, che unitamente ad altri oggetti e corredi tutti entro teche appositamente progettate, si rivela, folgorante e ammaliatrice, la Corona dell'imperatrice Costanza d’Aragona moglie di Federico II, qui mostrata al centro dell'aula del Prothesis all'interno della teca ottagona in legno e vetro, all'interno della quale sono raggruppati anche i tre anelli superstiti (erano cinque a principio) e il disco argenteo identificativo con iscrizione latina che unitamente ai monili fecero compagnia all'interno del sarcofago all’imperatrice fino a metà Ottocento.

Se anelli e disco rappresentano uno straordinario spaccato dell’oreficeria del Regio Ergasterium della Maramma palermitana, la Corona di Costanza ci restituisce la dimensione del portato culturale e artistico di quello che Maria Accascina ebbe a definire “stile Palazzo Reale”, riconoscendo nell'uso della tecnica della filigrana della maglia d'oro di cui è finemente realizzata l'opera unitamente all'inserimento di castoni con gemme e all'uso degli smalti cloisonnè dei pendenti, quelle importanti contaminazioni di influenza centro-europea già in uso maturo nelle produzioni siciliane.

Sebbene sia stata rimaneggiata alla metà del XIX secolo dall’orafo Matteo Serretta, essa rappresenta ancora oggi, uno dei punti notevoli delle arti decorative siciliane, unico esempio nel suo genere di “calotta serica” semisferica arricchita da una sottile maglia d'oro, suddivisa da una croce ideale rivestita da smalti, perle e gemme in quattro settori uguali che si raccordano alla fascia basamentale frontale, anticipata da una ghiera d’orata, quest'ultima oggi impreziosita da nove gigli d'oro.

Capolavori datati tra il 1220 e il 1222, anno in cui a seguito della prematura scomparsa della sovrana, per volere dell'imperatore, monili e corona seguirono il destino delle spoglie mortali, giungendo così quasi intatte ai nostri giorni.

Se qualcuno avesse ancora dubbi, basterà questa singolare visita alla nostra grande bellezza sapientemente costruita tra medioevo ed evo moderno, per smettere di chiamarle una volta per tutte "arti minori".
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