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Fanno parlare siciliano anche il Texas e la Florida: la sfida (oltre i confini) di Nick e Paul

Un'iniziativa pensata e lanciata dai ragazzi di Cademia Siciliana, che ormai da tre anni sfidano gli stereotipi legati alla lingua dell’Isola: l'intervista ai fondatori

Nicoletta Sanfratello
Studentessa di Lettere classiche
  • 3 aprile 2026

Nick e Paul de "Cademia Siciliana"

«Si ta fidi, parra ‘n sicilianu pî na simana sana»: è questa la sfida lanciata dai ragazzi di Cademia Siciliana, che ormai da tre anni con la “Simana dû Sicilianu” sfidano gli stereotipi legati alla lingua dell’Isola, da troppo tempo declassata a dialetto, a cui non è stato riconosciuto il proprio valore.

La Simana si svolge quest’anno dal 31 marzo al 7 aprile con diversi eventi in giro per l'Isola, in cui si valorizza la storia, la produzione linguistica e letteraria, ma soprattutto l’uso della lingua siciliana. Parallelamente, attraverso i canali social, Cademia invoglia a utilizzare il siciliano ovunque e con chiunque, facendo fuoriuscire la lingua dal contesto informale in cui è stata a lungo relegata.

A lanciare l’iniziativa è Nick Panzarella, un giovane siculo-americano nato a Huston, in Texas, e che ha provato ad imparare il siciliano da autodidatta. «A casa nostra abbiamo sempre parlato in inglese, con una dozzina di parole in siciliano - racconta Nick a Balarm -. A 14 anni sono andato per la prima volta a Montemaggiore Belsito, a visitare i miei cugini.

Avevo iniziato a studiare l’italiano per poter parlare con loro, che però parlavano solo in lingua siciliana. A questo punto ho capito che per essere parte di questa comunità dovevo parlare il siciliano».

La difficoltà più grande nell’impararla non sta tanto nella lingua in sé, ma nella mancanza di un contesto in cui si possa usare liberamente, senza essere accusati di malandrineria: «È complicato riuscire a trovare un contesto solo siciliano: spesso questa lingua viene mischiata con l’italiano, c’è un sentimento di vergogna diffuso. Per molta gente il siciliano non è degno di essere parlato o letto.

Non vengono fatte nuove pubblicazioni in siciliano, è difficile trovare anche film girati esclusivamente in questa lingua. Sono andato anche a Palermo per imparare il siciliano in città, ma qui è ancora più difficile fare pratica con i ragazzi. In paese è diverso, ancora lì si utilizza molto».

Panzarella, come linguista, ha condotto diversi studi sul bilinguismo e sulle lingue minorizzate e per la Simana dû Sicilianu ha preso ispirazione dal movimento del popolo basco, che dopo la dittatura di Franco ha portato avanti un processo per la valorizzazione della lingua, prima proibita.

«I baschi fanno questa cosa che si chiama Euskaraldia, dei giorni dedicati a cambiare le abitudini riguardo la lingua. Lo sforzo è quello di iniziare tutte le conversazioni in basco, indipendentemente dal contesto. Avevo pensato di fare la stessa cosa con il siciliano, iniziando con i post sui social, poi mi sono inserito in Cademia Siciliana e abbiamo strutturato la Simana dû Sicilianu».

Un lavoro che va avanti da tanto e che, secondo Nick, sta portando i suoi frutti. «In questi tre anni le cose sono cambiate veramente tanto, adesso il siciliano si vede come un pezzo di identità, di cultura, non ci si vergogna più. Oggi se qualcuno mette un post su Facebook sulla questione della lingua, ci sono cento commenti che dicono che il siciliano non è un dialetto. E questa è una cosa nuova».

Altro promotore dell’iniziativa è Paul Raush, nato e cresciuto in una colonia sambiagese in Florida, che da sempre parla il siciliano. «Ho imparato il siciliano prima dell'italiano, senza sapere che fossero due lingue diverse e senza provare vergogna parlandolo di fronte ad altre persone. Per me il siciliano era semplicemente la mia lingua – racconta Paul -. Crescendo, mi sono accorto della stigmatizzazione che pesa ancora e ho iniziato a maturare la voglia di conoscere la mia comunità di origine e di impegnarmi per la difesa e diffusione del suo idioma».

Con Cademia, Paul si è speso in prima persona per ridare dignità al siciliano anche strutturalmente, creando ad esempio un documento per l’ortografia del siciliano: «Abbiamo visto che non c’era un’ortografia moderna del siciliano, basata su un metodo standard di ricerca; sono ormai quasi dieci anni che stiamo lavorando a questo.

Ci sono in ballo anche vari progetti dal punto di vista dell’informatica, come l’inserimento del siciliano in tutti gli elenchi internazionali di lingue in collaborazione con Google, Facebook, Telegram e le altre piattaforme. Siamo anche alle ultime fasi della normalizzazione della lingua, è quasi un anno che stiamo lavorando a questo, grazie anche ad un complesso sistema di intelligenza artificiale che abbiamo sviluppato».

Per Paul e i ragazzi di Cademia, quest’anno è stato abbastanza importante anche perché, per la prima volta, si è riusciti a portare la battaglia per il riconoscimento della lingua siciliana anche sul piano istituzionale.

È stato infatti presentato ai vari comuni siciliani “U manifestu pâ lingua siciliana”, un documento per riconoscere il siciliano come lingua con pari dignità nella Regione Siciliana. Sono 24 i comuni che hanno approvato in sede consiliare il manifesto, impegnandosi per promuovere iniziative per la salvaguardia della lingua: Licata, Alimena, Bagheria, Bonpensiere, Cinisi, Petralia Soprana, Falcone, Giardinello, Blufi, Milena, Montelepre, Montedoro, Montemaggiore, Mussomeli, San Biagio Platani, San Cataldo, San Cipirrello, Sant’Angelo Muxaro, Santa Cristina, Serra di falco, Collesano, Cassaro, Villafrati. Il 30 marzo l’ha approvato anche un capoluogo di provincia: Trapani.

«Addirittura, è stato presentato anche un Ddl alla Regione per restituire prestigio al siciliano. Per non parlare dell’enorme successo che “U Manifestu pâ lingua siciliana” ha riscontrato in tutti i comuni in cui è stato approvato, e sta circolando ancora. Penso che quest’anno si possa puntare ancora più in alto, continuando a fare approvare il manifesto anche dalle grandi città».

Il cambiamento a cui stiamo assistendo, per quanto riguarda la percezione della lingua siciliana, è quindi politico e strutturale e parte dalle nuove generazioni: «La mentalità è cambiata, c’è una nuova generazione politica, di giovani, che sta entrando in tutta l’isola. Non hanno gli stessi pregiudizi di un tempo, e non manca neanche la spinta creativa per immaginare, per vedere un modo diverso di intendere la propria lingua. Hanno visto che altri popoli l’hanno fatto, che non è una cosa incredibile o lontana, ma ci vuole impegno».

La Simana dû Siciliano è dunque un format che cresce a vista d’occhio, che riesce a rompere con una narrazione vecchia e svilente, che riesce a far sentire un popolo fiero e capace di rivendicare con forza la propria lingua in tutti i contesti possibili, e questo lo si vede anche dall’elevato numero di iniziative previste per questa settimana.

Gli eventi in Sicilia, infatti, non mancano. Dalla rievocazione storica della Rivoluzione del Vespro a Corleone, svoltasi il 30 marzo, che ha coinvolto l’istituzione scolastica locale, ad eventi in lungo e in largo per la Sicilia.

A Palermo diverse parrocchie hanno deciso di legare celebrazioni religiose per la Settimana Santa alla “Simana dû Sicilianu”, come nel caso di don Massimiliano Turturici alla Parrocchia di San Giuseppe Cafasso, padre Salvatore alla chiesa del Sacro Cuore alla Noce e don Fabrizio Subba alla parrocchia di Sant’Antonio di Padova all’Arenella, in cui Martedì 7 aprile si terranno dei momenti di preghiera in siciliano.

E ancora laboratori di scrittura in siciliano: dal 1 aprile nei quartieri Noce e Arenella i più piccoli sono stati introdotti alla scrittura in lingua, stessa sorte è toccata agli universitari il 2 aprile. Si attivano anche i negozi dei quartieri, che appendono nelle loro vetrine e interni dei cartelli in siciliano, valorizzando la lingua anche in questo contesto.

Le attività della Simana si svolgeranno anche online: episodi di podcast interamente in siciliano, dirette Instagram e "sfide" che permettono di poter scambiare idee e apprendere nuove parole in siciliano, senza vergognarsi di parlarlo, ma facendone motivo d’orgoglio.
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