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Il dopoguerra, il "pititto" e il dolore: la (dimenticata) strage del pane di Palermo

Era il 19 ottobre 1944, c'era la fame che incombeva e riguardava tutti, non solo "i poveri". E quel giorno le richieste dei cittadini finirono in tragedia

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 19 ottobre 2021

La strage del pane di Palermo avvenuta il 19 ottobre 1944

Ci sono pagine di storia che sono pesanti come i macigni. Quando poi ci simette la fame diventano più pesanti ancora perché tra le bestie nere che nei secoli hanno afflitto l’umanità, la fame è stata sicuramente quella più in
grado evolversi, sviluppare varianti e adattarsi.

È stata in grado di rendere l’uomo così cieco da metterci gli uni contro gli altri, “homo homini lupus”, per dirla alla Hobbes (e di questa frase ne sto facendo abuso) o ancora meglio - o ancora peggio, ci sarebbe da scrivere - per dirla come la cantò De Andrè: “E mentre marciavi con l'anima in spalle vedesti un uomo in fondo alla valle, che aveva il tuo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore..”.

Questa è! Mettila di lato, mettila sottosopra questa è la fame… come diciamo dalle nostre parti: “falla come vuoi sempre cucuzza è”. Eh già, e a volte manco quella c’era.



Abbiamo visto giusto in questi giorni aumentare il prezzo del pane e mentre lo spezzavamo a tavola i telegiornali passare incontinuazione immagini di piazze piene ma per altri motivi. “Munnu ha stato e munnu sarà” (mondo è stato e mondo sarà), diceva mio nonno; e se fosse stato ancora vivo avrebbe detto: “’Nchione! Vuol dire, siamo arrivati ‘ncapo
alla luna e sulla terra combattiamo ancora con il pane!”.

E ci vuoi dare torto a mio nonno? Il problema del pane è sicuramente più antico di quel mestiere che viene definito “il più antico del mondo”, non fosse per il fatto che lo si faceva proprio per buscarsi quel pezzo di pane. Da che mondo è mondo, da che la Sicilia è sorretta da Tifeo, la situazione non è
mai cambiata.

Peste, colera, vaiolo, lebbra, e in mezzo a tutto questo il destino beffardo ci calava pure la briscola a colpi di siccità e carestie.Accadeva dunque che i raccolti se ne andassero a quel paese e i ricchi signori, quei “quaquaraquà” tanto cari a Sciascia, spesso edulcorati da titoli tipo marchese di Ciolla Arroccata o barone del Buco del Cuculo, invece di sfamare la popolazione, che facevano?

Nascondevano il grano interrandolo in botti o nei sottosuoli dei depositi perfarne salire il prezzo e poi, appena era il momento giusto che già gli prudevano le mani, acchiappavano e se lo vendevano (quando non regalavano in cambio di favori o terre) ai dominatori del momento che giustamente erano sempre impegnati in qualche guerra e dovevano
sfamare i soldati.

E questa è storia che non cambia quasi mai, se non per piccolezze o per qualche comparsa, fino a giorni nostri. In data odierna 19, ma dell’anno 1944, a Palermo, proprio in quella via Maqueda (intitolata all’omonimo viceré) dove amiamo tanto aperitiveggiare e tirare selfie, si scrisse una dellepagine più tristi e più dimenticate della storia della “Felicissima” (ma unni?)
Palermo.

Siamo in piena Seconda Guerra Mondiale: già la Sicilia è difficile così, immaginiamoci sotto la guerra. Per capirci meglio le immagini, vista la maniacalità del Maestro, non dovrebbero essere troppo diverse da quelle descritte in “Baaria” quando si vedono i ragazzini partire ignari come Pinocchio e Lucignolo per il Paese dei Balocchi, qualcuno rompersi una gamba di proposito per non andare in guerra e molti giocarsi la dignità per un panino con le panelle (“già u quatru è bello…”, diceva sempre mio nonno).

La gente a Palermo non ce la faceva più. Mancavano gli indumenti di prima necessità (di questo chi se ne fregava perché tanto di pezze si poteva campare lo stesso) e il pane sembrava essere diventato un miraggio… come va a finire sempre in questi casi, la gente si rivolge al mercato nero dove le cose costano il doppio se non il triplo.

Il giorno prima, cioè il 18 di ottobre, si organizza uno sciopero che però viene subito bloccato: si dice che il barone Enrico Merlo, nonché commissario prefettizio, abbia preso a cuore la causa dei morti di fame, per fortuna.

Così tutti si siedono in attesa di notizie, quanto meno per non sprecare energie che manco ci sono. Chi si gira i pollici, chi si informa sui bollettini di guerra e prega che non ci sia il nome del figlio fra i caduti, chi prega per la speranza, chi prega perché ripetere le cose a memoria non gli fa sentire la fame e chi dalla fame si mangia pure i calli delle mani. Alla fine come in “Così parlò Zarathustra”, il profeta, alias barone Merlo, si decide e parla alla folla: “Picciotti, piccioli al Comune di Palermo non ce ne stanno. Tutti alle case!”.

Ma come potevano prendere sonno i palermitani con lo stomaco cosi vuoto che faceva un bordello?

Manco i tappi alle orecchie ci potevano con quel tipo di frastuono. Il giorno dopo i palermitani sono di nuovo per strada a manifestare, solo che questa volta non ci sono più solo i morti di fame, ci stanno anche dipendenti comunali, dipendenti delle ferrovie, delle poste, anziani, bambini, e pure dipendenti degli Uffici Razionamento e Consumi che non hanno più niente da razionare.

Quando gli orologi della città toccano mezzogiorno i palermitani arrivano di fronte Palazzo Comitini (era lì la prefettura al tempo) e gridano tutta loro avversità contro le paghe basse e chiedono di riavere indietro la loro dignità, che in quel caso si chiama pasta e pane. “Non se ne va nessuno”, questo è il comandamento che circola tra la folla, “se non spuntano il prefetto Paolo D’Antoni e l’Alto Commissario pe la Sicilia Salvatore Aldisio. Come va a finire quando la folla si raduna sotto i palazzi del potere e chiede l’intervento delle alte cariche? Sempre allo stesso modo.

Scende qualcun altro e comunica che i signori sono fuori fede per assolvere al loro altissimo ruolo. La tensione si taglia con il coltello: di forma la schiera di carabinieri a protezione del palazzo e la gente comincia battere contro le saracinesche dei negozi creando un boato che si sentirà per tutta la città. Il viceprefetto non ne capisce più nulla: quello è abituato a mettere firme, mica a sedare le rivolte. Per non sapere né leggere e né scrivere chiama il comando militare e chiede aiuto.

Dalla caserma “Ciro Scianna”, guidati da un inesperto sottotenente diCanicattì, partiranno cinquanta soldati della 139^ fanteria “Sabauda”, alcuni invece dicono di Bari ma poco conta. Sono armati fino ai denti. Ilsottotenente, arrivati a Palazzo Comitini, ordina di sedare la folla a colpi difucile e bombe a mano… le cose o si fanno bene o niente. 24 morti e 158 feriti tutti accumunati da una cosa: lo stomaco vacante.

Tra i manifestanti c’era pure un certo Marcello Natoli, anarchico e figlio di quell’altro Natoli, conosciuto con lo pseudonimo di William Galt, autore de “I Beati Paoli”; ma questa è un’altra storia e ne parleremo più avanti.
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