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Il "fumo stupefacente" che arriva dall'Etna: quando Tifeo si incazza lo sa tutta la Sicilia

Un mito antico, lo scontro del figlio di Gea con Zeus e la sua eterna prigione. Vi raccontiamo una leggenda che "spiega" perché a volte il vulcano ancora sbuffa

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 8 novembre 2022

L'eruzione dell'Etna (foto di Emilio Messina)

Una volta, trovandomi in un noto mercato di Palermo, provai a chiedere se per caso avevano libri di mitologia greca. Nella fattispecie stavo cercando il mito di Tifeo, il gigante a cui, vuoi per incazzatura cronica, vuoi per malocarattere, sono attribuite le eruzioni dell’Etna.

Ecco, forse il ragazzo della bancarella non era tanto appassionato del genere, o magari voleva qualche informazione in più sul testo in questione, fatto sta che appena mi chiese "chi ti siabbi?", cioè, "come posso servirla" e gli spiegai che Tifeo significava "fumo stupefacente", probabilmente a causa di un misunderstanding, s’allontanò e ritornò con un prodotto che non aveva proprio l’aspetto di un libro.

Alla fine il libro lo trovai (anche quello), e questo che segue è lo strano mito del gigante “fumo stupefacente”. Secondo la mitologia, Tifeo (o anche Tifone) è figlio di Gea e Tartaro. Ora, non si tratta di pignoleria, ma su questa procreazione bisogna aprire una piccola parentesi perché ci sono un paio di cose che non quadrano proprio.
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Io non lo so come stavano messi coi cesarei nel monte Olimpo, ma a giudicare dai parti di Gea c’è da mettersi le mani ai capelli sia per sforzo, che per condotta morale. Prima mette al mondo Urano (nonno di Zeus) per partenogenesi - cioè senza essere fecondata, appena è grande ci fa l’amore (sempre con Urano) e partorisce i Titani, le Titane e, forse stanca, ritorna alla partenogenesi e procrea tutta da sola Ponto (personificazione del mare).

Infine conclude con i Ciclopi e con Cotto, Gie e Briareo (gli Ecatonchiri): tre figli che più brutti di come gli sono venuti non potevano venire, dotati ognuno di 50 teste e cento mani... na schifezza!

Dall’altra parte, Tifeo, tiene come padre Tartaro, che non è proprio una persona in carne ossa, quanto una specie di carcere di massima sicurezza dove vengono sbattuti tutti i peggio malacarne mitologici. Per dirla in tutta verità manco i figli che genererà Tifeo saranno tanto belli. Basta dire che è padre di tutti i venti e di Sfinge, Orto, Cerbero, Nemeo, Idra di Lerna e Chiamera; tutta una maniata di bravi picciotti che è meglio una polmonite ma non la loro compagnia.

Ora, non per parlare bene di Tartaro e Gea, ma già è difficile campare un figlio normale, pensate Tifeo che Esiodio ci descrive così: “più alto delle montagne, con la testa che sfiorava le stelle e con cento teste di drago nelle spalle che vomitavano fuoco”.

Fermo restando che non era proprio il genere di ragazzo che si auspica per la propria figlia, c’è da dire che questo povero disgraziato doveva pure essere nu poco incazzato di per sé.

Eh certo, non poteva andare alle feste, al calcetto manco a parlarne, e quando si andava a ballare il sabato sera manco ci poteva la Station Wagon. Mettete assieme tutte queste frustrazioni e capirete perché un certo punto se la prende con Zeus che imprigiona i Titani dentro il Tartaro, cioè dentro suo padre… pure a me sarebbero saliti i cinque minuti se qualcuno avesse infilato i miei fratelli dentro mio padre.

E proprio per questa vendetta e per questa invidia -anche perché Zeus si passava una femmina diversa ogni sera- il nostro Tifone decide di raggiungerlo e fargliela pagare una volta e per tutte. Ciò che ne esce fuori è uno degli scontri più epici di tutta la mitologia greca: pugni, calci, tirate di capelli, sputazzate, tua madre di qua e tua madre di là.

Insomma, tra scannate varie, il primo round si conclude in favore di Tifeo che nella lotta spezza i tendini a Zeus. Le sorti dello scontro sembrano già segnate, ma fortunatamente (o sfortunatamente) Zeus riesce ad allontanarsi dall’Olimpo e farsi soccorrere da Ermes e Pan, rispettivamente suo figlio (frutto di una sveltina con la Pleiade Maia) e suo nipote.

Se gli danno un frutto miracoloso, o qualche pillola di Viagra (cosa più probabile visto che stiamo parlando di Zeus), questo non lo sapremo mai; quello che conta è che Zeus da ferito e moscio che era torna bello e… vabbè, ve lo potete immaginare.

La pausa scontro va invece nettamente peggio per Tifeo, che, ahimè, trova riparo dalle Moire (quelle che reggono, misurano e tagliano il filo della vita): tre vecchie tirchie che conservano tutta la pensione dentro il materasso e a lui gli danno mangiare solo cibo umano (che per quanto è grosso manco gli passa per il kaiz).

I due si ritrovano sul campo di battaglia, Zeus è una bellezza mentre Tifeo pare mio zio Aspano quando gli venne il l’ittero. Nonostante le quote SNAI lo dessero per sfavorito il giovane Zeus riesce a questo punto a mettere in atto il ribaltone a colpi di fulmini e saette intercooler.

Lo scontro volge al termine e il povero Tifone è costretto inevitabilmente a fuggire e rifugiarsi in Sicilia passando per il ponte sullo Stretto. Ridotto malamente, con le pezze al sedere, e senza manco il reddito cittadinanza, viene raggiunto e rinchiuso in eterno sotto l’Etna.

Da allora, ogni volta che a Tifeo girano i cosiddetti e sbuffa, ecco che si verifica un’eruzione del vulcano i cui “fumi stupefacenti” sono visibili da tutta la Sicilia. Vissero tutti felici a contenti, soprattutto Zeus che -a parte qualche saetta- dedicò la sua intera esistenza a ciò che più amava nelle vita: le femmine.
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