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Il Principe che voleva essere un Rais: la mattanza di Trabia nei ricordi dei pescatori

In una delle stanze del castello di Trabia, sulle piastrelle del pavimento, era dipinta proprio la mattanza dei tonni, uno di quegli argomenti densi di storia e tradizione

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 5 aprile 2021

"La pesca del tonno" (1887), olio su tela di Antonino Leto (1844 – 1913)

Ecco, questo è uno di quegli argomenti che quando inizi a trattare non puoi fare altro che metterti le mani in testa, tanto è denso di storia e tradizione.

Partiamoci da qua, nel periodo di aprile, verso la fine del mese, dal terrazzino del castello di Trabia, conosciuta per le nespole, i mulini, l’invenzione degli spaghetti e per essere stata la città di appartenenza della baronessa di Carini, il principe Raimondo Lanza (quello a cui Modugno si è ispirato per “Il vecchio frack”), s'affacciava per guardare come procedevano i preparativi per la mattanza dei tonni nell'antica tonnara del paese che era pure dotata di una chiesa.

Il legame di questa famiglia con il territorio, tant'è che si chiamano i Lanza di Trabia, parte addirittura dal XV secolo con quel simpaticone vedovo allegro di Blasco Lanza che altri non era che il nonno della sfortunata baronessa. Ciò che ci interessa è recuperare notizie di prima mano per sentire i racconti dei pescatori che veramente, prima che fosse chiusa, hanno avuto l'onore di assistere, lavorare alla mattanza, e magari scorgere da lontano quel principe simpatico e maledetto che amava tanto queste tradizioni.



Le amava così tanto il principe Lanza queste tradizioni che in una delle stanze del castello, sulle piastrelle del pavimento, era dipinto il paese e la proprio la mattanza dei tonni. Io questa, come altri coetanei, la posso testimoniare in prima persona perché, prima che fosse ristrutturato il castello, tra ragazzini c'era l'usanza di entrarci di nascosto e visitare i suoi interni: la stanza con il pavimento dipinto (anche se mancava qualche piastrella) c'era veramente, e da quel terrazzino abbiamo visto la tonnara come guardava lui (il principe).

Siccome per recuperare questo tipo di tradizioni i libri certe volte non danno tanto aiuto, perché se i monaci stavano tutto il giorno a scrivere quello che gli succedeva e che vedevano, lo stesso di certo non facevano i pescatori che il più delle volte avevano le mani mangiate dalle reti e dal sale e quando tenevano una penna mano era per firmare con una x, mi sono rivolto a un amico, Giuseppe Vallelunga, un innamorato studioso del territorio che mi ha calato, come si cala la briscola quando c'è il carico.

Al tal proposito ringrazio anche gli amici di Radio Trabia Planet per la bellissima testimonianza di uno degli ultimi ambasciatori della tonnara e che ci lavorava come carpentiere quando aveva sedici anni: il signor Nino Filippone.

«Prima si uscivano le barche», ci dice «e mastro Peppino di Terrasini le calatafava», cioè una ristrutturazione dello scafo perché le barche di legno, giustamente, di inverno si spaccavano. Le barche erano diverse e avevano ruoli differenti durante la pesca dei tonni.

«C'era u Vasceddu, cinque muciare e u caicco». Il vascello era il barcone più grande di tutti che arrivava fino ai 25 mt in cui si posizionavano i tonnarotti, cioè i pescatori della tonnara, che issavano le reti che potevano arrivare a misurare chilometri.

La musciara era la barca ammiraglia sulla quale ci stava il Rais, il capo indiscusso della tonnara, e il caicco era una specie di piccola scialuppa che faceva spola per trasportare i tonnarotti che a Trabia arrivano ad essere anche 45.

Nella fase di preparazione ci si occupava pure delle reti che nel caso della mattanza dovevano essere resistenti assai; ad esse venino innestate delle corde di Disa (tecnicamente ampelodesmos mauritanicus, e che è la stessa pianta da cui si ricavano le stecchette che si usavano per dare la forma alle “busiate”: la pasta), a cui venivano legate le pietre che facevano da pesi.

Proprio Giuseppe Vallelunga mi raccontò che durante un censimento delle tonnare, da parte di una squadra di sommozzatori dell'univesità, furono rinvenuti pezzi del vecchio arco della Porta del paese, abbattuto durante la guerra, che venivano usati in questo modo.

«Quando c'era u tempo giusto», continua Nino Filippone «si partiva tutti e si calavano le stanze». Le stanze (o le camere) erano un sistema reti calate sul fondo che servivano a dirottare il tonno (che veniva sempre da levante) nella prossima camera che diventava via via più stretta fino all’ultima (che a me fa un po' impressione) chiamata camera della morte.

«U Rais era Rasinaldo di Solanto… u sutta Rais era Totò Zizzo», ci dice sempre Filippone per farci intendere che mentre il sotto Rais era spesso un compaesano, molto più chirurgica era la scelta del Rais, che poteva cambiare anche ogni anno, e che veniva scelto come si sceglie il primario di un reparto facendolo venire anche da altre città.

Una volta convogliato il tonno, cui banchi potevano essere composti da cinquanta, fino a duecento esemplari, le barche raggruppate attorno all'ultima camera cominciavano a tirare le reti per portare i tonni in superfice perché tendevano a rimanere sul fondo.

Questo era il momento più spettacolare: l'acqua "frieva", cioè friggeva, a causa del tiraggio delle le reti che riducendo lo spazio, faceva si che i tonni cominciassero a dimenarsi come i pazzi perché - pisci si ma scemo picchì? - capivano che da lì non ne sarebbero uscitivivi.

Appena le reti, con grande fatica dei tonnarotti, che per non sentire la stanchezza intonavano canti siciliani propiziatori, si accorciavano, e la preda arrivava in superfice, i tonni venivano arpionati a mano e messi sul vascello (pensate che ognuno poteva superare i 500 kg).

L'esemplare più grosso veniva scartato, venduto, e il ricavato veniva usato per finanziare la festa del Santissimo Crocifisso, che è festa attuale del paese. Ci da l'ultima chicca Filippone, forse per distrarci dalla nostalgia che viene dalla perdita di queste tradizioni, forse per farci dimenticare, come spesso accade per i contrasti ideologici, che si trattava di una pesca abbastanza violenta.

Un articolo non può certo bastare a raccontare una tradizione tanto antica e radicata, tuttavia ci salutiamo questo ultimo ricordo che puzza di poesia. «U principe Raimondo», dice riferendosi al Lanza «noialtri ce lo portavamo a mare. A polpi e tunnareddi con lenze perché a iddu ci piaceva».

In pratica Raimondo Lanza guardava dal terrazzino del castello perché forse quel vestito un po' stretto lo allontanava dal sentirsi libero come i pescatori che, in fondo, invidiava. Quando tornavano al castello, con i polpi e i tonnetti, metteva mano al portafogli e pagava quello che lui stesso aveva pescato.
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