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Il tesoro del Re tra storia e leggenda: nei labirinti di roccia sotto la Valle dei Templi

La leggenda racconta di come il Re Falaride nascose il suo tesoro in questi cunicoli e sono tante le teorie su come trovarlo: Agrigento sotterranea tra natura e curiosità

Irene Leonardi
Giornalista
  • 23 maggio 2019

L'ipogeo Giacatello, Agrigento

Affascinanti e ricchi di storia, i cunicoli sotterranei di Agrigento nascondono storie, miti e leggende. Una di questa riguarda il tesoro di Falaride, tiranno che governò Akragas con spietata crudeltà. Un’antica leggenda racconta, infatti, che il Re nascose in una grotta sottoterra tutti i suoi averi e che questi giacciono ancora al sicuro poiché nessuno riuscì mai a recuperarli.

E l’impresa, d’altronde, non sembra molto facile. Si dice infatti che il ritrovamento di tale tesoro possa essere soltanto il frutto dell’esplorazione di tre persone che, con lo stesso nome, decidono di addentrarsi nel sottosuolo. Tutto questo però esclusivamente se si incontrano casualmente all’ingresso del tunnel e solo dopo la mezzanotte.

In città però di storie sul tesoro di Falaride ce ne sono tante e la leggenda cambia a seconda dell’interlocutore. C’è, infatti, chi sostiene che per scovare il bottino in realtà basti una sola persona. Questa all’ingresso non dovrà far altro che lasciarsi guidare da un cane che, senza esitazioni, lo condurrà fino al tesoro nascosto.

Pare però che nessuno ne sia mai uscito vivo perché, presi dall’avidità e dalla voglia di racimolare qualche prezioso, si perda di vista il cane che velocemente riprende la strada per tornare indietro. Uscirne da soli è impossibile, il labirinto è così lungo e profondo che probabilmente - per rimanere in tema di mitologia greca - solo Arianna li potrebbe aiutare.

Ma quale sia di preciso questo ipogeo che conduca al tesoro nessuno lo sa. Molti credono sia quello del Purgatorio, nel centro della città. Altri, invece, pensano sia nascosto in quello che si apre dal Giardino della Kolymbetra. E se fossero uniti?

«Improbabile – spiega Giovanni Noto, geologo e presidente dell’Associazione Agrigento Sotterranea – tra la città e la collina della Valle dei Templi ci sono ben oltre 8 kilometri. Scavare a mani nude questo tunnel sarebbe stata un’impresa ingegneristica troppo all’avanguardia per quei tempi».

Stretti circa 50 centimetri e alti dal metro e mezzo ai due, gli ipogei sono infatti il risultato di un’opera umana.

Gli scavi, realizzati con lo sfruttamento degli schiavi resi prigionieri in guerra, sono infatti iniziati nel 480 avanti Cristo, dopo la battaglia di Imera. Gli ipogei agrigentini dunque non nascono per seppellire tesori o per creare vie alternative, bensì per funzionare come acquedotti.

Sono tanti e si snodano sotto la città, alcuni proprio nel sottosuolo della parte urbanizzata, altri vicino la collina che ospita la Valle dei Templi.

Ad oggi l’unico fruibile è quello della Kolymbetra, con l’accesso dal giardino e visitabile facilmente grazie all’aiuto di due guide speleologhe: un percorso alla scoperta delle bellezze del sottosuolo lungo circa 185 metri con un dislivello di 11. «Tra tutti questo è uno dei pochi che assolve parzialmente ancora alla sua funzionale iniziale – racconta ancora Giovanni Noto – è grazie alla presenza dell’acqua che un luogo artificiale ha le sembianze di un posto naturale».

Al suo interno, infatti, si sono formate diverse stalattiti e le lame di carbonato di calcio che rivestono le pareti, hanno trasformato il luogo come fosse una vera e propria grotta.

In questo viaggio nel tempo tra storia, natura e leggende si potranno osservare anche alcune antiche tracce lasciate duranti gli scavi originali, comprese le tecniche di realizzazione e di illuminazione.

L’ipogeo Kolymbetra è visitabile ogni week end fino al 15 giugno, poi sarà aperto tutti i giorni. Il biglietto ha un costo di 16 euro che comprende anche l’ingresso al giardino.

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