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In Sicilia c'è una storia di sangue, basilico e gelosia: l'origine del dono di (eterna) unione

Una leggenda narrata in tre versioni diverse, sempre ambientata in Sicilia. Quando usare teste come vasi era cosa quasi normale e regalarle oggi è un porta fortuna

Alessandro Panno
Appassionato di sicilianità
  • 13 novembre 2022

Le tipiche Teste di Moro siciliane

Tempo fa, un pò indispettito da un venditore ambulante che a circa un centimetro dal mio orecchio aveva “abbanniato” decantandomi le virtù e la bontà del basilico da lui venduto, risposi che in realtà, era lui che “avia a taliare u mio com’era bello rintra a tista che avia nu terrazzo”.

Il tutto simulando, con ampi gesti, questo famigerato basilico che cresceva, rigoglioso, sopra la mia testa. Ripensandoci, non devo aver trasmesso sensazioni positive, poichè si è allontanato guardandomi in modo torvo e “murmuriandosi” che ero fuodde.

In realtà siamo molto più abituati e vedere crescere il basilico nelle “boatte” vuote della salsa in barattolo, piuttosto che nelle teste, ma ad essere onesto, non mi ero discostato poi molto da quella che potrebbe essere una presunta verità (molto presunta direi).

Per svelare l’arcano, dobbiamo fare un salto intorno all’ anno 1100, ai tempi i cui i “turchi” la facevano da padrone a Palermo (ed un pò in tutta la Sicilia), specialmente nel quartiere di “Al Hàlisah”, al tempo nostro conosciuto con il nome più usuale di kalsa.
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Pare che lì vivesse, sotto le grinfie di un padre padrone geloso pure delle “ciache”, una ragazza così bella, fascinosa e “fimmina” che modelle, influencer e robe simili andatevi ad “ammucciare”.

Sempre chiusa in casa, con un padre che la teneva segregata, sta poveraccia, oltre a badare alle piante che aveva sul balcone cosa poteva fare? Ecco, quel giovanile pollice verde fu galeotto, poichè un un bel giorno, un soldato delle milizie arabe che passava di li la notò e non potè fare ameno di invaghirsene al punto di rischiare le ire paterne nel dichiararle l’immenso amore che provava per lei.

Ora ditemi voi, una “picciuttiedda” in fiore, sempre chiusa in casa, il cui massimo divertimento era veder fiorire i gerani, si vede arrivare sto moro, alto, giovane, con il fascino della divisa, magari con l’addominale scolpito come una mafaldina, “masculazzu” alfa al 100%... doveva rimanere impassibile? Siate sinceri....

La passione scoppia feroce! “Pizzini” con cuoricini odorosi di gelsomino, ammiccamenti, fiori, lui che con la pelle ebano lucida di maschio sudore, mostra un fisico su cui si poteva studiare anatomia umana, intense e focose passioni...insomma le solite cose da romanzo rosa del 1100.

Tutto bello e bellissimo, se non fosse che il moro proprio sincero sincero non era stato, e non aveva ben chiaro che alla “fimmina” sicula tutto puoi dire ma “u l’ha pigghiari mai pi fissa”. Lui, il "masculazzu" alfa, aveva omesso un irrilevante dettaglio, ovvero che in oriente, dove prima o poi doveva tornare, lo aspettavano moglie e figli legittimi e legittimati.

“U viva maria”! E che era lei, “u sbiu”? Quindi sentendosi umiliata, amareggiata e tradita ( come darle torto) le venne in mente che “u rispetto è misurato, cu purta l’avi puittato” per cui tramò vendetta, tremenda vendetta.

E siccome la vendetta è un piatto che, notoriamente, va consumato freddo, di notte, dopo aver appagato e deliziato le irrefrenabili voglie maschili, attese che sprofondasse nel sonno, e senza starci troppo a rimuginare sopra, lo ammazzò, lo decapitò e aperto il cranio ci collocò una piantina di basilico sistemado poi il tutto in mezzo ai Gerani ed al Rosmarino.

Un tipetto interessante lei va, intanto, dentro quella testa, irrorato dalle lacrime di disperato amore, la piantina aromatica cresceva rigogliosa e odorosa come mai. Ma si sa, "La ‘mmiria abbrucia l’occhi comu la cipudda", quindi tutti i vicini, avvolti e inebriati dalla vista e dal profumo, si fecero riprodurre, dai ceramisti locali, dei vasi a forma di testa di moro, (evidentemente avevano gli occhi foderati di prosciutto a scambiare la testa di un morto per un vaso), per emulare i risultati botanici della ragazza.

Il resto è storia. Ora la domanda nasce spontanea... ma se quello decapitato era solo “u masculu moro”, perchè allora è usanza avere sia una testa maschile (mora) che una femminile (chiara)? In realtà esisterebbe una seconda versione della leggenda, magari meno diffusa, in cui una splendida fanciulla della nobiltà siciliana visse una stoiria d’amore “r’ammucciuni” con un giovane arabo.

Figuriamoci se la cosa era tollerabile, per cui come punizione furono entrambi decapitati, e le teste esposte in una balconata come monito a chiunque avesse voluto abbandonarsi a passioni disdicevoli. Semplice come far crescere del basilico!

Ma poichè ogni tanto mi piace giocare a fare l’"allitrato” (spesso con scarsi risultati), mi sta venendo in mente che anche il noto Boccaccio si è occupato della questione in una delle novelle del Decamerone, ma senza mettere in mezzo “turchi”.

In breve la storia è ambientata a Messina, e Lisabetta, nobile ma orfana, è gelosamente preservata nelle virtù e grazie dai suoi tre fratelli con metodi un pò discutibili. Ma si sa... nulla si può contrò la ferrea volontà e desiderio di una donna, per cui Lisabetta si innamora di Lorenzo, un ragazzo pisano impiegato come tuttofare al servizio della famiglia.

Chiaramente i fratelli scoprono di questo amore proibito, e vuoi per far “ciuciuliare” le persone, vuoi perchè il tema della gelosia in sicilia è sempre ricorrente nel bene o nel male, con una scusa se lo portano in campagna e li lo ammazzano seppellendo poi il corpo a “cumegghiè”.

A Lisabetta, "mischina", dicono che è partito e non tornerà più. Ma la terra sicula, è noto, è ricca anche di apparizioni, fantasmi e misticità. Lorenzo appare in sogno a Lisabetta, ed essendo “panza lenta”, gli racconta per filo e per segno tutto quello che i suoi fratelli gli hanno fatto, finanche dove è stato seppellito.

Ecco allora che lei, intrepida, con la scusa di fare un giro in campagna con la sua dama di compagnia va proprio dove è sepolto il corpo e come souvenir della gita si porta via la testa, che, arrivata a casa, nasconde in un vaso dove decide di piantare, ma guarda un pò, il Basilico.

Ebbene si...noi qui in Sicilia abbiamo uno sviluppato senso dell’orrido. I tre fratelli, accorgendosi che Lisabetta pare un pò “stramma”, scoprono il tutto e per non dare scandalo decidono di fuggire a Napoli abbandonando a se stessa la povera ragazza, che alla fine morirà per il dolore e la disperazione.

Ricordatevi di tutto questo la prossima volta che una ragazza che vi interessa vi regala una piantina di basilico, o degli amici vi regalano una coppia di teste di moro per la vostra felice e lunga unione!
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