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L'amore ai tempi delle app d'incontri: Ester Pantano ci racconta il suo film "Io+Te"

Mia ha 36 anni, è una ginecologa e ha un’allergia alle relazioni stabili sino a quando incontra Leo, poeta innamorato delle cose autentiche: ce ne parla la protagonista

Tancredi Bua
Giornalista
  • 23 gennaio 2026

Ester Pantano

Mia ha trentasei anni, è un’affermata ginecologa e ha un’allergia alle relazioni stabili, almeno sino a quando incontra Leo, poeta innamorato della musica e delle cose autentiche, con una visione dell’amore che sembra venuta fuori dal diciottesimo secolo. Nonostante i buoni propositi iniziali, le cose si complicheranno presto, mostrando quanto possa essere difficile una cosa sulla carta semplice come l’amore.

È da qui che si snodano i fili di “Io+Te”, il film scritto e diretto da Valentina De Amicis, che arriva nelle sale Uci il 5 febbraio e conta nel suo cast Ester Pantano (“I leoni di Sicilia”, “E poi si vede”, “Francesca e Giovanni – Una storia d’amore e di mafia”), Matteo Paolillo (“Mare fuori”), Pia Lanciotti (“La dea fortuna”), Antonio De Matteo (“Stranizza d’amuri”), Eva Cela (“Palazzina Laf”), Camilla Semino Favro (“L’ultima notte di Amore”) e Jacqueline Luna.

«È un film – dice la sua protagonista, Ester Pantano, classe ’90, catanese Doc, madrina della 70esima edizione del Taormina Film Fest – che riflette sulle coppie di oggi in molti modi. Intanto perché sposta l’asse della ricerca anche verso l’uomo, in due sensi: non è l’uomo a scegliere la donna con cui vuole stare, o almeno non soltanto lui, e non è solo la donna a poter avere problemi d’infertilità.

Ai tempi dei re e delle regine, nel caso ci fossero problemi ad avere un figlio, la colpa veniva attribuita automaticamente alla donna, non si metteva nemmeno in dubbio che un uomo potesse non essere fertile. Il re mandava via la regina e ne prendeva un’altra.

Qui si parla della ricerca, del dolore di un uomo nel non poter avere un figlio, si parla di una differenza d’età in cui fra uomo e donna a essere più grande è la donna, che non ha bisogno dell’uomo nella relazione ma è totalmente indipendente. Si parla di libertà sessuale, Mia (cioè il personaggio nel film, ndr) è libera di fare sesso occasionale senza poi doversi flagellare o vergognare, c’è la libertà di stare fuori da un giudizio, di sentire prima di credere che una cosa sia giusta o meno».

Inevitabilmente, in Mia Ester Pantano ha riversato un po’ di sé: «Del mio carattere c’è la libertà – dice l’attrice – oltre che il decidere per me, il non essere vittima di un sistema o di una credenza che impone cosa si deve fare, c’è il mio ascolto. Dall’altro lato, io ho un bellissimo rapporto con mia madre, Mia non ce l’ha e questo si riflette anche nelle sue scelte lavorative.

Una cosa importante è capire come i figli, a seconda di come sono stati amati o non amati, vanno poi a scegliere un lavoro o un altro. Mia ha avuto una madre attrice, assente, e di converso sceglie un lavoro stabile.

Poi però ha difficoltà nel legarsi e un rifiuto verso le relazioni, e decide che siano tutte passeggere, fugaci». Il problema, a suo avviso, è insito nella società attuale, nei suoi ritmi asfissianti che dalla sfera lavorativa hanno ormai corroso quella relazionale: «A livello proprio mondiale c’è un problema che purtroppo deriva dalle app di incontri, e in questo film se ne parla, c’è una facilità di consumo, di corpi, di consumo di persone, credo si entri in un ritmo spasmodico, con un appuntamento dopo l’altro, per coprire grandi buchi emotivi.

Ci vuole una grande maturità per saper usare le app che riducono i tempi di conoscenza a pochissimi minuti e per interagire con altri esseri umani. Io non ho mai avuto app d’incontri e sarei molto imbarazzata ad averne una, ho un bisogno immenso di umanità e necessito di incontrare dal vivo una persona, credo invece che in molti ci sia una necessità di fare tutto a distanza.

C’è una grande immobilità, dovuta forse all’inizio del periodo Covid, ma anche a tempi lavorativi sempre più folli. Ci sentiamo in colpa se andiamo a fare una passeggiata, non riusciamo più a dedicarci tempo in cui potrebbero sorgere spontaneamente degli incontri. Non andiamo più a un concerto. È tutto dentro una programmazione costante, un’organizzazione super-netta, e quindi manca la possibilità di guardarci intorno».

C’è, come continua poco dopo la Pantano, una «grande confusione, oggi, rispetto al tempo. C’è un distacco rispetto alle relazioni dei nostri nonni, in cui qualcosa si portava avanti a volte solo perché c’era stato un giuramento, ma allo stesso tempo c’è una grande facilità nel lasciarsi andare, nel separarsi, credo vada trovata una via di mezzo nel saper scegliere meglio prima, durante i primi incontri, non accompagnarsi a qualcuno per solitudine ma restare con qualcuno che ci porti veramente qualcosa, qualcuno che non vogliamo cambiare e che non ci cambia.

Ci sono troppe cose da mettere a fuoco, e in ordine, e oggi per le tempistiche e il ritmo delle nostre vite è veramente difficile trovare un partner. C’è uno spam continuo nei nostri occhi, online trovi un sacco di psicologi che ti dicono come fare e cosa fare, magari gente che non ha mai avuto una relazione e che ti dice di stare attenta a qualsiasi cosa: agli occhi loro sono tutti narcisisti, tutti sociopatici, c’è sempre un’etichetta per tutto, c’è molta facilità nel mettere la gente in contenitori e categorie.

E qui si apre un’altra parentesi: andrebbe fatto un grandissimo lavoro sui luoghi di cultura in cui ci s’incontra, bisogna alzarsi dal divano, una storia non è scegliere una cucina Ikea sul sito Internet. Ci sono troppe scorciatoie, scelte perché c’è troppa pigrizia».

Nell’ultimo anno, oltre a essere presenza stabile in “Màkari”, Ester Pantano ha alternato commedie e film più impegnati andando in sala sia con esordi comici di conterranei (“E poi si vede” di Giovanni Calvaruso, in cui era al fianco dei protagonisti, Fabrizio e Federico Sansone), sia con film drammatici (“Francesca e Giovanni”, il film di Simona Izzo e Ricky Tognazzi che guardava alla storia del magistrato Giovanni Falcone dal punto di vista della moglie Francesca Morvillo) sia con successi al botteghino (“Oi vita mia” di Pio e Amedeo).

Un’idea sul cinema in Italia, e in Sicilia in particolare, se l’è fatta sicuramente: «Gestisco un cinema d’essai a Catania – dice l’attrice – e quello che va in sala lì è il tipo di cinema che io amo. È un tipo di cinema che però non riempie le sale e per cui bisogna forzare le persone a entrare. Gli spettatori sono pochi, intellettuali, i cinema d’essai sono luoghi in cui si crea lavoro profondo di narrazione e di scambio.

Mi rendo conto che ci sono troppe produzioni che invece si accendono e si spengono, ma che poi non fanno investimenti in marketing, in promozione. Ci sono film meravigliosi che non riescono a funzionare, con attori eccezionali, pagati tanto, che però poi non hanno risorse per la promozione e la distribuzione.

Credo che vadano bilanciate bene le spese per permettere ai film di girare, e per quanto si possano criticare Zalone o Pio e Amedeo, riescono tutti e tre a entrare in una viralità che porta la gente al cinema. I produttori continuano a mettere influencer e starlette nei film, ma i follower non spostano le loro gambette fino alle sale. Va tutto pesato meglio.

E poi ci sono molte facce che girano sempre, io faccio parte di una fetta fortunata, ma per alcuni film non c’è proprio l’accesso al provino, ci sono provini per cui non sono mai entrata in gara». E il divario Nord-Sud, sembra assurdo, ma si riflette anche nel mondo del cinema: «C’è una grandissima separazione che viene fatta fra attori italiani e attori siciliani.

Io sono nata in Sicilia, ma ho studiato in una scuola nazionale di cinema, so spostarmi fra i dialetti, questa cosa non viene considerata, il cinema è Roma-centrico, sono molto contenta che Napoli si sia ritagliata una sua fetta importante, e mi auguro che si riesca ancora di più nella nostra terra, per creare qualcosa di simile. Creare per il basso è importante». Sui ruoli che vorrebbe interpretare in un’industria del cinema diversa, Ester Pantano, infine, non ha dubbi: «Un amazzone, una combattente o una pilota.

Mi piacerebbe tanto essere in un film di corse, di macchine, sono una che va in moto, amo le auto sportive, mi piacerebbe entrare in una narrazione diversa, di qualcuno che ha una passione spostata dal centro che per una donna sembra essere la realizzazione in base al nucleo familiare. E poi, visto che parliamo di sogni, il mio sogno è essere Billie Holiday in una biografia su di lei, il canto è una mia passione immensa».
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