La mafia le ha tolto il papà, Elisa lotta per lui: "Ricordarlo significa difenderlo"
L'intervista alla figlia di Vincenzo Enea, imprenditore ucciso da Cosa nostra nel 1982: "Di lui mi resta solo il nome e io devo proteggerlo. Non va dimenticato"
Elisa Enea
«Tutto quello che mi rimane è il nome di mio padre. E non permetterò a nessuno di dimenticarlo». Elisa Enea aveva due mesi quando la mafia le ha portato via suo padre. Oggi quella bambina è una donna che combatte con gli strumenti della memoria e della legge, perché il nome di Vincenzo Enea resti inciso non solo su una targa, ma nella memoria di un’intera comunità.
L'8 giugno del 1982 a Isola delle Femmine viene ucciso Vincenzo Enea, imprenditore edile di 47 anni, per mano della mafia. Elisa al tempo aveva solo due mesi. Da allora sono passati oltre trent’anni, quando nel 2016 la Cassazione ha reso definitiva la condanna a 30 anni per Francesco Bruno. Trentaquattro anni in cui la famiglia Enea ha vissuto nell'ombra, con le minacce e l’omertà. È stato un momento importante perché ha ufficializzato ciò che la famiglia Enea sapeva da sempre, interrompendo il silenzio che si è protratto per troppi anni, Elisa ci ricorda che «la giustizia piena non esiste quando perdi un padre».
Elisa oggi è rimasta, con l’obiettivo di portare avanti la verità e la memoria di suo padre:«Io non ho ricordi diretti di mio padre, perché avevo solo due mesi quando me lo hanno portato via. Però è come se, attraverso i racconti della mia famiglia, io lo conoscessi profondamente».
La figlia lo ricorda come un padre tenero, sempre presente, che giocava a “Nomi, cose e città” con i figli, come un bambino tra i bambini, che comprava il motorino a chi gli era stato rubato, che sorrideva anche quando portava un peso enorme. «Era sempre sorridente. Anche quando aveva problemi enormi, non ha mai fatto trasparire nulla. Ha sempre protetto la sua famiglia anche così, nascondendo il peso che portava». Di quel peso, Elisa ha capito la vera natura solo crescendo, piano piano, non è successo in un momento preciso, è stato il risultato di un percorso: «Da piccola non sapevo la verità. Ricordo che chiedevo spesso a mia madre di mio padre, e lei, per proteggermi, mi diceva che era stato malato ed era morto». Poi, col tempo, la realtà si è fatta strada. «Lì cambia tutto. Perché non perdi solo un padre. Scopri che ti è stato tolto».
Dieci anni fa, l’area precedentemente nota come “Piano Ponente” è stata intitolata a Vincenzo Enea. È stata una vittoria civile lunga e faticosa, portata avanti in larga parte da Pino Ciampolillo tramite un’iniziativa antimafia con il suo "Comitato Cittadino Isola Pulita". Uomo che Elisa ricorda con affetto profondo. «Pino non era nemmeno di Isola, eppure aveva un senso civico altissimo. Non si tirava indietro, anche a costo di risultare scomodo. Per noi è stato importante perché ha scelto di esporsi, di ricordare, senza avere nessun obbligo. Solo per senso di giustizia».
Poi, qualche settimana fa, l’episodio che ha scosso la famiglia Enea: la vandalizzazione di una panchina nella piazza intitolata a Vincenzo Enea. Elisa va a vedere e sotto la targa di piazza Vincenzo Enea trova un cartello della Protezione Civile che riporta ancora la vecchia denominazione: Piano Ponente. La stessa cosa accade nella vicina piazza intitolata a Nicolò Piombino, altra vittima innocente della mafia di Isola delle Femmine.
«Ho trovato del tutto inadeguata la collocazione. Anche sapendo che il Comune non naviga in buone acque, si poteva trovare un'altra soluzione. Ma il problema più grave è stato vedere il nome vecchio della piazza. Una piazza che da dieci anni è stata intitolata ufficialmente. Una cosa del genere non dovrebbe esistere».
Elisa Enea ha deciso di non fermarsi, condividendo l’accaduto tramite un video nel suo profilo social, ha avviato un'interlocuzione privata con il sindaco, ha ricostruito anni di locandine con scritto Piano Ponente invece di piazza Vincenzo Enea. «Forse certi gesti parlano. Parlano di fastidio, di rifiuto, forse di paura della memoria».
Il 21 marzo, a Torino, ha partecipato alla Giornata della Memoria delle vittime innocenti di mafia. «Quando incontro gli altri familiari delle vittime di mafia, ci capiamo senza bisogno di tante parole. Condividiamo lo stesso dolore. Non è solo tristezza. È anche forza. Perché capisci che non sei sola. Quando i nomi vengono letti, uno per uno, non sono più solo nomi. Tornano a essere persone».
A chi le chiede cosa può fare un cittadino comune per tenere viva quella memoria, Elisa risponde: «La memoria vera è impegno quotidiano. Non basta una cerimonia. La mafia non è solo pistole e bombe. È anche paura, omertà, interessi personali che schiacciano la giustizia. È una mentalità che sopravvive nei comportamenti quotidiani».
La donna vuole dare un segnale a chi verrà dopo. «Vorrei ricordare che le battaglie giuste si portano avanti fino in fondo, anche quando sembra difficile, anche quando la controparte sembra troppo grande». Conclude con un’osservazione che può tornarci utile nel comprendere meglio la realtà della sua storia:
«Quando dico che tutto quello che mi rimane è il nome di mio padre, non è solo una frase. È la realtà. Perché io non ho ricordi, non ho una voce, non ho momenti vissuti insieme. Mi è stato tolto tutto questo. Quello che mi resta è il suo nome. E quel nome diventa tutto. Custodirlo, in una piccola comunità come Isola delle Femmine, significa non permettere che venga dimenticato o trattato con superficialità. Significa difenderlo. Tenerlo vivo. Ricordare che dietro quel nome c’era una persona, un padre».
L'8 giugno del 1982 a Isola delle Femmine viene ucciso Vincenzo Enea, imprenditore edile di 47 anni, per mano della mafia. Elisa al tempo aveva solo due mesi. Da allora sono passati oltre trent’anni, quando nel 2016 la Cassazione ha reso definitiva la condanna a 30 anni per Francesco Bruno. Trentaquattro anni in cui la famiglia Enea ha vissuto nell'ombra, con le minacce e l’omertà. È stato un momento importante perché ha ufficializzato ciò che la famiglia Enea sapeva da sempre, interrompendo il silenzio che si è protratto per troppi anni, Elisa ci ricorda che «la giustizia piena non esiste quando perdi un padre».
Elisa oggi è rimasta, con l’obiettivo di portare avanti la verità e la memoria di suo padre:«Io non ho ricordi diretti di mio padre, perché avevo solo due mesi quando me lo hanno portato via. Però è come se, attraverso i racconti della mia famiglia, io lo conoscessi profondamente».
La figlia lo ricorda come un padre tenero, sempre presente, che giocava a “Nomi, cose e città” con i figli, come un bambino tra i bambini, che comprava il motorino a chi gli era stato rubato, che sorrideva anche quando portava un peso enorme. «Era sempre sorridente. Anche quando aveva problemi enormi, non ha mai fatto trasparire nulla. Ha sempre protetto la sua famiglia anche così, nascondendo il peso che portava». Di quel peso, Elisa ha capito la vera natura solo crescendo, piano piano, non è successo in un momento preciso, è stato il risultato di un percorso: «Da piccola non sapevo la verità. Ricordo che chiedevo spesso a mia madre di mio padre, e lei, per proteggermi, mi diceva che era stato malato ed era morto». Poi, col tempo, la realtà si è fatta strada. «Lì cambia tutto. Perché non perdi solo un padre. Scopri che ti è stato tolto».
Dieci anni fa, l’area precedentemente nota come “Piano Ponente” è stata intitolata a Vincenzo Enea. È stata una vittoria civile lunga e faticosa, portata avanti in larga parte da Pino Ciampolillo tramite un’iniziativa antimafia con il suo "Comitato Cittadino Isola Pulita". Uomo che Elisa ricorda con affetto profondo. «Pino non era nemmeno di Isola, eppure aveva un senso civico altissimo. Non si tirava indietro, anche a costo di risultare scomodo. Per noi è stato importante perché ha scelto di esporsi, di ricordare, senza avere nessun obbligo. Solo per senso di giustizia».
Poi, qualche settimana fa, l’episodio che ha scosso la famiglia Enea: la vandalizzazione di una panchina nella piazza intitolata a Vincenzo Enea. Elisa va a vedere e sotto la targa di piazza Vincenzo Enea trova un cartello della Protezione Civile che riporta ancora la vecchia denominazione: Piano Ponente. La stessa cosa accade nella vicina piazza intitolata a Nicolò Piombino, altra vittima innocente della mafia di Isola delle Femmine.
«Ho trovato del tutto inadeguata la collocazione. Anche sapendo che il Comune non naviga in buone acque, si poteva trovare un'altra soluzione. Ma il problema più grave è stato vedere il nome vecchio della piazza. Una piazza che da dieci anni è stata intitolata ufficialmente. Una cosa del genere non dovrebbe esistere».
Elisa Enea ha deciso di non fermarsi, condividendo l’accaduto tramite un video nel suo profilo social, ha avviato un'interlocuzione privata con il sindaco, ha ricostruito anni di locandine con scritto Piano Ponente invece di piazza Vincenzo Enea. «Forse certi gesti parlano. Parlano di fastidio, di rifiuto, forse di paura della memoria».
Il 21 marzo, a Torino, ha partecipato alla Giornata della Memoria delle vittime innocenti di mafia. «Quando incontro gli altri familiari delle vittime di mafia, ci capiamo senza bisogno di tante parole. Condividiamo lo stesso dolore. Non è solo tristezza. È anche forza. Perché capisci che non sei sola. Quando i nomi vengono letti, uno per uno, non sono più solo nomi. Tornano a essere persone».
A chi le chiede cosa può fare un cittadino comune per tenere viva quella memoria, Elisa risponde: «La memoria vera è impegno quotidiano. Non basta una cerimonia. La mafia non è solo pistole e bombe. È anche paura, omertà, interessi personali che schiacciano la giustizia. È una mentalità che sopravvive nei comportamenti quotidiani».
La donna vuole dare un segnale a chi verrà dopo. «Vorrei ricordare che le battaglie giuste si portano avanti fino in fondo, anche quando sembra difficile, anche quando la controparte sembra troppo grande». Conclude con un’osservazione che può tornarci utile nel comprendere meglio la realtà della sua storia:
«Quando dico che tutto quello che mi rimane è il nome di mio padre, non è solo una frase. È la realtà. Perché io non ho ricordi, non ho una voce, non ho momenti vissuti insieme. Mi è stato tolto tutto questo. Quello che mi resta è il suo nome. E quel nome diventa tutto. Custodirlo, in una piccola comunità come Isola delle Femmine, significa non permettere che venga dimenticato o trattato con superficialità. Significa difenderlo. Tenerlo vivo. Ricordare che dietro quel nome c’era una persona, un padre».
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